Mio figlio è stato bocciato
Amica 16/07/1968

AMICA: A quali età, in quali classi vi sembra che una bocciatura possa avere nel ragazzo le conseguenze più gravi?

SERVADIO: Mi sembra quasi ovvio ricordare che una bocciatura può essere particolarmente sentita da un allievo quando egli attraversi periodi critici del suo sviluppo. Tali periodi coincidono spesso, ma non sempre o necessariamente, con fasi fisiologiche particolari come, ad esempio, quella della pubertà. Essi possono essere anche di natura squisitamente psicologica. L’esperienza del «primo anno» – sia che si tratti delle elementari, sia delle medie – può essere sentita come un « banco di prova » più significativo di altri, cosicché una bocciatura, poniamo alla fine di un primo anno, può essere percepita dall’allievo come una svalutazione globale, che va assai oltre quella relativa al suo apprendimento. Ma altri fattori discriminativi possono giocare, in correlazione maggiore o minore con gli anzidetti « passaggi di fase »: per esempio, il fatto che la promozione o la bocciatura possano essere realmente decisivi, agli occhi dei genitori e dello stesso allievo, per determinarne l’ulteriore carriera e l’avvenire. Ed é anche necessario ricordare che l’importanza della bocciatura dipende molto dalla situazione psicologica generale dell’allievo, dal suo carattere, dal suo maggiore o minore senso di autostima, dal sentirsi o meno appoggiato e apprezzato dalla famiglia ecc.
E’ bene infine tener presente, in linea generale, che l’esame è per tutti, indistintamente, qualche cosa di più di quanto prevedano i regolamenti scolastici, e di quanto comportino le sue condizioni obiettive. La « paura dell’esame », e quindi della bocciatura, è stata lungamente studiata in sede psicologica (anche dal sottoscritto) e ne sono state investigate le molte implicazioni a livelli psicologici inconsci. Basterebbe d’altronde, per rendersi conto di ciò, pensare a i classici « sogni d’esame », che moltissimi seguitano a fare, anche quando i giorni della scuola sono ormai lontani.

AMICA: Ecco, le famiglie, come dovrebbero porsi il problema di una bocciatura dei loro ragazzi?

SERVADIO: Se le famiglie, e in particolare i genitori, avessero più o meno chiaramente presenti le considerazioni sin qui fatte, il loro atteggiamento non sarebbe certamente mai, nei riguardi del figlio bocciato, quello della riprovazione, del corruccio, dello sdegno. Quasi sempre, l’allievo bocciato è già sufficientemente « depresso » e avvilito per conto suo, e non c’è affatto bisogno, dal punto di vista psico-pedagogico, di fargli ulteriormente curvare la testa di fronte alle sue responsabilità. Molte volte, anzi, giova rincuorarlo, fargli intendere che una bocciatura non è la fine del mondo, ricordandogli che molte persone insigni sono diventate tali malgrado alcune memorabili bocciature subite ecc. Naturalmente il caso è diverso qualora l’allievo sia stato pervicacemente negligente, e qualora si tratti non già della prima o della seconda, ma dell’ennesima bocciatura. Il problema, peraltro, qui si sposta, e va ben oltre quello della « bocciatura ». Esso investe in tal caso tutto quanto il «rendimento» del ragazzo, e pone in primo luogo ai genitori e poi agli stessi insegnanti compiti molto difficili e delicati, nei quali può secondo i casi, giovare l’opera collaborativa dello psicologo, del medico, oppure dello psichiatra o dello psicanalista.

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