I dialoghi tra madre e figlio alla luce della psicoanalisi
Una mamma affettuosa « sente », per vie ch’essa stessa non saprebbe definire, ciò che si svolge nell’animo del suo bambino anche nato da poco – Importanza dell’« empatia ».
Il Tempo 18/08/1959

Al XXI Congresso internazionale di psicoanalisi, tenutosi a Copenaghen alla fine dl luglio, hanno partecipato circa 950 specialisti, convenuti da 28 Nazioni: un vero record. Erano presenti quasi tutti i « grossi calibri » della psicoanalisi internazionale – a cominciare dalla figlia di Freud (sempre attiva ed energica malgrado l’età, non più giovanile, e la sua struttura fisica scavata e apparentemente fragile). Sei sedute d’assieme a carattere scientifico, e una quarantina di comunicazioni, hanno costituito l’essenziale del programma. Al resto (organizzazione tecnica, escursioni e svaghi) ha provveduto, e in modo impeccabile, la Società Psicoanalitica Danese.
Per una sommaria informazione di chi legge, basterà menzionare che le anzidette sedute d’assieme, o « simposi », hanno avuto come oggetti di discussione, rispettivamente, La metapsicologia del piacere, I disturbi dell’apparato digerente, Psicoanalisi ed etologia, Sviluppi delle applicazioni terapeutiche della psicoanalisi, Rapporti oggettuali psicotici e La malattia depressiva. Ognuno di questi argomenti basterebbe ad alimentare i dibattiti di un intero congresso e sarebbe vano qualsiasi tentativo di riassunto.
Più realistico ed interessante è cercar di vedere se nel mare magnum delle relazioni e delle comunicazioni si sia manifestato qualche specifico orientamento, e se vi siano stati interventi particolarmente nuovi o coraggiosi. Ci pare che si possa rispondere di sì ad entrambi i quesiti.
Varie linee di ricerca analitica e il maggiore approfondimento teorico di ciò ché in realtà si svolge nel « dialogo » tra analista e analizzando, hanno fatto convergere l’attenzione dl parecchi studiosi su certe forme e certi stadi molto elementari di vita psichica e di comunicazione. Ci si rende conto, ad esempio, che il mondo psichico del bambino di pochi giorni, o di poche settimane, ha una sua propria validità psicologica e che anche a quei livelli il bambino, nel modi propri ai primi gradi del suo sviluppo, stabilisce rapporti con gli oggetti e, in qualche modo, « comunica » con il mondo esteriore. Tuttavia è chiaro che espressioni come « vita psichica», o «comunicazione», vanno intese in un senso assai lontano da quello degli adulti, o delle consuete relazioni interpersonali. In quegli stadi, o in situazioni adulte in cui certi tipi di rapporto sembrano in qualche modo riattivarsi, abbiamo a che fare con « messaggi » al limite tra ciò che è corporeo e ciò che è propriamente psichico, ovvero con sintonizzazioni molto più simili a risonanze di tipo musicale che non ad una qualsiasi conversazione. Una madre affettuosa « sente » – per vie che essa stessa non saprebbe definire ciò che si svolge nell’animo del suo bambino anche nato da poco: ma sarebbe imbarazzatissima se le si chiedesse di tradurre in concetti e in parole concrete il contenuto dl questa singolare comunicazione!

Memoria « somatica »

L’analista londinese Margaret Little ha descritto molto bene, in un lavoro intitolato L’unità di base, il « tutt’uno » madre-bambino nel periodo prenatale, al quale si accompagna, per tutto il primissimo periodo dopo la nascita, uno stato di indifferenziazione somato-psichica. Nell’analisi di gravi psicotici, questa valente specialista ha constatato il persistere di « memorie somatiche » di tali primordi della vita individuale, caratterizzate da un vago inizio di elaborazione propriamente psichica.
La persistenza di simili arcaiche esperienze è assai più difficilmente dimostrabile nei nevrotici: tuttavia i francesi Sacha Nacht e S. Viderman hanno mostrato che nell’analisi pratica, il soggetto tende non soltanto a ripetere esperienze ed emozioni effettivamente vissute, ma anche fantasie e materiale psichico che non erano mai giunti allo stadio di esperienza anche soltanto virtuale. Nell’analisi non si ha dunque soltanto ripetizione e migliore elaborazione, ma anche novità e creatività.
Per capire tutto ciò, e per utilizzarlo sul piano tecnico, l’analista è ormai costretto ad abbandonare qualsiasi schema intellettualistico ed a far largo uso di una « empatia » che non è soltanto affettuosa comprensione o immedesimazione cosciente, ma qualcosa dl diverso e di ben più profondo. Sul rinnovato concetto psicoanalitico dl empatia ha parlato, e molto bene, lo statunitense Ralph R. Greenson. Secondo Greenson, la facoltà di empatia non si può insegnare o imparare. A certi livelli di sviluppo, ce l’abbiamo un po’ tutti. Poi, la ostacoliamo e la inibiamo senza accorgercene, e solo una compiuta analisi può restituircela. Essa ha origine nel primo rapporto fra bambino e madre ed ha, a pensarci bene, una certa connotazione femminile (anche comunemente, d’altronde, si suol dire che la donna « coglie » e «intuisce» al di fuori e al di là della comunicazione e del ragionamento coscienti). Senza un’autentica possibilità di empatia, il lavoro analitico è in buona parte sterile.
Così Greenson – la cui disamina è stata accolta da vivissimi consensi. A noi sembra che il valente collega americano avrebbe potuto fare un passo di più, ed includere, nel suo concetto di empatia, anche quei fenomeni, ormai bene accertati, di percezione extra sensoriale (un tempo chiamati telepatici), che fanno assai probabilmente parte di tanti inconsci dialoghi fra la madre e il bambino, che riappaiono in situazioni di particolare stress emotivo (nelle quali le altre vie di comunicazione sono bloccate), e che si manifestano talvolta, per chi sa riconoscerle, in fasi di analisi particolarmente condizionate. Lo stesso Greenson, in una breve discussione con chi scrive, ha poi ammesso il buon fondamento di tali considerazioni.

Troppo psicologismo?

A qualcuno, la tendenza al che abbiamo cercato d’isolare commentando i lavori predetti, può sembrare, ed è sembrata, peccare di «psicologismo» eccessivo: ma si tratta secondo noi, di un equivoco. Sarebbe assurdo pensare a fenomeni del genere (unità primaria, vita psichica neonatale, empatia) in termini che anche lontanamente fossero quelli della psicologia dell’ adulto. Spesso, tuttavia, fa difetto il linguaggio, e siamo costretti ad adoperare vocaboli e concetti molto più adatti a un’architettura già definita, che non ai primi, mal delineati abbozzi del futuro quartiere. Con tutto il rispetto che abbiamo per la Principessa Maria Bonaparte, nome illustre della psicoanalisi e nostra cara amica da un trentennio, non ci sentiamo di sottoscrivere, pertanto, alla vivace critica da lei sferrata, proprio in apertura di Congresso, alla medicina psicosomatica – colpevole, a suo avviso di ripetere mutatis mutandis – certe concezioni settecentesche secondo cui ogni malattia era prodotta da una corrispondente « idea » o «immagine» della malattia stessa. E’ un far torto alla mentalità scientifica dei migliori esponenti della medicina psicosomatica credere che essi pensino, ad esempio, ad « aspetti interiorizzati », buoni o cattivi, della madre, come a pupazzetti o éidola che vanno e vengono in uno spazio materialmente rappresentabile!…
Quanto al secondo dei quesiti accennati all’inizio, diremo che una delle comunicazioni più vive e schiette del Congresso ci è sembrata quella dello svedese Nils Nielsen, sui «Giudizi dl valore nella pratica psicoanalitica ». Molto spesso, l’analista si dichiara al di fuori e al di qua di ogni giudizio di valore, paragonandosi implicitamente al chirurgo, il quale non s’interessa dell’uso che il suo cliente potrà o dovrà fare dell’arto risanato. Nielsen ha acutamente mostrato che paragoni del genere spesso non reggono, e che il fine stesso di un trattamento analitico presuppone un determinato sistema di valori, rispetto al quale l’analista cerca che il suo cliente possa « situarsi » nel miglior modo possibile. Ma si tratta forse di un sistema di valori assoluti, e universalmente accettati? Evidentemente no: basti pensare ai vari modi in cui diversi analisti possono valutare l’esperienza e i fattori familiari, sociali, o religiosi. Nielsen ha e quindi chiesto agli analisti di operare una « presa di coscienza » della questione, altrettanto coraggiosa e precisa quanto quella che sta alla base della stessa psicoanalisi – come Freud ci ha insegnato.
EMILIO SERVADIO

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