Nessuna condanna per la psicoanalisi
L’intervento di un Vescovo messicano in Concilio ha ulteriormente contribuito a dissipare molti equivoci – Un giudizio di Pio XII – Completamente falso il vecchio mito del pansessualismo
La Chiesa· s’interessa alle teorie di Freud
Il Tempo 11 ottobre 1965

Il Tempo dell’altro ieri ha riportato, con il dovuto rilievo, un importante intervento del vescovo messicano Sergio Mendez al Concilio Ecumenico. Per la prima volta, a un così alto livello, un dignitario della Chiesa ha difeso la psicoanalisi quale importante «approfondimento della psicologia», e possibile strumento d’indagine e di verifica persino nei riguardi della psicologia religiosa. Il vescovo Mendez ha citato, in proposito, alcune interessantissime esperienze psicoanalitiche, svoltesi di recente in un seminario della sua diocesi.
In tutto il quadro dei rapporti sinora intercorsi fra la Chiesa e la psicoanalisi, vi sono stati frequenti equivoci, che sarebbe bene individuare e dissipare.
In primo luogo, va ricordato che se talvolta, nel passato, sacerdoti anche autorevoli si sono pronunciati negativamente verso la psicoanalisi, questa non è stata mai «condannata» ufficialmente dalla Chiesa. Si potrebbe anzi sostenere il contrario, riferendosi al famoso discorso che Pio XII, il 15 aprile 1953, tenne ai delegati del V Convegno internazionale di psicoterapia e di psicologia clinica (al quale partecipavano, naturalmente, non pochi psicoanalisti). In tale occasione, il Papa accennò con precisa consapevolezza a «dinamismi e meccanismi nascosti nelle profondità dell’anima, dotati di leggi immanenti, da cui provengono certi modi di agire»: meccanismi – aggiunse – «senza dubbio messi in azione nel subcosciente o nell’incosciente». Il Sommo Pontefice incoraggiò apertamente i procedimenti per «scrutare il mistero» di tali profondità, per «rischiararle e rimetterle sulla retta strada, quando esse esercitino una influenza nefasta», ammettendo infine che le tecniche relative dipendevano dalla «specifica competenza» degli esperti del ramo.
Risulta abbastanza chiaro che dopo un intervento così autorevole, non si sarebbe dovuto più parlare di «condanna della Chiesa» alla psicoanalisi! E invece, questa falsa idea è stata più volte rimessa in circolazione, da gente qualche volta forse malevola, ma sempre e comunque superficiale.
Un altro luogo comune, infinite volte riportato e infinite volte smentito, è quello del preteso «pansessualismo» della psicoanalisi; e in più d’una occasione è stato detto che tale presunta («riduzione» di ogni problema, o disturbo psichico, a vicende sessuali, era appunto la causa principale· dell’ostilità di vari esponenti del pensiero cattolico (se non addirittura della Chiesa) alle dottrine e ai metodi psicoanalitici.
Occorre ricordare a questo proposito che se Freud avesse ritenuto che quello sessuale fosse l’unico fondamentale istinto umano, e che esso costituisse la sola molla d’ogni interesse o esperienza dell’uomo, lo avrebbe dichiarato senz’alcuna paura, con la stessa spregiudicatezza con cui riconobbe e sottolineò la primitività delle fantasie inconscie, la sessualità infantile, e il significato latente dei sogni. Ma, per Freud, una simile tesi non fu mai neppure oggetto di discussione; e la sua dottrina degli istinti, malgrado le modifiche via via subite, rimase sempre dualistica, nel senso, cioè del costante riconoscimento di istinti diversi da quelli sessuali, non riconducibili in alcun modo ad essi, e con questi in opposizione. Nella prima formulazione della teoria psicoanalitica degli istinti, queste forze di opposizione alla sessualità furono chiamate da Freud «istinti dell’Io»; nell’ultima furono denominate («istinti distruttivi», o «istinti di morte».
E’ interessante notare che più volte – e, ad onor del vero, anche in Italia – taluni esponenti del pensiero cattolico hanno essi stessi smentito la trita bugia del «pansessualismo» psicoanalitico! Nell’Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria, pubblicato dalla Università Cattolica del Sacro Cuore, il direttore stesso del periodico, prof. Leonardo Ancona, fece apparire nel 1961 un articolo intitolato: Il pansessualismo di Freud: un grosso errore da correggere. Egli ricordò che, come tutti gli studiosi ben sanno, «per Freud gli istinti più difficili a contenere son quelli dell’aggressione, non già quelli sessuali», e che ciò «è un fatto che di per se stesso annulla la possibilità di un “pansessualismo”». In conclusione – scrisse Ancona – «una serena considerazione dei vari problemi suscitati dalla terapia analitica ed una approfondita conoscenza del suo intrinseco valore sono oggi richieste indispensabilmente agli psicologi e agli psichiatri cattolici».
E’ interessante notare che in tempi ancor più recenti, sacerdoti cattolici insigni hanno manifestato apertamente di considerare i metodi freudiani come i soli scientificamente validi, rifiutando come ibridi tutti quei sistemi psicoterapici che mescolano elementi di presunta «cura spirituale» all’indagine strettamente psicologico-clinica. L’illustre gesuita belga padre André Snoeck, in un suo libro – Confessione e psicoanalisi – apparso nel 1964, e pubblicato quest’anno in traduzione italiana (Borla Editore, Torino), mostra per l’appunto di non condividere affatto le simpatie di certi ambienti cattolici per le psicoterapie a sfondo più o meno dichiaratamente «spirituale» o mistico, quali il metodo di Jung, o quello degli esistenzialisti «ad orientamento cristiano», e di considerare la psicoanalisi freudiana come la sola scientificamente valida.
In sostanza, abbiamo l’impressione che l’intervento del vescovo Mendez al Concilio segni una tappa importante nella progressiva accettazione, anche da parte della cultura più ortodossamente cattolica, di alcune fondamentali scoperte della psicologia moderna, effettuate da Freud, e che dovrebbero ormai appartenere al comune patrimonio de conoscenze umane.

Emilio Servadio

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