Quando un regista vuole confessarsi comincia a cercare la propria anima
Il Tempo 17/02/1963

La grande padronanza del mezzo cinematografico ha permesso a Fellini di tentare una sorta di quadratura del circolo dando alla propria «radiografia» espressione altamente artistica

Fellini mi ha pregato di scrivere – da psicologo, beninteso, ché io non sono in critico, né un tecnico di cose cinematografiche – le mie impressioni sul suo film 8 ½. Molti sanno ormai che si tratta di una confessione, di una réverie e di un’autocritica. E’ perciò, quello che ognuno di noi, qualche volta nella vita ha desiderato di fare. Aprirsi, esprimersi come «detta dentro», con tutte le nostre incertezze, contraddizioni, fantasie, rimpianti, bugie autosbugiardate. Rivelare a noi stessi, e a chi ci guarda o ci ascolta, quello che in noi – nel momento stesso in cui affiora alla nostra coscienza – ci appare assurdo o sublime, meschino o temibile, nobile o grottesco. Essere i primi a riconoscere le nostre debolezze e i nostri errori, e al tempo stesso manifestare la nostra insofferenza verso chi ce li fa notare… Dire e fare tutto questo, ripeto, prima o poi viene in mente a chiunque.

Arte liberatrice

Talvolta, qualcuno cerca di tradurre in pratica questo bisogno di autodichiararsi, di guardarsi senza pietà, di ripulirsi: ma lo può fare solo limitatamente. L’ombra di un confessionale, la quiete di un gabinetto medico, sono spesso teatri in cui il solitario protagonista, e il comprensivo spettatore vivono brevissime scene di totali, complesse vicende. Meno frammentario, ovviamente, è quanto si dice e si vive nei lunghi mesi ed anni di un’esperienza psicoanalitica. Ma si tratta pur sempre di comunicazioni imperfette e monche; e quante volte l’analista si sente dire, da chi gli si affida, che le parole mancano per compiutamente esprimere il tumultuoso e vario paesaggio interiore. «Dovrei dipingerlo, questo bambino mortificato!». «Ci varrebbe la musica, per far capire quello che provavo in quei giorni!…» Non di rado il soggetto, quasi scusandosi, mostra all’analista qualche rozzo disegno a colori, un tentativo di poesia, trae dalla tasca una fotografia ingiallita di «allora»… Anche gli scrittori che pure ogni tanto più dichiaratamente di altri, «si confessano», sentono i limiti del loro mezzo; e se possono ricorrere al virtuosismi del «monologo interiore», o addirittura della scrittura automatica, rimangono di solito inappagati: tantoché aumenta il numero di chi, tra loro, cerca di «liberarsi» per altre vie, ed altri livelli di esperienza.
La straordinaria padronanza del mezzo cinematografico ha permesso a Fellini di tentare una sorta di quadratura del circolo, e cioè di adoperarsi affinché il valore liberatorio e riscattante della sua «confessione» coincidesse con un alto grado di espressività e di legittimità artistica – il che poi vuoi dire, in questo caso, dar modo a molti altri di identificarsi poco o tanto col protagonista, e di uscire a loro volta più o meno «ricondizionati» dalla vicenda in comune a cui Fellíni li ha tacitamente invitati a partecipare. Se sia riuscito o meno nell’intento, lo dirà il pubblico, lo diranno i critici. A me pare di si.
Non è mio compito raccontare come si svolga 8 ½ (e d’altronde è uscita proprio in questi giorni, sul film, una preziosa «guida» di Camilla Cederna, pubblicata da Cappelli). Citerò soltanto uno o due esempi di quelle che mi sembrano piene realizzazioni dell’accennata coincidenza fra il privato discorso di Fellini e quello, potente e pregnante, in cui ognuno può in qualche modo riascoltarsi e rivedersi. Subito all’inizio, il protagonista è stretto nella morsa della propria automobile, e questa a sua volta è irretita fra altre centinaia di macchine immobilizzate. Alla relativa «fantasia di evasione», il regista dà un’espressione violenta e magica: dai vapori di cui si riempie l’auto, letteralmente balza fuori il protagonista e si leva alto nel vento, in un volo d’aquilone. A voler fare l’analisi di questo inizio, si potrebbero riempire parecchie pagine, ritrovandoci la solitudine dell’uomo socialmente «inserito», simboli di affrancamento sessuale e di dominazione, la « poesia dell’aria » di Nietzsche («noialtri spiriti liberi, spiriti aerei, spiriti gioiosi»), e magari un’«uscita in astrale»… Ma tutto questo e altro che si potrebbe ancora dire – sarebbe esercizio intellettuale, lievito di cultura, e guai se lo spettatore se lo prescrivesse o ne andasse in cerca. L’atteggiamento giusto che dovrebbe assumere chi assisterà a 8 ½è un altro: è presso a poco quello che descrive Freud quando indica all’analista la «posizione» psichica corretta da tenere allorché ascolta il discorso dell’analizzando. «La tecnica – scriveva Freud nel 1912 – consiste semplicemente nel non fare sforzi per concentrare l’attenzione su alcunché in particolare, e nel mantenere, nei riguardi di tutto ciò che ascolta, la stessa misura attenzione calma e quieta, serenamente librata…». Prendiamo un altro esempio. In uno dei suoi tanti «sguardi al passato», il protagonista si rivede fanciullo su di una spiaggia, accanto a una rozza baracca solitaria. Per pochi soldi, una donna-balena, sogghignante e bieca, si esibisce in una sorta di danza stupefacente ed atroce. Anche su questo episodio si potrebbe dissertare per un pezzo, chiamando in causa l’ipnosi angosciante delle prime rivelazioni sessuali, i simboli primitivi della sirena o dell’orca marina, l’imago della dea-madre arcaica, affascinante e divoratrice… Ma a che pro?

Gioco di virtuoso

In questa sequenza di 8 ½ (una delle più «favolose»), tutto è incantamento e verità: l’attrazione e l’orrore attuali, la colpevolezza e l’isolamento psichico susseguenti, il confermarsi nel profondo di quella «ambiguità» che contraddistingue, agii occhi di quell’uno e di molti, l’archetipo femminile… Il contrappunto fra realtà e sogno, tra percezione e trasfigurazione, è d’altronde nel film più volte altrettanto azzeccato, tale da promuovere nello spettatore che si sia saviamente posto – direbbe Freud – in «attenzione librata», vasti movimenti di immedesimazione e di consenso.
In ultima analisi, 8 ½ mi è apparso come uno dei tentativi più decisi che un artista abbia fatto per trasferire in opera poetica un proprio travaglio più volte suggerito ma non mai veramente confessato, mostrandone al tempo stesso luci ed ombre, oggetti e rappresentazioni, immagini e filigrane, e giuocando da virtuoso su tutte le tastiere possibili del proprio strumento (in questo caso, il linguaggio filmico). Baudelaire ha adoperato, per un simile sforzo, l’espressione « il mio cuore messo a nudo », Proust ci ha invitati a ricercare con lui «il tempo perduto»… Per Fellini, la chiave di ogni cosa è la salvezza dell’anima – intendendo questa espressione in un senso «sperimentale» e non strettamente religioso. Ma non osa apertamente dirlo. Perciò il suo protagonista non ne fa cenno; e può esprimere il suo anelito soltanto in un tipico modo felliniano, allusivo, misterioso e infantile. Questo «modo», che configura tutto il film, è ben riassunto nella parola «ASA-NISI-MASA», che è l’«anima» pronunciata nel caratteristico gergo segreto dei bambini e che pur conserva il valore barocco ed evocatorio di una « parola di potenza », di un invito e di una introduzione a più intime partecipazioni, a vere e proprie comunioni interumane.

Emilio Servadio

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