Una chiave per Lolita
L’Europa Letteraria N°1 – 1960

E’ a tutti nota la scarsa simpatia di Nabokov per la psicoanalisi. In varie pagine di Lolita si possono leggere cenni dispregiativi e persiflages su Freud e sul metodo psicoanalitico; e anche recentemente, in rapide dichiarazioni fatte nel corso di ricevimenti o di cocktails, Nabokov ha trovato modo di pronunciare giudizi altezzosi e negativi sull’argomento, confermando quella che chiama la sua « vecchia ruggine con il Voduismo freudiano ». Di solito, questi atteggiamenti indicano, se non altro, preoccupazione. E che l’Autore di un libro come Lolita si sia preoccupato delle ipotesi e delle eventuali interpretazioni di qualche psicoanalista, desideroso di accertare qual mai dèmone inconscio avesse spinto un pacifico cercator di farfalle a immedesimarsi in Humbert Humbert, non desta eccessiva meraviglia. Se la psicoanalisi fosse esistita ai tempi di Huysmans, di Novalis, o di Poe, anch’essi, probabilmente, sarebbero stati sul chi vive, e si sarebbero mostrati difensivamente aggressivi contro simili eventuali inframettenze e radioscopie.
Ma noi non abbiamo intenzione di indagare su Nabokov dal punto di vista di una patografia psicoanalitica che nulla autorizza o giustifica e che sarebbe, perciò, imprudente e di gusto assai dubbio. Molto più c’interessa l’inquietante Lolita, e la sua vera situazione rispetto alle altre figure del racconto. Non dispiaccia a Nabokov se in questa rapida ricerca adopreremo quei criteri psicoanalitici ch’egli ostenta di disprezzare. Ognuno pensa, e scrive, con ciò che ha.
Ci sembra che un grave ostacolo alla comprensione della costellazione psicologica sottogiacente in Lolita sia l’apodittica ammissione dell’Autore – e di tutti i lettori che non pensano a contestarla – secondo cui se esiste nel romanzo un problema psicologico o psicopatologico, questo problema riguarda Humbert Humbert, il quarantenne amatore di nymphets. Il mondo interiore di Lolita è, per definizione, quello di una ragazzina viziata e viziosa, che praticamente « non pensa », e che cede senza troppa difficoltà all’uomo che la circuisce, l’adora, e la tratta come un idolo. « Una bambina nord-americana, chiamata Dolores Haze, è stata privata della sua fanciullezza da un maniaco ». Così si esprime l’Autore attraverso il suo protagonista, e così siamo invitati a ritenere. Lolita, in fondo, è una bamboletta: scioccherella, docile, e inconsapevole. A Humbert Humbert la responsabilità e, da ultimo, la condanna.
L’idea che la chiave (o per lo meno, una delle chiavi) del romanzo fosse altrove ci è venuta il giorno in cui abbiamo dovuto confessare a noi stessi che il personaggio di Humbert presentava, dal punto di vista psicoanalitico, un interesse piuttosto limitato. Letterariamente il protagonista si propone, come tutti sanno, quale fons et origo di un giuoco pirotecnico che diverte e stordisce; ma non ci offre alcun appiglio per una plausibile, anche se puramente virtuale, interpretazione in profondità dei suoi particolari penchants erotici. Si può tutt’al più invocare, come fa sin troppo compiacentemente l’Autore, l’episodio non concluso a tredici anni con la quasi coetanea Annabel, e vedere nei rapporti successivi di Humbert con le nymphets l’effetto di una « coazione a ripetere ». La « vera » donna rimarrebbe fuori quadro, come la madre di Humbert, morta quando questi aveva tre anni e appena menzionata. Sappiamo in teoria che l’amator di fanciulli (o di fanciulline) tenta di aggirare gli ostacoli emozionali inconsci (di lontana origine infantile) che gli sbarrano la via alla donna, e sceglie inconsapevolmente gli oggetti che più o meno corrispondono, come numero di anni, all’età in cui si è fissata o ha regredito la sua libido. Se i dati forniti da Nabokov-Humbert appaiono confermare quest’ultima tesi, nulla sappiamo invece dei motivi che hanno inchiodato emozionalmente Humbert all’età della sua prima esperienza, impedendogli di procedere oltre. Siamo perciò costretti ad arrestarci senza aver concluso nulla: le lontane origini infantili della pedofilìa di Humbert, e i veri contenuti dei suoi conflitti interiori, rimangono oscuri e non deducibili.
Ma la cosa cambia aspetto se immaginiamo che il libro di Nabokov sia non già la « confessione » di Humbert Humbert, bensì la « fantasia vissuta » di una Lolita scrittrice. Con questo semplice « spostamento d’accento », molto si chiarisce e si giustifica. Se il pernio del giuoco pirotecnico è Lolita, e la vicenda è un suo sogno a occhi aperti, si scopre il contenuto latente del racconto, di là dai veli difensivi iridescenti e dalle elaborate distorsioni con cui l’Autore, certo senza saperlo, lo ha protetto e ricoperto.
Secondo il filo di questa ipotesi, Lolita si allinea disciplinatamente fra tutte le bambine di questo mondo, che a una certa età, come ha mostrato Freud, vorrebbero eliminare la madre, e avere il padre in esclusiva. È questa la situazione infantile (con facili e frequenti « derivati » puberali) che alcuni chiamano «complesso di Elettra», mentre Freud, più semplicemente, la denomina « complesso edipico femminile ». Il fatto che nell’adulto queste fantasie non siano più presenti (salvo eccezioni) e provochino, anzi, meraviglia e ripugnanza, è dovuto ai meccanismi difensivi della rimozione, dello spostamento, e della sublimazione.
Lolita – nel romanzo omonimo – vive ed attua una fantasia edipica, in cui le sole superficiali alterazioni difensive sono la morte per incidente della madre, e la sostituzione della figura del padrigno a quella del padre. Il resto – eliminazione della madre, seduzione paterna, rapporti erotici e vita intima col padre – corrisponde perfettamente alle fantasie e ai desideri già menzionati. Se la nostra ipotesi è giusta, Lolita è un’ennesima variazione, particolarmente brillante, su un tema universale; e l’Autore è riuscito abilmente a mascherarla, polarizzando l’attenzione di chi legge sulla psicologia del protagonista, e facendo della nymphet praticamente un oggetto, anziché un soggetto, di esperienze e di avventure psicologiche
Qualche volta, quando uno studioso imbrocca la soluzione – o quella che gli appare tale – di un quesito, le conferme non si fanno attendere. Le nostre non molto ordinate peregrinazioni letterarie ci avevano fatto imbattere, anni or sono, in un libro attribuito con buon fondamento al Conte di Mirabeau: Le rideav. levé, ou l’éducation de Laure. Abbiamo avuto occasione di rileggerlo pochi mesi fa. Si tratta – avvertiamo subito – di un’opera che i librai non tengono in deposito, e che si ristampa soltanto in edizioni private. Il suo contenuto, infatti, è tale da far apparire Lolita (cui pure fu abbondantemente rivolta l’accusa di pornografia) come un testo di lettura per le scuole medie inferiori.
Le rideav levé, in uno stile tanto sbrigativo e poco curato quanto quello di Lolita è lavorato e adorno, è praticamente la vicenda a tre che già conosciamo – ma vista e raccontata in prima persona dalla ragazzina. La madre di Laura muore quando la bimba ha dieci anni. Rimasta sola col padre (che in un secondo tempo si saprà essere non il padre carnale, ma quello putativo), Laura è oggetto delle sue amorose carezze. Verso i dodici anni (l’età di Lolita), il padre le dà una giovane governante, Lucette. Laura sorprende gli amplessi dei due, e ha col padre rapporti intimi anche se incompleti. Ne rimane poi l’amante en titre per diversi anni, anche dopo che la governante è stata a sua volta eliminata (Lucette a un certo punto parte, e muore). Tutto il romanzo non è che un succedersi di scene e di racconti erotici. Le vicende e i personaggi secondari contribuiscono a surriscaldare l’atmosfera di questa particolare, irresponsabile e felice « vita col padre » – quel padre che Laura continuamente chiama con i più dolci appellativi, « mon papa, le plus tendre et le plus aimable des pères, et en même temps le plus chéri… ».
Vi è stato dunque chi, sia pure a scopi libertini, ha tradotto in opera letteraria i desideri e le situazioni psicosessuali del complesso edipico femminile con un minimo di distorsioni e di censure (anche qui, le sole variazioni rispetto allo schema di fondo sono la morte naturale della madre di Laura, e la sostituzione del padre vero, che è una figura praticamene inesistente, con il « papa chéri » putativo). Che di là da queste tutt’altro che innocenti e appena velate rappresentazioni ci fossero le crude fantasie scoperte da Freud, nessuno, crediamo, potrebbe seriamente dubitare. C’è stato persino chi ha rimproverato Mirabeau di non avere avuto più coraggio, di non aver detto le cose ancora più chiaramente! E chi poteva essere costui, se non l’eversore dichiarato di ogni morale e di ogni legge, il divino o Marchese di Sade? Commentando una serie di libri libertini, l’autore di Juliette fa giudicare, dalla sua stessa eroina, il romanzo di Mirabeau nel modo che segue: … «…Produzione completamente sbagliata a causa di false considerazioni. Se l’autore avesse dichiarato l’uxoricidio che lascia supporre, e l’incesto intorno a cui gira continuamente senza mai confessarlo… il lavoro, pieno d’immaginazione, sarebbe stato delizioso: ma coloro che tremano mi esasperano, e preferirei cento volte che non scrivessero affatto, piuttosto che darci delle idee a metà ».
Parole illuminanti! Nel suo – spesso – chiaroveggente cinismo, Sade ha strappato d’un colpo il tenue rideau che ancora separava la vera Laura edipica o delle fantasie di Mirabeau da quella – appena più tollerabile – del romanzo. Senz’ombra di cinismo, ma con la serenità e le conoscenze analitiche che a Sade mancavano (l’apparente freddezza e la lucidità di Sade son quelle dell’ossessivo monomaniaco), noi riteniamo di aver tolto qualche velo a Lolita, riportandola a una dimensione e a uno stile meno disegnati e più umani.
EMILIO SERADIO

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