Le difficoltà quotidiane nell’educazione del bambino
(Schizzi psicologici)
Estratti dai n. 1-2-3 -4-5-6-7-10 del 1962 de
Il Giornale dei Genitori
Il perché del dito in bocca

Ho in mente due scene diverse, ma con protagonisti molto simili. Si tratta di due bambini di circa venti mesi, entrambi addormentati. Il primo è stato sgridato e strapazzato perchè seguitava a tenere il dito in bocca: dorme d’un sonno agitato e ha ancora tracce di lacrime sul visetto. Il secondo ha in bocca non già un dito solo, ma tre, e la sua espressione è altamente soddisfatta.
La prima scena si svolge in un’abitazione di lusso d’una città moderna: potrebbe essere Roma come Milano o come Vienna. La seconda accade in un villaggio – degli Abruzzi oppure del Bengala. Vien fatto di chiedersi da quale parte stia la « civiltà »!
Ma allora – dirà qualche mamma -dovremo lasciare che i bambini continuino nelle loro cattive abitudini senza intervenire mai?
Ecco: questa delle « cattive abitudini » è proprio una cosa che vorrei discutere. Secondo me, gli adulti sono troppo facilmente propensi a definire « cattive abitudini » ogni atto o atteggiamento del bambino che a loro non vada a genio.
Troppo spesso si dimentica che i bambini vengono al mondo con un patrimonio d’istinti e di tendenze che non sono stati né voluti né creati da loro. Questi istinti aspirano a una soddisfazione immediata e assoluta; mentre sin dall’inizio della vita, e anche nel migliore dei casi, tale soddisfazione viene limitata e talvolta vietata. Che cosa fa allora il bambino? Cerca, come può, delle soddisfazioni sostitutive. Se l’adulto si oppone sistematicamente anche a quelle, il bambino non può non risentirne del danno.
Ricordiamoci che succhiarsi il dito non è soltanto una manifestazione di fame o di sete non soddisfatta. Forse che molti adulti convenientemente nutriti non fumano o non masticano gomma americana? Nel bambino fino a un anno, e anche un po’ più oltre, le labbra e la bocca sono una zona importantissima per la soddisfazione di certi istinti e il deflusso delle relative tensioni psichiche. La psicoanalista ungherese Alice Balint riferisce d’un bambino che si metteva il pollice in bocca ogni qualvolta doveva aspettare il ritorno del padre o l’arrivo d’un giocattolo. Una madre, che voleva togliere alla sua bimba di due anni e mezzo l’abitudine di succhiarsi il dito, le chiese perchè facesse ciò e la bimba rispose:
« Questo… è la mamma ». Come si vede, l’atto in questione ha un significato e un valore altamente psicologico: può essere un mezzo con cui il bambino cerca di rimediare a una situazione sgradevole, di consolarsi di quella che gli sembra l’ostilità del mondo circostante. Come non tener conto di tutto questo nel nostro atteggiamento di adulti verso i piccoli?
Certo, se si permettesse al bambino di sfogare sempre e comunque i suoi istinti, senza intervenire, potrebbe accaderci a un certo punto di trovarci di fronte non a un essere civile ma a un selvaggio. E io non intendo qui discutere sul reale valore di quella che noi chiamiamo così orgogliosamente la nostra « civiltà », né pormi il quesito se certi aspetti di questa civiltà siano proprio tanto apprezzabili o se non siano stati ottenuti a troppo caro prezzo. Sta di fatto che l’accettazione anche dei più ovvi criteri di civiltà implica la rinunzia a molte soddisfazioni degli istinti, ed è questo, in fondo, ciò a cui mira ogni forma di educazione. Di un piccolo selvaggio, com’è il bambino al suo nascere e nei primissimi tempi della sua vita, noi dobbiamo effettivamente fare in pochi anni un piccolo civilizzato, un « ometto » o « una donnina ». Ecco, in fondo, ciò che spinge gli adulti a chiamare « cattive abitudini” tante manifestazioni degli istinti infantili. Ma… est modus in rebus.
Cerchiamo di vedere le cose un po’ dall’interno, e rendiamoci conto che il togliere una « cattiva abitudine » a un bambino richiede una buona dose di abilità e di tatto. Gli istinti che credessimo di poter semplicemente obliterare in realtà non sono cancellati, e le conseguenze di un intervento troppo radicale non mancherebbero di farsi sentire in un’età più avanzata.
Tutto questo può far apparire il compito dell’educazione terribilmente complicato e irto di responsabilità. Apparirà però assai meno terribile se ci sforzeremo di adottare un criterio meno impulsivo e più psicologico.
Anziché sgridare o punire il bambino che si succhia il dito, o che rompe qualche oggetto, o che non riesce a tenersi pulito, chiediamoci, in primo luogo, il perchè del suo comportamento. Cerchiamo di valerci, per scopi migliori e progressivi, di quella stessa possibilità che abbiamo notata nei bambini, di sostituire una soddisfazione con una altra. Dirigiamo, senza averne l’aria, i suoi istinti, anziché tentare di bloccarli. Anche il bambino ha una sua vita psichica segreta, che si può tuttavia capire con un po’ di scienza e con molto amore.
Quando si capisce, per esempio, che un bambino rompe o sporca quel che gli capita sotto mano perchè ha sentimenti ostili verso qualcuno, bisogna, prima di tutto, cercar di capire contro chi è diretta questa ostilità e per qual motivo. In secondo luogo, se si tratta, come accade spesso, di moti di gelosia o d’invidia, occorre rassicurarlo, e destare in lui la piena convinzione che non gli si vuol meno bene, per il fatto supponiamo – che è sopraggiunto un fratellino o una sorellina. E in terzo luogo, dopo avergli dato, mediante l’amore, il più efficace antidoto ai suoi istinti distruttivi, si dovrebbe cercare di deviare gli istinti stessi verso azioni meno incomposte e di un più alto livello. Spesso si è visto che un bambino al quale si regalano delle matite colorate e che si mette a far dei rozzi disegni sui fogli d’un quaderno, diventa meno disordinato e si sporca meno. Naturalmente, ogni caso andrebbe considerato a parte, perchè i problemi che possono sorgere sono praticamente infiniti. In conclusione, occorre considerare gli istinti del bambino non già come forze di per sé antagonistiche a ogni forma di viver civile, ma come energie naturali e preziose che, ben capite e ben indirizzate, possono acquistare un immenso valore in un senso altamente costruttivo e sociale.

Il bambino a cronometro

Uno dei problemi che più occupano e preoccupano oggi genitori, insegnanti e pedagogisti è quello della « libertà » del bambino: tema inesauribile, che è stato molto studiato e al quale un noto psicoanalista, il Wittels, ha dedicato un intero volume, intitolato appunto «La liberazione del bambino».
I moderni orientamenti pediatrici hanno liberato il bambino da molte costrizioni fisiche – fasciature aderenti, legami e impedimenti vari dell’abbigliamento -, riconoscendone tutta l’irrazionalità e pericolosità. Ma non si sono altrettanto preoccupati, mi sembra, delle costrizioni psichiche, spesso non meno pericolose, e quasi sempre altrettanto irrazionali.
Prendiamo un esempio tipico della vita quotidiana: la pedanteria nell’alimentazione. Certe esigenze della vita moderna hanno imposto agli adulti i pasti a ore fisse, e ciò può avere i suoi vantaggi. Tuttavia, almeno per un certo periodo, è opportuno applicare questa norma al bambino con molta elasticità e prudenza: criterio che viene invece spesso totalmente ignorato. Genitori ed educatori sembrano talvolta, anzi, mettere un particolare impegno nel regolare l’alimentazione del bambino a cronometro. Questo può avere sgradevoli conseguenze sia sul piano fisico, sia su quello psichico. Sul primo, perchè l’esperienza insegna che mangiare per forza, e quando non se ne ha voglia, disturba i processi digestivi. Sul secondo, perchè ciò può ingenerare nel bambino sia moti di ribellione, con conseguenti sgridate e relativi sentimenti d’insoddisfazione o di colpevolezza, sia meccanismi d’identificazione eccessivi rispetto all’« autorità », i quali più tardi potranno a loro volta determinare tratti troppo rigidi e iperscrupolosità nel carattere.
Molti errori analoghi di comportamento si compiono quando si tratta di altre attività del bambino: pulizia, riposo, studio. Tutti abbiamo presente la figura del bambino « stile Ottocento », il bambino modello di cui genitori e maestri vanno orgogliosi, il bambino la cui vita è regolata come un orologio, sempre puntuale, ordinato, corretto, obbediente, educatissimo. Che un bambino simile sia « comodo » per i genitori e per gli adulti, nessun dubbio! Ma sarebbe interessante vedere a quale prezzo tutto ciò è stato ottenuto. In moltissimi casi, tali bambini sono destinati ad accrescere il vasto numero dei nevrotici nell’età adulta; sono dei candidati alla nevrosi ossessiva, o a serie nevrosi di carattere, per cui la loro vita, « costretta » esteriormente all’inizio, si svolgerà poi secondo linee di condotta anguste e abnormi e sarà notevolmente infelice.
Abbiamo, in principio, parlato di libertà. Ma in quale senso va intesa questa libertà? Non certo di libertà incondizionata, di anarchia. Psicologicamente, l’anarchico non è affatto un uomo «libero». Il tipo psicologico dell’anarchico è quello d’un individuo internamente instabile, che non ha saputo superare e risolvere alcuni gravi motivi polemici infantili, che è tuttora oppresso da un’ «autorità» interna troppo severa – per cui potrà, in casi estremi, «proiettare» questa autorità all’esterno e attaccare violentemente un uomo o un’istituzione. Ciò non accadrà mai nell’uomo interiormente « libero », ossia privo di gravi conflitti inconsci.
Il bambino che non viene smodatamente « costretto » in fasciature mentali e morali, trova poco a poco da sé, attraverso il continuo contatto con la realtà, un suo equilibrio psichico, ossia quella « libertà » che è compatibile col vivere sociale. Qualsiasi pedagogista o psicologo modernamente orientato, potrebbe descrivere certi bambini « rompitutto » e indisciplinatissimi, che i genitori, disperati, accompagnano ai consultori psico-pedagogici o, nei paesi in cui vi sono specialisti del ramo, da un esperto di psicoanalisi infantile. A un esame approfondito, questi bambini rivelano una situazione interna del tutto inconciliabile con l’idea di «libertà». Sono spesso bambini che cercano in modo tanto inconsapevole quanto irresistibile, di essere puniti: segno evidente che la loro « costrizione » interiore è grave e intollerabile, che la loro normale aggressività si è rivolta sostanzialmente contro di loro, e ch’essi tendono non tanto a recar danno agli altri quanto a colpire sé stessi.
Non sempre però la spiegazione è questa. In altri casi, meno gravi, il comportamento irregolare del bambino può essere semplicemente, e transitoriamente, una reazione a fenomeni di ambiente che lo turbano o lo rendono irrequieto. Se il bambino non riceve, per esempio, tutto l’amore e le cure che vorrebbe, se ritiene, più o meno inconsciamente, d’essere trascurato, può esprimere indirettamente la sua protesta e il suo bisogno d’attenzione attraverso atti che richiamino, in qualsiasi modo e a qualsiasi prezzo, quella attenzione. Neppure questi si possono definire bambini « liberi ». Anche in loro agiscono determinanti e costrizioni invisibili. La loro indisciplinatezza è una pseudo-libertà. Un ragazzino di mia conoscenza, trascurato dalla famiglia, faceva il rompicollo per la strada, esponendosi a dannosi incontri e a rischi obiettivi. Consigliai al padre di andare sovente a spasso col bambino, d’interessarsi ai suoi pensieri e al suo mondo, e di non occuparsi, per un certo tempo, delle sue « uscite » per la strada. Il risultato fu che l’interesse del bambino si spostò gradualmente, e che le passeggiate col padre gli diventarono, in complesso, assai più gradevoli dei suoi sfoghi precedenti. Continuò, è vero, a giocare coi suoi coetanei – il che era del tutto naturale – ma con minor frequenza e, soprattutto, con assai minore virulenza e pericolosità.
Parlando di « libertà » e « costrizione» ho considerato questi termini non tanto in rapporto ai nostri atteggiamenti coscienti, quanto rispetto ai motivi inconsci, per cui a una vera libertà interiore corrisponde un comportamento « frenato » e coordinato, mentre a gravi « costrizioni » interne può corrispondere un comportamento inibito e nevrotico, che produce sempre sofferenze individuali, e conduce anche, talvolta, ad atti irragionevoli, e quindi a danni maggiori o minori per l’ambiente e per la società.

La voce della coscienza

Ho ricevuto recentemente una lettera in cui una giovane madre mi chiede come mai molti bambini, in età abbastanza precoce, manifestino un certo senso di autocritica e qualche volta addirittura sentimenti di colpevolezza rispetto a certi loro impulsi, senza che i genitori siano intervenuti a frenare o disapprovare gli impulsi stessi.
Mi sembra che la domanda abbia una notevole portata psicologica e forse anche filosofica perchè equivale, né più né meno, a chiedersi in qual modo sorga la coscienza morale.
Non credo, intendiamoci, che la psicologia possa, da sola, risolvere un problema così vasto: ma essa può per lo meno illuminarne qualche aspetto. E’ perfettamente vero che il periodo di vita in cui il bambino assume, di fronte alle persone o gli oggetti che lo circondano, atteggiamenti di pura azione e reazione, senza che altri elementi intervengano nel giuoco dei suoi impulsi, dura un tempo assai breve; e non c’è bisogno di speciale acume psicologico per notare come questo periodo tenda ad abbreviarsi sempre più nelle società civilizzate. In queste non è affatto raro vedere bambini anche inferiori ai tre anni i quali si comportano, in determinate circostanze, non già sulla falsariga della semplice e diretta influenza delle cose o delle persone che li circondano, ma come se, già in quella tenera età, avessero « fatto proprie » talune delle tante esortazioni, esempi, proibizioni o concessioni, che sono partite da coloro che li hanno in cura.
E non si tratta semplicemente di un modo automatico di comportarsi, come di chi, una volta scottato, impara da sé a non accostarsi al fuoco – di un fenomeno, come oggi lo si chiama, di «riflessi condizionati». E’ difficile stabilire in quale momento questi automatismi di comportamento a cui alludeva la madre, si trasformino in qualche cosa di più complesso, qualche cosa che non possiamo constatare negli animali. Fatto sta che nel bambino, a un certo punto, sorge, sia pure in modo incerto ed elementare, un nucleo di auto-coscienza. Non già che un bambino di 3 o 4 anni possa proporsi dei veri problemi morali! Ma in lui è presente un qualche cosa, come una « voce interna », che di quando in quando si fa sentire. E’ quella che l’intuito popolare tradizionale ha chiamato appunto la « voce della coscienza ».
E certo l’espressione non è stata inventata per caso. L’immaginazione popolare avrebbe potuto, altrimenti, chiamarla genericamente « guida », « consiglio », o che so io. Ma non si tratta ancora, appunto, d’una guida morale interna nel senso adulto del termine. E’ proprio una « voce »; la quale, io penso, assomma in sé molte voci un tempo esclusivamente esterne. In fondo, è attraverso la voce della madre che il bambino riceve i suoi primissimi insegnamenti, i « messaggi » del mondo che lo attornia. Poi, altre voci si aggiungeranno, e si fonderanno con quella. Il bambino, poco a poco, le condensa e le fa sue. La « voce della coscienza », quindi, è proprio, a mio avviso, il risultato della fusione e della incorporazione delle diverse « voci » effettive – voci d’incoraggiamento, di minaccia, di divieto, ecc. – che il bambino ha realmente sentito e che, mentre grado a grado si va rendendo autonomo dai genitori, verrebbe tuttavia così portato ad ascoltare e seguire ancora. Tutta una serie di osservazioni, compiute per buona parte direttamente sui bambini, hanno confermato questa ipotesi. Il distacco progressivo del bambino dai primi, importantissimi oggetti del suo amore, da coloro la cui influenza orienterà tutta la sua vita futura, avviene a una condizione: quella che esso, per così dire, ne porti con sé una rappresentanza. Mentre nella primissima infanzia il bambino, non appena l’influenza immediata del babbo o della mamma cessa, dà corso senza inibizioni ai suoi desideri, già prima del terzo anno di vita tale influenza, nella forma già descritta, perdura più o meno anche quando essi sono assenti. La voce dei genitori seguita a farsi udire dall’interno, e automaticamente. Il bambino, per dir così, ha « ingerito », ha fatto suoi gli ordini e i divieti ricevuti dal padre e dalla madre, e li ha resi una parte essenziale di sé stesso.
Si tratta quindi d’un meccanismo normale in tutti i bambini, quale fase transitoria ed evolutiva del formarsi d’una più elevata coscienza. Nell’adulto, la « voce della coscienza » è un momento superato di tale formazione, e la ritroviamo, nei suoi aspetti primitivi, solo in casi patologici; per esempio, in certe forme di alterazione mentale, in cui quello che nel bambino più grandicello, e poi nell’individuo normale, seguita a essere un indirizzo normativo, senz’alcun carattere ossessionante o persecutorio, assume una vera e propria forma di allucinazione auditiva. Allora la « voce » sembra effettivamente risuonare di continuo agli orecchi dell’ammalato, e sottolineare con vario accento pressoché ogni atto della sua vita.
Altre forme, oscillanti tra il normale e il patologico, sono quelle in cui la « voce » (o addirittura l’immagine di uno dei genitori o di altra persona autorevole, o di un individuo che si sa o si crede di aver danneggiato) si manifesta all’autore di un determinata azione colpevole. Tale motivo, come si sa, è stato largamente sfruttato da drammaturghi e da romanzieri: basti pensare alla «Teresa Raquin» di Zola. Si tratta di quella che un noto psicoanalista italiano, Edoardo Weiss, ha chiamato felicemente la « presenza psichica ».
« Voce della coscienza » e « presenza psichica » sono dunque due aspetti di un medesimo processo, per cui l’individuo, già in epoca molto precoce della sua vita, tende, inconsapevolmente, a conservare dentro di sé la personalità di questa o quella persona amata, o di altra che con questa o quella possa in qualche modo identificarsi. Tali processi sono, a mio avviso, da annoverarsi fra i gradini iniziali della scala che conduce alla formazione, nell’individuo più maturo, di una vera e salda coscienza morale.

Quando dicono le bugie

Quello del « bambino bugiardo » è un argomento che occupa, e spesso preoccupa, molte madri. Pochi giorni fa una giovane mamma mi raccontava, con tono assai ansioso, che la sua bambina di nove anni le aveva narrato di essere stata quasi investita da un autocarro mentre usciva dalla scuola con due compagne. In realtà, come fu poi appurato, le altre bambine avevano visto benissimo il veicolo che si avvicinava, e avevano molto naturalmente trattenuto la loro piccola amica dall’attraversare la strada in quel momento. Non era questo – mi disse ancora la mamma ansiosa – il primo caso in cui la bambina s’era compiaciuta in simili racconti!
Che cosa fare? Sgridarla? Punirla? Esortarla? Far finta di nulla?
Mi sembra che, prima di provare a dare una risposta, convenga chiedersi che cos’è in sostanza la bugia, e in particolare la bugia infantile.
Esistono intanto molti tipi di bugie con molte e differenti motivazioni. Diciamo subito che la stessa nozione di « verità » è, psicologicamente, piuttosto incerta, anche quando non sia in giuoco la buona fede di alcuno. Basta leggere uno dei tanti studi che sono stati fatti sulla « psicologia della testimonianza ». Su cinquanta persone che assistono a una scena qualsiasi, pochissime la raccontano come effettivamente si è svolta; tutte le altre inventano o dimenticano particolari, abbelliscono, deformano, creano di sana pianta cose o personaggi. Dicono insomma un sacco di bugie, sia pure senza cattive intenzioni!
Ma se i limiti della veridicità sono così poco netti anche per un adulto, non lo saranno ancor meno per un bambino? Più dell’adulto, il bambino è portato non solamente a dire, ma anche a ritenere vero ciò che vorrebbe fosse vero, ciò che desidera, e perciò spesso le sue « bugie » non sono veramente tali. Se un bambino, giocando, si mette a caracollare e dice di essere un cavallo al galoppo; oppure si adorna delle penne di un pollo e proclama di essere il gran Capo Aquila Bianca, certo non gli diremo che è un bugiardo. Allo stesso modo, e per analoghe esigenze, il bambino potrà raccontare d’essere stato in India a caccia d’elefanti; oppure, più semplicemente, di aver avuto per strada esperienze o incontri interessanti e drammatici. In tutti questi casi egli, in certo modo, mentisce: ma mentisce in un senso molto più vicino alla stessa origine della parola mentire, che viene dal latino mens e vuol dire, propriamente, fare opera d’intelligenza e d’invenzione.
Mi sono occupato sinora del tipo più corrente e comune, e in genere anche più scusato e perdonabile, di quell’alterazione della verità che è propria di tanti bambini. Ma consideriamo adesso anche la menzogna propriamente detta, e cioè la deliberata e consapevole deformazione o invenzione di cose e di circostanze. Essa è dovuta, secondo lo psicoanalista Allendy che ne ha fatto oggetto di un suo studio, a quattro ordini di cause: sentimento, d’inferiorità, sentimento di colpa, aggressività e desiderio di cose altrimenti non ottenibili.
Le bugie prevalentemente innocue che ho ricordato sinora appartengono al primo gruppo: il bambino, cioè, si immagina protagonista di cose straordinarie e « grandi », appunto perchè si sente inferiore e « piccolo », e vorrebbe non esserlo. Al sentimento di colpa sono dovute le bugie mediante le quali il bambino cerca di negare o di compensare pensieri o azioni che gli sembrano – e a volte a torto – meritare una riprovazione o un castigo. Le bugie aggressive, quelle con cui il bambino tende a nuocere a qualcuno, andrebbero considerate caso per caso, poiché varie volte si è potuto accertare che esse traducono, per così dire, simbolicamente un conflitto interiore del piccolo bugiardo, il quale condanna così in altri tendenze o azioni immaginarie che esistono potenzialmente in lui, e che egli disapprova. La bugia dovuta al desiderio di ottenere e possedere fa parte, infine, di quella mancanza di accettazione completa della realtà, e di quella relativa debolezza dell’Io, che troviamo in grado maggiore o minore in tutti i bambini, e – ahimé! – anche in tanti adulti.
Credo che esistano ben pochi bambini nei quali siano completamente assenti i meccanismi psicologici di cui ho parlato. Quanto al « bugiardello » per definizione, ebbene, esso è un bambino rimasto indietro nel suo sviluppo psico-emozionale e nel suo contatto con la realtà. E’ un « arretrato affettivo » – anche se la sua intelligenza è normale secondo i più comuni metodi di valutazione psicologica. Nei casi più seri, ciò che occorre fare non è dunque sgridare o punire il piccolo bugiardo, ma accertare i motivi che lo costringono in una situazione penosa di tensione psichica, e che lo portano a cercare nella bugia una qualche soluzione ai suoi problemi.
Questi motivi possono essere i più vari: insoddisfazione rispetto all’ambiente e, in particolar modo, verso i genitori o gli educatori; desiderio inappagato di amore, d’interesse, di considerazione; sentimenti di rivalità e di inferiorità nei riguardi di fratelli o di coetanei; e, infine, veri motivi nevrotici, come gravi sentimenti di colpa e bisogno inconscio di punizione.
E qui vorrei dire, ancora, che prima di condannare e punire un fanciullo bugiardo, gli adulti dovrebbero fare un piccolo esame di coscienza. Hanno essi veramente educato il bambino a dire la verità? Non lo hanno posto essi stessi, a volte, quasi nella necessità di difendersi con la bugia? Non gli hanno mentito essi stessi in varie occasioni, sia per loro comodità, sia nell’intento di destare in lui apprensioni, e repressioni di tendenze? Se avessimo tutti il coraggio di compiere questo autoesame, credo che non avremmo più quello di biasimare chi, tanto meno consapevole, ha mentito a noi. In linea di massima, io consiglierei agli adulti di considerare la bugia d’un bambino come una specie di giuoco: mostrandogli che non la si prende sul serio, né per accettarla come verità, né per farne oggetto di riprovazione. Il bambino comprenderà così che la bugia non è un crimine, bensì una puerilità, che viene tollerata da chi è consapevole della sua età immatura.
Nello stesso tempo, e cominciando col dargliene l’esempio, si insegnerà al bambino a preferire la verità, così come gli si apprende poco a poco ad anteporre il contatto con la vita reale alle sue fughe nel mondo dei sogni e delle fantasie. Solo nei casi più gravi, e che rivelino una situazione psichica nettamente anormale, si potrà con profitto consultare lo psicologo o lo psicoanalista.

La paura

Una lettrice mi scrive preoccupata perchè il suo bambino di otto anni e mezzo « ha paura del buio ». Capirei – scrive – se il bambino temesse di avventurarsi da solo, nel buio, in luoghi sconosciuti; ma che cosa può intimorirlo in casa, dove tutto gli è noto e familiare?
Cercherò qui di rispondere a questa e ad altre simili preoccupazioni inerenti al problema del « bambino pauroso ».
Dirò anzitutto che, quando parlo di bambini che hanno paura, mi riferisco beninteso a paure che consideriamo in genere sproporzionate o irragionevoli ossia a quei timori che, in casi estremi, vanno sotto il nome tecnico di fobie, e che affliggono non soltanto i bambini ma anche gli adulti.
Non credo che si possa adottare alcun criterio veramente obiettivo per distinguere una paura irragionevole da una paura, diciamo così, normale. Naturalmente quello a cui di solito ci si riferisce è il sussistere o meno di un pericolo reale, cosicché consideriamo normale aver paura, e scappare al più presto di fronte a un leone in libertà, mentre consideriamo anormale aver paura d’un innocuo gattino. Tuttavia questo criterio, valido in casi clamorosi come quelli citati, non è più tanto sicuro in altri casi, in cui si ha l’impressione di trovarsi di fronte a sorgenti di paura non propriamente obiettive, ma che l’uomo anche normale non riesce di solito a considerare tali. Prendiamo pure la paura del buio. Chi escluderebbe di poter provare, se non proprio paura, una certa dose di apprensione trovandosi di notte, solo, in un bosco, pur sapendo che non vi sono, in quel bosco, pericoli reali? Ciò sembra indicare che, accanto alla paura obiettiva e normale di fronte a pericoli reali, l’uomo può sentirsi impaurito anche in altre situazioni. E’ perciò ormai diffusa in psicologia la nozione dell’angoscia, che contraddistingue appunto l’emozione che si prova di fronte a pericoli vaghi, e sovente immaginari.
La paura del buio appartiene appunto a questo secondo tipo. Essa fa parte di quelle angosce che vorrei chiamare ataviche, perchè sembrano riferirsi alle situazioni più tipiche e primordiali della specie. Per diecine di migliaia di anni, l’uomo primitivo ha trovato nel buio le più temibili insidie, e sin dai tempi più antichi ha perciò identificato, anche in sede religiosa, l’oscurità col male e la luce col bene.
Il bambino che ha paura del buio, o che ha altri timori che noi giudichiamo irrazionali, si comporta, più o meno, come un primitivo. Occorre molto amore e molta comprensione perchè la ragionevolezza, in lui, possa infine prevalere sulle sue reazioni indiscriminate di difesa. Al pari del selvaggio, il bambino piccolo è incline a un’interpretazione « animistica» del mondo: vede cioè facilmente, negli oggetti, moti intenzionali e propositi ostili. Ricordo, a questo riguardo, un breve cartone animato di Disney, nel quale, di fronte a un bambino, solo in una stanza, le forbici, i fiammiferi e altri oggetti circostanti si animavano, e assumevano espressioni tutt’altro che rassicuranti! Gli artisti hanno sempre eccellenti intuizioni psicologiche anche se poi spetta ad altri sistematizzare ed enunciare scientificamente ciò che essi hanno intuito.
Più di una volta mi è stato chiesto se certe eccessive paure infantili non possano essere, se non proprio determinate, almeno favorite da fiabe e racconti inquietanti. Disney ha ben poche colpe del genere sulla coscienza. Ma che dire delle fiabe in cui compaiono orchi divoratori di fanciulli, streghe malefiche, lupi famelici e via discorrendo? Gli effetti deleteri di simili racconti e letture sono stati sin troppo sottolineati perchè si debba ancora insistervi. Ed è sconfortante constatare che ancora oggi molti genitori ed educatori non rifuggono dallo spaventare i bambini con le minacce dell’uomo nero e del lupo mannaro, o addirittura col chiuderli in uno stanzino o in soffitta. Poi, magari, gli stessi adulti che hanno adoperato questi mezzi così deplorevoli nell’educazione, si meravigliano che il bambino, divenuto un po’ più grandicello, abbia una disposizione alla paura alquanto superiore al normale!
Bisogna quindi, in primo luogo, astenersi dallo spaventare i bambini, in secondo luogo, cercar di comprendere i motivi specifici che rendono pauroso un bambino – motivi che possono essere solo in parte coscienti. Occorre dunque tener conto delle disposizioni naturali ed ereditarie cui ho accennato all’inizio, e poi rivolgere la propria attenzione agli eventuali motivi individuali, consci e inconsci. Il bambino può avere vari tipi di problemi non risolti, la cui espressione cosciente è la disposizione all’angoscia, o la paurosità, o un particolare tipo di fobia. Qui, naturalmente, entriamo in un campo che non è più di pertinenza del padre o della madre, bensì dello psicologo o dello psicoanalista. E vorrei ricordare che la prima, storica applicazione della psicoanalisi a un caso di nevrosi infantile fu quella che ne fece Freud, più di cinquant’anni fa, occupandosi precisamente di un « bambino pauroso », il quale aveva improvvisamente contratto una fobia dei cavalli.
Ma, nella maggioranza dei casi, come ho indicato, non sarà necessario ricorrere a una vera e propria psicoterapia. L’amore e la comprensione, oltre che preparare e fortificare la delicata psiche del bambino, costituiscono anche rimedi efficacissimi qualora questa psiche sia, per motivi vari e correnti, scossa o turbata.

La pigrizia

Ai tipi di bambini che spesso destano serie preoccupazioni nei genitori e negli educatori, al bambino bugiardo, al bambino pauroso, di cui ho parlato negli articoli precedenti, si affianca oggi un altro bambino-problema: quello che non ha voglia di far niente, quello che preferisce di gran lunga i viali del parco pubblico alle aule scolastiche.
Può darsi che in qualche caso il bambino svogliato si adagi passivamente nel suo comportamento negativo e ozioso e sembri trarne piacere. Ma in molti altri casi troviamo, invece, che il bambino stesso non è per nulla soddisfatto del suo stato; e che, anche se si mostra noncurante degli zeri dei maestri e dei rimbrotti dei genitori, in realtà soffre di non essere come quei coetanei che gli vengono continuamente proposti a esempio.
Perchè – ci si chiede allora – seguita a fare lo scansafatiche? E’ proprio questo il problema. Molte volte, i genitori e i maestri non sembrano neanche pensarci. Il bambino è pigro, è svogliato? Male, malissimo! E lo si punisce, si cerca con ogni mezzo di sospingerlo a fare come gli altri. Talvolta questi interventi, a chi consideri le cose un po’ più in profondità, fanno la stessa impressione che si ricaverebbe vedendo frustare un cavallo zoppo, o esortare un balbuziente a far l’oratore.
E chi dice che in certi casi la pigrizia non sia, se non una malattia vera e propria, un suo esponente o una sua conseguenza? Ricordo che un bambino fu considerato per lungo tempo come un pigrone, mentre si trattava di un caso piuttosto serio d’insufficienza tiroidea. In altri casi il bambino può avere un difetto dell’udito o della vista; e in altri ancora la sua svogliatezza può essere addirittura il segno premonitore di una malattia mentale.
In tutti questi casi, sarebbe stato necessario, in primo luogo, fare esaminare il bambino da un medico. Ed è facile immaginare quale impressione la scoperta della malattia avrà destato in coloro che avevano, magari per anni, ignorato la situazione, e trattato il bambino a suon di rimproveri, se non peggio! E’ necessario ricordare che i bambini, sino a una certa età, non riescono a prendere esatta conoscenza delle loro infermità, e a segnalarle da soli – come d’altronde non ci riescono neppure gli adulti. Qualche volta capita anche a un adulto di meravigliarsi della propria svogliatezza e di sforzarsi a lavorare – mentre è in corso di sviluppo un’influenza o una gastro-enterite!
Ma quando la pigrizia non ha una precisa causa organica e non si tratta di un’infermità fisica ignota, che un esame medico, il più delle volte, rivelerebbe senza difficoltà, si dovrebbe cercar di appurare le determinanti psichiche della pigrizia. E queste possono avere vari aspetti, e sollevare problemi diversi.
Per esempio: la svogliatezza improvvisa d’un bambino può essere l’espressione d’una ribellione inconscia contro una situazione o contro determinate persone. Una bambina di mia conoscenza, che aveva sempre riportato buoni voti in aritmetica, cominciò a disinteressarsi di questo studio, e a dire di non capirci nulla, perchè la nuova maestra le era decisamente antipatica. In un altro caso, si trattava di un maschietto, che divenne improvvisamente pigro e svogliato in seguito alla nascita d’un fratellino. Sino a quel momento, i suoi genitori si erano vivamente interessati ai suoi studi, e alla sua attività anche extra-scolastica. Le cure del nuovo arrivato avevano assorbito in parte la loro attenzione. E il primogenito, inconsapevolmente, aveva attuato una specie di… sciopero generale di protesta!
Ci sono però anche casi nei quali la pigrizia del bambino non si manifesta improvvisamente, ma è, per così dire, un modo di essere. Quando ci troviamo dinnanzi a bambini di questo tipo – e qualora si possa escludere una causa organica della loro svogliatezza – ci sarà sempre una situazione di base che impedisce loro di porre nello studio e nell’attività costruttiva una parte adeguata delle loro energie. Il più delle volte, si tratta di condizioni sfavorevoli dell’ambiente famigliare. Un bambino, per esempio, può sentirsi tanto inferiore a un suo fratello o a una sua sorella, considerati eccezionalmente « brillanti », da rinunziare in blocco a quella ch’egli sente come una gara senza speranza. Oppure può trattarsi di bambini i cui sforzi non vengono in alcun modo riconosciuti, perchè i genitori si attendono da loro, come cosa ovvia, risultati eccellenti, e non mostrano di comprendere che il «sei» d’un bambino vale, in proporzione, quanto l’«otto» o il «nove» di un altro. Abbiamo poi casi in cui la pigrizia fondamentale del bambino è un vero e proprio sintomo nevrotico. Questi bambini sono spesso degli arretrati, non già per quel che riguarda l’intelligenza, bensì nei loro affetti e nelle loro emozioni; come si desume spesso dall’interesse che portano a cose e soddisfazioni che sarebbero normali se avessero un’altra età: eccessivo bisogno di dormire, smodato amore per i dolciumi, attrazione persistente verso giochi o svaghi molto infantili, ecc. In altri ancora, infine, i conflitti inconsci non risolti assorbono tanta parte delle loro energie psichiche da renderli pressoché incapaci di occuparsi coscientemente d’altro. Questo fenomeno, del resto, si osserva anche in molti nevrotici adulti ed è paragonabile a quanto può accadere a un imprenditore che investa tutti, o quasi, i suoi capitali in affari improduttivi, e non disponga più del minimo necessario per le sue esigenze quotidiane.
Questi casi più seri sono, beninteso, di pertinenza dello psicologo, e possono essere, se necessario, sottoposti all’attenzione e alle cure di specialisti. Ma, anche nella situazione più ovvia e familiare del « bambino pigro », trovo che è necessario, a un certo punto, rinunziare alle ripetute o inefficaci esortazioni, e proporsi quel tale « perchè? » di cui scrivevo poco fa. La qual cosa – il vedere cioè un problema come tale anziché ignorarne l’esistenza – è poi sempre il primo passo verso la sua soluzione.

Il bambino terribile

Ogni volta che sento parlare del bambino turbolento, del cosiddetto « rompicollo », non posso fare a meno di rievocare un libro che ha divertito due o tre generazioni: « Il giornalino di Gian Burrasca ». Più ancora dell’immortale Pinocchio, Gian Burrasca è l’incarnazione del bambino che « una ne fa e una ne pensa », terrore degli amici di casa e dei vicini, disperazione della madre e della sorella maggiore…
Tutto va bene se i genitori e le sorelle o i fratelli maggiori comprendono quanto di fondamentalmente sano c’è nel loro «terribile» figlio o fratellino. Ma è sempre così?
Naturalmente, la simpatia che possiamo avere per Gian Burrasca dipende da una nostra parziale, inconscia identificazione con lui. Chi non vorrebbe avere l’età in cui può essere lecito e perdonabile adoperare i mobili di casa per improvvisare un fortino contro un’immaginaria tribù selvaggia, o mettere a soqquadro il solaio in cerca del tesoro dei pirati? I guai cominciano quando queste… attività, con tutto ciò che possono avere di distruttivo, colpiscono noialtri: noialtri adulti, voglio dire: e specialmente le mamme o i papà. Allora il bambino che gli altri, questa volta, giudicano con indulgenza, il « simpatico scavezzacollo », diventa oggetto d’ira e, in genere, anche di… sanzioni più o meno drastiche e dirette.
Ma da che cosa dipende, in sostanza, la turbolenza di questi bambini? Credo che sarebbe necessario, anzitutto, vedere se un bambino che viene giudicato turbolento sia veramente tale. Ho avuto spesso l’impressione che certi genitori si siano dimenticati della loro infanzia, e che pensino che il loro bambino è turbolento mentre è, semplicemente, normale. Ma davvero vogliamo pretendere che il ritmo vitale e l’attività di un bambino di sei o sette anni siano quelli di un adulto di quaranta o cinquanta? Francamente, a me sembrerebbe più giustificato preoccuparsi dell’eccessiva quiete, della troppa posatezza di un bambino, anziché della sua chiassosità. Sì, è vero, e l’ho ricordato altre volte, vi sono bambini che a sei o sette anni sono « idealmente » tranquilli, docili, savi e obbedienti: che, cioé, si sono adattati al ritmo e alle abitudini degli adulti. Ebbene, questo non è, secondo me, uno stato di cose desiderabile. Meglio un certo eccesso di turbolenza che questo imbrigliamento, il quale non è che una vera e propria deformazione della natura psichica del bambino.
Vi sono però casi in cui la turbolenza è veramente eccessiva, anche rispetto alla valutazione oggettiva dello psicologo e non a quella… interessata dei genitori. Il caso del bambino che effettivamente non sta un momento fermo, tocca tutto, rompe oggetti, ecc., va considerato, beninteso, variamente a seconda dell’età. Ma in ogni caso, dovremo anzitutto chiederci se queste sue manifestazioni sono sorte improvvisamente o se sono conformi a tutto il periodo precedente – poiché i problemi che sorgono sono molto diversi nell’uno o nell’altro caso. Se la turbolenza del bambino è insorta quasi a un tratto, essa è senza dubbio l’esponente di qualche cosa che ha turbato il suo animo, e contro cui cerca, in modo inadeguato, di reagire, sfogando la sua istintività irrazionalmente. Può darsi, per esempio, che il bambino sia stato sottoposto a costrizioni fisiche, mentali o affettive pressoché insopportabili, e io credo che si debba, caso per caso, cercar di capire che cosa ha potuto disturbare così decisamente il suo precedente equilibrio: se un’ingiustizia che il bambino crede d’aver subito, un’intensa curiosità inappagata, l’ira repressa contro una persona dell’ambiente, ecc. Non è escluso che ci si possa trovare di fronte a veri meccanismi nevrotici, come, per esempio, una inconscia ricerca di punizione: il bambino, cioè, fa il « cattivo » e danneggia cose e persone proprio con lo scopo inconscio di ricevere castighi! Si deve procedere, allora, con mezzi che naturalmente non hanno più nulla a che fare con la semplice restrizione e neppure con gli interventi puramente persuasivi: con mezzi, voglio dire, psicologici e psicoterapici.
Ma anche in quei casi in cui il bambino è stato, più o meno, sempre così, bisogna distinguere tra semplice turbolenza – per eccessiva che possa essere – e veri e propri atti di tipo più o meno delinquenziale. Vorrei rinunziare a occuparmi, in quest’occasione, dell’asociale precoce, e considerare soltanto l’eterno Gian Burrasca, dal quale abbiamo preso le mosse. Io ritengo, contrariamente a quanto pensano taluni pedagogisti, che il meglio che si possa fare sia fornire al bambino turbolento un ambiente nel quale possa dibattersi con la massima libertà e con il minor danno possibile. Cercar di agire sul bambino mentre è turbolento, è secondo me tempo perso; invece, la cosa può presentare maggiori possibilità di successo durante le fasi – che si verificheranno inevitabilmente dopo un prolungato sfogo – nelle quali il bambino sarà più calmo, e avrà maggiori possibilità di controllarsi e di venir controllato.
Che gli educatori, poi, non siano troppo pusillanimi! Non c’è nulla d’impressionante nel fatto che un bambino, dopo essersi sfogato in un’appassionante partita di calcio con i suoi coetanei, torni con un ginocchio spellato o con un bernoccolo in testa. Pazienza! E’ in ogni modo meglio, infinitamente meglio una contusione al corpo che una deformazione dello spirito.
Se invece gli adulti si metteranno a reprimere la turbolenza del bambino con mezzi ingiusti, o eccessivi, rischieranno di ottenere, in luogo di un turbolento, un ribelle, il quale potrà andare ad aumentare il numero degli asociali, mentre avrebbe potuto, prima o poi, incanalare in modo costruttivo il suo sovrappiù di attività istintiva e vitale.
Emilio Servadio

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