Ricordando Freud
Psicoanalisi applicata alla Medicina, Pedagogia Sociologia, Letteratura ed arte Anno II, 1946, n°2

Signore e Signori,
Non senza, emozione mi accingo a rievocare la figura di Freud in questo Congresso. E il mio ricordo va inevitabilmente al già lontano 1939, all’epoca in cui scomparve il grande Maestro. Nessuno in Italia poté segnalare questo lutto della cultura mondiale, giacché non era allora consentito, nel nostro Paese, che il pensiero libero si levasse a salutare un alfiere di libertà o di verità.
In quel tempo io mi trovavo esule in India: commemorai Freud, dopo un mese dalla sua dipartita, di fronte a un pubblico enorme, costituito da Indù, da Maomettani e da Parsi e non fu piccola consolazione per me constatare che il messaggio di Freud, soffocato, in gran parte d’Europa dal bavaglio dell’oppressione, giungeva per mio modesto tramite sino alle sponde di un paese considerato ancora retrogrado; che la fiamma oscurata in Occidente brillava in Oriente con accresciuto splendore. Sono, oggi, esattamente sette anni da quella commemorazione; sette anni che non passarono invano, giacché è finalmente possibile ai cultori delle dottrine freudiane, e ai loro simpatizzanti, riunirsi a congresso nella capitale d’Italia, e porgere omaggio con la presenza e con la parola al fondatore della psicoanalisi.

Esteriormente, la vita di Freud presenta ben poco di notevole. In fondo, gli avvenimenti cospicui della sua carriera, dal punto di vista della curiosità mondana e giornalistica, sono stati due soli: il viaggio compiuto agli inizi del secolo negli Stati Uniti per tenervi un breve ciclo di conferenze, e l’altro viaggio, ben diversamente affannoso ed amaro, per cui già più che ottantenne, dopo l’invasione dell’Austria da parte dei Nazi, Freud dovette
abbandonare Vienna e rifugiarsi esule a Londra. Ricordo il fremito di sdegno che percorse in quei giorni non soltanto noi, suoi seguaci e discepoli, ma tutti coloro che vedevano in Freud una gloria dell’umanità, al pensiero del vegliardo che i nuovi barbari allontanavano dalla Patria, da quella Vienna in cui viveva sin dalla più tenera età, da quella celebre e modesta casa della Berggasse, fulcro e punto di riferimento della più profonda rivoluzione che si fosse operata nella cultura moderna. E se, come credo, sarò perdonato per il mio soffermarmi sui ricordi personali, mi permetterete di menzionare l’incontro ch’io ebbi, dopo brevissimo tempo dall’andata, di Freud in esilio, con la sua figlia Anna, che non avevo più vista dal 1936, e che rividi a Parigi in occasione del XV Congresso Internazionale di Psicoanalisi. Le sue prime parole appena ci incontrammo furono: «Siamo senza patria, siamo apòlidi ». Lo disse pianamente, quasi parlando a se stessa. Quanto a Freud, sapevo già per esperienza ciò che essa mi aveva detto: « Mio padre lavora ». E che altro aveva fatto Freud in tutta la sua vita? Quando gli sgherri in camicia bruna gli invasero la casa a Vienna, egli stesso li guidò nella perquisizione che vollero compiere, e poi li piegò soltanto di lasciargli un po’ di quiete per lavorare. Si decise per l’esilio quando constatò che neppur questo gli sarebbe stato consentito. ····

Ignoro se il paese in cui nacque Freud abbia ripreso dopo, la recente guerra il suo antico nome di Freiberg, o se abbia mantenuto l’appellativo cecoslovacco di Przibor. Vorrei che fosse ripristinato il primo, quello di «libero monte », che mi pare si addica assai bene allo spirito di Freud. E’ un paesino geograficamente senza importanza, in cui nell’occasione del 70° compleanno di Freud fu scoperta una lapide. Da Freiberg la famiglia di
Freud si trasferì a Vienna allorché il futuro fondatore della psicoanalisi non aveva che quattro anni. Della sua infanzia e della sua prima giovinezza non sappiamo molto. L’autobiografia di Freud è soprattutto una storia di idee, e la troviamo perciò spesso citata in calce a lavori scientifici – cosa- abbastanza insolita per uno scritto di questo genere. Iscrittosi senza grande entusiasmo o, come egli stesso ebbe a dire, nella facoltà di medicina,
Freud si laureò nel 1881, e ottenne nel 1885 la libera docenza in Neuropatologia. I suoi primi lavori di qualche importanza scientifica riguardano l’anatomia fine del cervello e del sistema nervoso. Fu tuttavia per una serie di curiose ci costanze che egli non passò alla storia per una scoperta di notevole rilievo: quella dell’uso anestetico della cocaina. Ma Freud era, quel che si potrebbe chiamare un psicologo nato. Egli stesso dichiara che l’interesse per i moti e le vicende dell’animo umano superò sempre in lui qualsiasi altra tendenza. Si volse quindi più decisamentealla neuropsichiatria. Era-no i tempi in cui due maestri, Charcot a Parigi, Bernhieim a Nancy, attiravano l’attenzione del mondo scientifico per le loro esperienze e ricerche su determinati stati nervosi, e in particolare sui fenomeni dell’ipnotismo e della suggestione. Ottenuta una borsa di studio, Freud si reca in Francia, studia, apprende, vaglia le altrui e le proprie esperienze, presentendo la vastità dei campi che i nuovi indirizzi di esplorazione psicologica cominciavano ad abbordare. Ma non è soddisfatto.
La constatazione che l’ipnotismo agisce innegabilmente sui sintomi isterici non chiarisce minimamente l’origine dell’isterismo né di altri disturbi nervosi. Il grave problema della nevrosi resta insoluto, malgrado le classificazioni alquanto schematiche di Charcot, malgrado le attraenti ma semplicistiche generalizzazioni di Bernheim. Alquanto perplesso, ma non scoraggiato, Freud torna a Vienna. Qui trova finalmente, quasi per caso, una via che gli··· sembra debba portale assai lontano. Questa volta gli è compagno un medico austriaco, Joseph Breuer. Questi, già nel 1880 aveva ottenuto un risultato sorprendente nella cura di una giovane isterica adoperando l’ipnotismo in un modo completamente diverso da quel che facevano i grandi ipnotizzatori francesi. Questi ingiungevano ai pazienti, messi in ipnosi, che i loro sintomi dovessero scomparire. Breuer aveva adoperato l’ipnotismo come un mezzo per vincere le inibizioni della paziente, e per apprendere, della sua vita psichica profonda, molto più di quanto essa non fosse in grado di rivelare allorché era sveglia. Ora si era dato il caso che il fatto stesso di questa «liberazione », di questa
«purificazione» interiore – che il Breuer chiamò appunto catarsi aveva provocato nella paziente il miglioramento e la guarigione. Verso il 1890, Freud propose, a Breuer di continuare insieme le esperienze. Lo aveva particolarmente colpito il fatto
– a cui Breuer invece aveva dato scarsa importanza – che tutti i sintomi della ragazza guarita dal collega si riferivano invariabilmente al padre di lei, al quale la paziente era stata molto affezionata e devota. Il punto essenziale, per Freud, già a quel tempo, era storico, genetico, nello studio del problema. E il punto era questo: che i sintomi isterici avevano un significato, ed erano legati ad eventi trascorsi nella, vita del paziente; questi eventi erano stati dimenticati, cosicché il legame tra essi ed i sintomi non poteva essere afferrato a prima vista, né dal paziente, né dal terapeuta. Tale legame veniva, per così dire, ristabilito a mezzo dell’ipnosi, e il processo che forniva al medico tante informazioni intorno alla malattia era al tempo stesso clinicamente istruttivo e terapeuticamente efficace.

Il metodo del Breuer contiene in germe la terapia psicoanalitica ; ma Freud se ne accontentò solo per breve tempo, giacché l’ipnosi non si poteva applicare che a un numero limitato di ammalati, e aveva parecchi inconvenienti, fra i quali quello di costituire un facile terreno alle suggestioni anche involontarie dell’ipnotizzatore. All’ipnotismo del· «metodo catartico» Freud sostituì la tecnica delle «libere associazioni ». Invitò il paziente ad·· assumere una posizione di rilassamento muscolare, e a parlare il più liberamente possibile, senza nulla nascondere, intorno a se stesso, alle sue vicende, ai suoi mali, ai suoi sogni, manifestando qualsiasi idea -per assurda o futile che gli potesse sembrare -···· che gli venisse via via alla mente. Freud scoperse che mediante questa tecnica si riusciva a sollevare assai più completamente e durevolmente il velo di amnesia che celava le situazioni affettive mantenute lontane dalla coscienza, e che risultavano in nesso causale con i sintomi della nevrosi. Inoltrantosi per questa via, Freud giunse ben presto a una serie di scoperte le quali trascendevano di gran lunga le modeste esigenze degli inizi. Breuer per varie ragioni, parte professionali, parte affettive, rinunziò ad un’ulteriore collaborazione, cosicchè nella terra incognita, alle cui sponde era appena approdato, Freud si trovò, e rimase poi per lunghi anni, completamente solo.

La tecnica accennata, e i quotidiani colloqui con i pazienti, avevano permesso a Freud di affondare lo sguardo in zone della personalità psichica delle quali, prima di lui, taluni sospettavano o ammettevano l’esistenzaa , ma le cui leggi e i cui meccanismi erano rimasti in sostanza ignorati. Freud dovette constatare, costrettovi dalle stesse risultanze delle sue indagini, non solo che lo «psichico » non coincideva affatto con il «cosciente», ma che esisteva tutta una vasta attività psichica completamente e assolutamente inconscia, e mantenuta altresì tale da forze che anch’esse non cadevano affatto sotto il controllo della personalità cosciente. Scoperse inoltre – e in questo il suo primato è assoluto incontestabile – che le cause (lei cosiddetti disturbi nervosi, o più esattamente delle psiconevrosi, erano quasi invariabilmente collegati con eventi dell’infanzia del paziente: eventi che erano stati, per ragioni varie, spazzati via molto per tempo, « rimossi » dalla coscienza, e che talora non, erano, mai diventati propriamente e chiaramente coscienti. Oggi, tali enunciati destano una meraviglia assai limitata anche in chi non· si sia mai occupato seriamente di psicoanalisi – ma allora erano quanto di più audace e rivoluzionario si potesse concepire. I sintomi nevrotici apparvero dunque a Freud come terminazioni ed esponenti di conflitti psichici inconsci: ma egli dovette altresì presto o accorgersi che, come ho accennato, tale « modo di essere»
dell’inconscio umano non era necessariamente legato alla genesi delle psiconevrosi: era qualcosa di molto più vasto e di molto più generale. Altri fenomeni, propri dell’individuo normale, si potevano finalmente spiegare appunto quali manifestazioni di compromesso fra tendenze psichiche in contrasto: così per es. il sogno; così i lapsus e gli atti mancati. Da un metodo psicoterapico la psicoanalisi, come Freud la chiamò, diventava dunque una psicopatologia, e infine una teoria psicologia generale.

Isolato come ho detto, senza allievi, senza possibilità immediate di carriera professionale od accademica, Freud ebbe il coraggio, per certi rispetti unico, di non deflettere, di non cercare compromessi, di intraprendere con le sole sue forze l’esplorazione sistematica del vastissimo campo che si offriva alla sua ricerca.
Si trattava nient’altro che di rivedere dalle basi tutta la psicologia, umana : quella del normale accanto a quella del nevrotico, quella dei bambino accanto a quella dell’adulto, quella del primitivo accanto quella del civilizzato. Freud persevera: oggi affronta un problema, domani un altro, senza fretta, ma dedicando metodicamente al lavoro tutte le sue poderose facoltà.
Studia minutamente le leggi strane e peculiari dell’inconscio, riconosce e discerne quali siano le correnti istintive che danno una forza ed un senso alla vita psichica, studia per quali motivi filogenetici ed entogenetici, tutta una serie di attività e di situazioni psichiche venga, in età ancora infantile, sommersa e mantenuta nell’oblio, precisa i rapporti in cui stanno le facoltà superiori e le più alte attività dell’uomo con le colossali sorgenti energetiche presiedono al dinamismo profondo del suo spirito. Nuovi concetti e necessariamente nuovi termini, poiché ogni vera
scienza ha il suo linguaggio costituiscono le basi, precisano i lineamenti dell’edificio psicoanalitico : quello di « rimozione », cui ho già avuto occasione di accennare; quelli, che non è mio compito illustrare in questa rievocazione, di «censura» psichica, scomposizione della personalità in tre entità, o· «istanze»· l’Io, l’Es e il Super-Io; quella dei due principi regolatori dell’attività psichica… Mano a mano, opere di maggiore o minor mole fissano le tappe delle sue investigazioni. Nel 1900 appare la monumentale «Interpretazione del sogno», che per la prima volta, dopo secoli di superstizione o di vaghe approssimazioni, imposta scientificamente, e risolve nei suoi fondamenti essenziali, il problema del sogno, mostrando che questo è principalmente un tentativo compromissorio della personalità psichica per dare evasione a stimoli e desideri non risolti, e che impedirebbero altrimenti il sonno.
Il tema del sonno diede a Freud l’occasione per· formulare alcune leggi dei processi psichici inconsci – condensazione, acronia, mancanza di dialettica degli opposti, simbolismo ecc. – che risultarono essere valide non solo per il sogno, ma per tutti i fenomeni posti completamente fuori dalla sfera dell’Io, nel cosiddetto « sistema inconscio ». Del 1904 è la «Psicopatologia della vita quotidiana », libro in cui si analizzano, con una tecnica brillante e sorprendente, moltissimi «atti sintomatici» quotidiani da sbagli di nomi a dimenticanze di oggetti, a qui pro quo nell’agire e nel discorrere. Freud riconobbe un senso in tutti questi atti mancati, anche nei molti casi in cui esso non traspare a prima vista.

Nel 1905, con un breve audacissimo libro, « Tre contributi alla teoria sessuale», Freud formula con fredda precisione ciò che gli risulta dalle indagini psicoanalitiche sulla sessualità, e particolarmente sugli aspetti e sulle fasi infantili di essa. Data probabilmente, da, questa pubblicazione la falsa accusa di «pansessualismo» che ancora oggi, da impreparati e da ignoranti, viene mossa alla dottrina Freudiana: mentre sia in questa, sia in qualsiasi altra opera in cui tratti degli istinti, Freud sistematicamente postula l’esistenza di gruppi importantissimi di istinti assolutamente non sessuali. Sin dall’inizio, Freud parlò di istinti dell’lo accanto e contro l’istinto sessuale. Più tardi, mutò questa concezione dualistica nell’altra secondo la quale agli istinti dell’amore e del sesso si contrappongono istinti di inerte o di distruzione. Lo stesso concetto di «conflitto psichico», d’altronde, deve implicare l’esistenza di gruppi di energie istintive di natura diversa e contrastante. A quell’epoca, tuttavia, un « tabù » dei più severi si stendeva sui fatti della vita sessuale, e l’averne discusso apertamente e spregiudicatamente procurò a Freud censure, denigrazioni, incredulità e riso. Fu quest’ultima manifestazione quella che colpì maggiormente l’attenzione indagatrice di Freud : anzicchè adontarsi il riso degli ignoranti, Freud si chiese il perché certe enunciazioni relative all’inconscio dovessero destare tale reazione. Nasce così, quasi per incidenza, un ampio lavoro sul motto di spirito e sulla, comicità in generale, che ancor oggi costituisce uno dei saggi più perspicui apparsi su questo annoso problema.

Ceri i rapporti, intravisti da Freud, fra manifestazioni nevrotiche e costumanze di popoli selvaggi, lo inducono a studiarepiù da vicino diversi imbarazzanti problemi della psiche primitiva; e appare, nel 1913, il primo grande contributo della psicoanalisi all’etnologia, « Totem e tabù » : contributo che getta nuove luci su alcuni dei meccanismi più arcaici dell’inconscio umano.

Ma intanto Freud aveva approfondito, nella sua pratica quotidiana di terapeuta, lo studio delle nevrosi : aveva scoperto nuovi principi, stabilito più esatte classificazioni, perfezionato ed affinato la tecnica, del trattamento analitico. L’ambiente si fa grado a grado meno sordo. Specialmente alcuni giovani studiosi, in Austria, in Gemania, in Svizzera, in Inghilterra, negli Stati Uniti, cominciano a comprendere lo straordinario valore delle scoperte Frendiane. Si tengono i primi congressi di psicoanalisi; si fonda, nel 1910, l’Associazione psicoanalitica internazionale, che comprende oggi molte centinaia di associati sparsi in tutto il mondo. Compaiono i primi periodici dedicati esclusivamente alle indagini psicoanalitiche, sia dal lato strettamente teorico, sia nei tanti campi non medici in cui la psicoanalisi ha mostrato di poter portale il proprio prezioso contributo.

Se controlliamo le date, constatiamo, per quanto incredibile ciò possa sembrare, che sin verso i quarantacinque anni Freud non ebbe alcun seguito notevole da parte di studiosi anche non appartenenti alla cosiddetta « scienza ufficiale». Quanto mi a quest’ultima, ancora più stupefacente appare la sua tenace e resistenza e alle idee freudiane: tanto tenace, che solo all’età di 64 anni Freud venne nominato professore ordinario all’Università di Vienna, e che quando compì i settant’anni, nella catasta di telegrammi e messaggi augurali che gli giunsero da tutto il mondo, mancarono completamente gli auguri dei suoi colleghi, e della facoltà viennese di medicina!

Dopo la costituzione dell’Associazione internazionale anzidetta, dopo che le idee psicoanalitiche vennero sviluppato in vari settori dagli allievi sempre più numerosi che Freud andava direttamente o indirettamente facendo, l’opera di Freud non si può più staccare, teoricamente, dalla storia della psicoanalisi in generale. Tuttavia ogni ulteriore opera freudiana, sino ai diversi scritti lasciati postumi, ha dato un nuovo impulso di primissimo ordine alle ricerche analitiche, ha approfondito problemi specifici, ha sintetizzato, nel modo inconfondibile e geniale che tutti i lettori dei suoi libri conoscono, i risultati di queste o quelle indagini particolari. Ricorderò, tra i tanti volumi che costituiscono la sua opera omnia, le celeberrime « Lezioni introduttive alla Psicoanalisi », tenute durante la guerra, pubblicate nel 1917, e completate a distanza di molti anni con le « Nuove lezioni » apparse nel 1933; il saggio « Di là dal principio del piacere· », del 1920, in cui si formula per la prima volta la teoria degli « istinti della morte»; l’opera « Psicologia, delle masse e analisi dell’lo· », del 1921, in cui si interpreta la psicologia collettiva in guisa assai più profonda e soddisfacente che nella notissima· «Psicologia delle folle· » di Gustave Le Bon ; e poi « L’lo······ e l’Es», « Inibizione, sintomo e angoscia », « Il futuro di un’illusione». Da ultimo, il pensiero di Freud si rivolge sempre più a problemi sociali, religiosi, politici. In un piccolo libro apparso nel 1930, « Il disagio della civiltà» , egli prende in esame molti angosciosi problemi che tormentano la nostra cultura. E’ stato da poco ripubblicato lo scambio di vedute che egli ebbe con Alberto Einstein sul triste quesito « Perché la guerra». Nell’anno della sua morte uscì un lavoro storico-esegetico, « Mosé e il monoteismo » audace tentativo di spiegare, attraverso una nuova interpretazione della vita o della figura di Mosé, l’evoluzione in senso monoteistico della religione ebraica… E dovremmo ricordare ancora una serie di lavori di minore importanza, apparsi via via sulle riviste speciali o in forma monografica: i resoconti di analisi di adulti e di bambini ; i saggi su questo o quel···· problema,di psicologia, dell’artista; i contributi alla demopsicologia, al folklore, alla mitologia, alla storia delle religioni, alla pedagogia, alla biografia, alla criminologia… tutti campi nei quali Freud ha, almeno, lasciata un’orma, additata una via, e che vengono attualmente investigati da un numero sempre crescente di studiosi, specializzati nei singoli rami. Le opere complete di Freud, non ancora finite di pubblicare, comprendono oggi, nell’edizione in lingua tedesca, diciotto volumi.

Dell’ultimo periodo della vita di Freud, del suo esilio forzato a Londra, ho detto all’inizio di questo discorso. Quando passò da Parigi nel suo viaggio verso l’Inghilterra, i colleghi francesi lo trovarono assai affaticato, e qualcuno temette che la fibra dell’ottantaduenne vegliardo dovesse cedere di schianto. Non fu così.
A Londra, circondato dallo cure di famigliari e dall’ammirazione dei mondo scientifico inglese (era uno tra i pochissimi stranieri cui la Società Reale aveva concesso la qualità di membro onorario), Freud riprese ben tosto la sua fervida attività. E in piena attività lo sorprese il male che doveva portarlo alla tomba. Dobbiamo alla penna sagace di un suo famoso biografo, Stefan Zweig, una breve, accorata descrizione dei suoi ultimi giorni. Quando ancora la malattia non pareva mortale, il pittore Salvador Dalì, che aveva per Freud una sconfinata ammirazione, ne aveva ritratto
e sembianze in un quadro: e il suo pennello di surrealista, quasi per ami avvertimento premonitore, aveva inserito nel ritratto l’mmagine della morte. La morte venne, infatti, dopo brevissimo tempo. Malgrado soffrisse atrocemente, Freud rifiutò sino all’ultimo qualsiasi calmante, qualsiasi analgesico, per evitare che la sua lucidità mentale ne venisse menomata. E cadde così, sulla breccia, spartanamente.

Se Freud, negli ultimi istanti della sua pur lunga esistenza, si è soffermato a contemplare l’opera compiuta, avrà goduto, con lo sguardo sereno del patriarca, la visione dei frutti scaturiti dalla propria, feconda seminazione. Ma se il suo sguardo, com’è probabile, avrà spaziato più lontano, verso il futuro, verso i lontani orizzonti ancora pressoché ignoti incontro a cui la psicoanalisi, e la cultura da essa permeata, vanno alacremente procedendo, allora avrà dovuto sentirsi necessariamente pioniere e profeta. Pioniere, come colui che ha aperto la via a quella., che fu definita « la più grande avventura del pensiero contemporaneo»; profeta, in quanto, come il suo ultimo biografato Mosè dalla montagna, avrà potuto scorgere per la sua opera infinite estensioni di terre fertili ancora da dissodare, aperte al lavoro, e alle forze numerose benché più modeste, dei discepoli e dei seguaci.

E noi qui raccolti, suoi discepoli e suoi seguaci, benché scarso sia il nostro numero e modeste le nostre energie, riprendiamo da· oggi più volentemente, dopo la bufera che ci ha sgomentati ma, non travolti, nel nome di Sigmund Freud il nostro cammino.

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