Ipnosi e parapsicologia
Conferenza tenuta l’11/12/1965 all’università Cattolica del Sacro Cuore (Milano)
e il 12/03/1966 alla Società Italiana di Parapsicologia (Roma).
Minerva Medica 31 ottobre 1966

Dal 28 al 30 aprile del 1965 si svolse a Parigi un Congresso internazionale sull’ipnosi. Per 65 anni esatti non era avvenuto nulla di simile sul piano internazionale. Il Congresso fu estremamente importante per vari aspetti e quando ne saranno pubblicati gli Atti, tutti potranno constatare il cammino che l’ipnosi ha fatto, dopo un periodo in cui è stata messa alquanto ai margini della scienza accademica. Nel programma del Congresso, a cui partecipavano studiosi di tutti i Paesi del mondo, era annunziata fra l’altro una comunicazione sul tema «Ipnosi e parapsicologia». La comunicazione doveva essere tenuta da Robert Amadou, di cui tutti coloro che si occupano di parapsicologia ben conoscono il nome. Non si sa bene per quale motivo Amadou invece non si presentò, e la conversazione non si tenne; cosicché l’unico contributo del genere al Congresso internazionale sull’ipnosi venne a mancare. Si delineò inoltre nel Congresso un atteggiamento notevolmente contrario anche agli interventi di coloro che avessero desiderato discutere la questione dei rapporti tra ipnosi e parapsicologia. Io stesso mi limitai a qualche breve accenno, e più nei corridoi che nelle aule delle riunioni.
L’«accantonamento» accennato sorprende un poco chi rivolga il proprio sguardo alla storia, e ricordi che proprio a Parigi, Franz Anton Mesmer (dalla cui opera prende origine tutto ciò che sull’ipnosi fu detto e scritto nel secolo scorso), proprio a Parigi, ripeto, Mesmer aveva combattuto le sue più importanti battaglie. Quel Mesmer il quale, pur non avendo fatto specifiche indagini su eventuali fenomeni «paranormali» che si manifestassero nei suoi soggetti, tuttavia aveva scritto nel suo celebre volumetto «Mémoire sur la découverte du magnétisme animal», alcune frasi abbastanza significative che adesso ricorderò. Mesmer scriveva: «Qualche volta il sonnambulo» – come allora si chiamava – «può percepire il passato e il futuro per mezzo di un suo senso interno». E altrove: «L’uomo mediante il suo senso interno è in contatto con l’intera natura, e può sempre sentire la concatenazione di causa e di effetto. Tutto nell’universo è presente. Passato e futuro sono soltanto differenti rapporti delle sue parti separate». E in un altro passo ancora: «Noi possediamo un senso interno che è in rapporto con la totalità dell’Universo… Possediamo la facoltà di sentire nell’armonia universale la connessione tra eventi ed esseri… Questa facoltà noi l’abbiamo in comune con gli altri animali, benché ne facciamo un uso minore…». Questo diceva e scriveva Mesmer negli ultimi anni del 1700. Nel 1784 uno dei suoi allievi, il Marchese di Puységur, che sperimentava con il fratello, scoperse il fenomeno passato poi nella storia del «magnetismo animale» e dell’ipnosi con il nome di «sonnambulismo artificiale». Egli aveva constatato in un contadino ignorante la strana possibilità di percepire qualche volta cose a cui lo stesso Puységur pensava pur senza esprimerle, e persino cose che qualche volta neanche sapeva, come per esempio la conoscenza improvvisa di ambienti o di eventi lontani, del tutto ignoti ad entrambi. Da notare che proprio nel 1784 uscì un decreto della Facoltà di Medicina dell’Académie des Sciences di Parigi, in cui si condannava il magnetismo animale! Fu questa d’altronde la prima di una serie di declaratorie da parte di Facoltà e di Accademie in seguito alle quali, come si sa, il «magnetismo», che aveva avuto a Parigi anni di estremo favore, fu finalmente bandito dalla scienza ufficiale e cadde poco a poco nel dimenticatoio. Tuttavia, malgrado i decreti e le condanne, alcuni seguaci di Mesmer continuarono, come tutti sanno, sulla sua strada, e non pochi di questi cominciarono a verificare fenomeni analoghi a quelli in cui si era imbattuto Puységur. Dobbiamo ricordare che la grande messe di accadimenti «parapsicologici», raccolta ed esposta in molti volumi dai «magnetizzatori» del secolo scorso, non fu da loro ricercata se non in un secondo tempo. A tutta prima, i fenomeni in questione – che oggi chiameremmo di «percezione extra-sensoriale» – erano spontanei, e sorpresero parecchio, all’inizio, gli sperimentatori stessi. Essi sorpresero, per esempio, il Dottor Bertrand. Questi era un epigono di Mesmer, ma fu probabilmente il primo a proporre interpretazioni psicologiche e non fisiche dei fenomeni del «magnetismo». Com’è noto, Mesmer riteneva che causa dei fenomeni da lui studiati ed esposti fosse l’azione di un cosiddetto «fluido» che permeava, secondo la sua tesi, l’intero universo, e che poteva essere in qualche modo diretto anche dagli organismi umani, mediante una speciale tecnica, quella dei «passaggi»delle dita protese a breve distanza dal corpo del soggetto: le cosiddette passes magnetiche. Bertrand era d’altro avviso, e riteneva che, in sostanza, l’influenza consistesse non già nel «fluido», ma nel rapporto psicologico, interpersonale, tra soggetto attivo e soggetto passivo. Ma non è delle teorie di Bertrand che voglio oggi parlare, bensì del fatto che Bertrand aveva scoperto che i suoi soggetti qualche volta obbedivano a suoi ordini o intendimenti non già verbali, ma semplicemente mentali. Egli iniziò allora alcuni esperimenti un pochino crudeli, se vogliamo, ma molto significativi. Dava un ordine verbale ad un soggetto, pensando esattamente l’ordine opposto, e constatava che il suo soggetto entrava in uno stato, potremmo dire, di tipo confusionale: si angosciava, non sapeva che cosa fare, e così rimaneva sino al momento in cui Bertrand non faceva finalmente coincidere l’ordine verbale con quello mentale!
Il libro di Bertrand, «Traité du somnambulisme», apparve nel 1823. Solo due anni dopo, il Barone Dupotet e il Dott. Husson indagarono quello che chiamarono il «sonnambulismo indotto a distanza». Fecero delle esperienze notevoli, riuscendo a porre in sonno ipnotico e a far raggiungere quello stato profondo di ipnosi, chiamato allora «sonnambulismo artificiale», soggetti che non erano in loro presenza. L’Académie de Médecine di Parigi nominò una Commissione per esaminare i risultati dei loro esperimenti, e la Commissione stessa, a tutta prima, ne riconobbe il buon fondamento e li convalidò. Poi, non si sa bene in seguito a quali considerazioni o influenze, essa capovolse il proprio giudizio, e nel 1838 dichiarò che gli esperimenti di Dupotet e di Husson non avevano alcun valore. Tutti voi sapete come in queste materie – parlo dell’ipnosi e della parapsicologia – possano giuocare i fattori emozionali, inducendo talvolta a mutare opinione, in un senso o nell’altro, per motivi non razionali e non coscienti. E’ probabile che motivazioni irrazionali agissero anche presso gli studiosi della predetta Accademia di Medicina.
La grande rivalutazione e il ritorno, si può dire, dei fenomeni ipnotici nella considerazione del mondo scientifico si ha nel 1843. In quest’anno entrarono propriamente in vigore i termini ipnosi, ipnotismo, ipnologia, che prima non esistevano. Il neurologo inglese James Braid pubblicò nel 1843 il suo libro «Neurhypnology, or the Rationale of Nervous Sleep». L’Inghilterra diventa, in quegli anni cruciali, la sede di una serie di esperienze una più interessante dell’altra. Sono gli anni d’oro dei grandi medici britannici Elliotson, Esdaile, che con un coraggio veramente straordinario furono tra i primi a introdurre l’ipnosi in anestesiologia e in chirurgia, effettuando una serie considerevole di grandi operazioni chirurgiche in cui unico anestetico era, appunto, la suggestione ipnotica dell’assenza di dolore. Esdaile lavorò per diversi anni a Calcutta ed effettuò centinaia di operazioni, comprese amputazioni di arti, su individui ipnotizzati. Non diversamente fece Elliotson in Inghilterra. Intorno al 1847, Elliotson effettuò esperimenti – non meno audaci di quelli menzionati – su quella che chiamava «community of sensations», letteralmente, «comunità di sensazioni». Elliotson compiva nei suoi stessi riguardi gesti ed azioni assai semplici, come fiutare un profumo, assaporare una data sostanza, subire una puntura di spillo, ecc., e constatava che il soggetto ipnotizzato – posto beninteso in condizioni di non poter percepire nulla di tutto ciò – reagiva esattamente nello stesso modo: come se, cioè, fosse lui stesso a gustare quel sapore, o ad essere punto in quella zona del corpo. Ma in seguito alle sue audaci investigazioni, Elliotson dovette subire tali critiche e tali attacchi, a carattere addirittura persecutivo, che fu costretto ad un certo punto a dare le dimissioni dal London Hospital dove era medico primario, e a dedicarsi esclusivamente alla pratica privata. Dal 1843 al 1845, Elliotson pubblicò e diresse una rivista, «The Zoist», in cui via via riferì delle sue esperienze, e di quelle dei suoi collaboratori. Vale la pena di ricordare, a proposito di Elliotson, un episodio di notevole interesse psicologico, e che mostra assai bene l’influenza dei fattori inconsci sui nostri atteggiamenti riguardo a certi fenomeni, e in sostanza sui fenomeni stessi, in quanto «condizionati» dal nostro modo di sentirli e di considerarli. Quello stesso Elliotson che aveva compiuto parecchie operazioni chirurgiche con le sue mani, su individui ipnotizzati, riferendone in articoli scientifici, fece nel 1865 alcune strane dichiarazioni. Disse, cioè, che per ragioni a lui incomprensibili, il «magnetismo» (come ancora qualcuno seguitava a chiamarlo) aveva perduto gran parte delle sue possibilità di azione. In altre parole, lui, Elliotson, non era più capace di operare e di sperimentare come vent’anni prima, e riteneva che non lui, ma la «forza magnetica», avesse subito un cambiamento. Avremo occasione di soffermarci un poco più oltre sullo strano avvicendarsi di alti e bassi nella storia dell’ipnosi, e sul fatto apparentemente paradossale di qualche cosa che oggi funziona benissimo e in modo documentato, e che dopo dieci o vent’anni non funziona più!
Ma adesso abbiamo il viraggio dell’ipnosi verso la parapsicologia. Non ho detto a caso viraggio, perchè nel 1882, quando fu fondata la Society for Psychical Research, l’ipnosi fu presa immediatamente in considerazione. Voi sapete che il 1882 è una data importante nella storia della parapsicologia (o, come allora si diceva, «ricerca psichica»), perchè è dalla fondazione della S. P. R. che cominciano le ricerche e gli studi più seri e sistematici sul «paranormale». E’ interessante leggere il programma iniziale della S. P. R. e constatare che in due o tre punti di esso è indicata l’ipnosi come materia di ricerca. Nel programma figura infatti «l’investigazione scientifica di quel grande gruppo di fenomeni controversi designati con termini quali fenomeni mesmerici, psichici, ecc.». L’ipnosi si trovava dunque senz’altro fra gli oggetti di studio di una società che oggi chiameremmo di parapsicologia. Alcuni tra i principali esponenti della S. P. R. si dedicarono infatti con molto zelo alle ricerche sui rapporti tra ipnosi e parapsicologia. Uno di questi fu Sir William Barrett, che era professore di fisica a Dublino e «Fellow» della Royal Society – la Società che ha sempre annoverato il for fiore della scienza inglese. Cito dagli esperimenti di Barrett quanto segue: «In una certa occasione, dopo aver ipnotizzato una ragazza» (era una semplice contadinella) «che mi serviva da soggetto, presi a caso una carta da un mazzo, la misi dentro un libro, e diedi il libro chiuso al soggetto domandando, poi, se poteva vedere ciò che vi stava dentro. Essa non fece alcun tentativo di aprire il libro, ma lo appoggiò da una parte della testa, e disse che vi era qualche cosa con dei “punti rossi”. Le chiesi di contare queste macchie rosse ed essa disse: “Sono cinque”. La carta, infatti, era il cinque di quadri».
Lo stesso Barrett riferisce di altri esperimenti con lo stesso soggetto. Trovandosi nel villaggio natale della ragazza – villaggio dal quale la stessa non si era mai allontanata – e dopo aver posto il soggetto in ipnosi, Barrett le ordinò di visitare mentalmente il negozio di un ottico di Regent Street, a Londra. Non solo essa descrisse correttamente il negozio, ma soffermò la sua attenzione su alcuni pezzi di vetro, che – così disse – facevano «vedere doppio». Erano cristalli di spato d’Islanda, le cui proprietà ottiche sono ben note agli studiosi, ma che la ragazzetta su cui sperimentava Sir William Barrett non aveva certamente mai visto. Il soggetto descrisse anche altri particolari dello stesso negozio, come ad es. la presenza di un grande orologio subito a destra dell’entrata, ed altri ancora.
L’accento del nostro excursus si sposta ora nuovamente verso la Francia. E’ il periodo contrassegnato dai prestigiosi nomi di Janet e di Richet. Pierre Janet, il cui nome è perfettamente superfluo illustrare, in un lavoro letto nel 1885 alla Società di psicologia fisiologica, descrisse le sue prime esperienze con il celebre soggetto Léonie, una ingenua contadina che era stata paziente di un certo Dott. Gibert, a Le Havre. Janet era andato apposta a Le Havre per controllare ciò che il Dott. Gilbert aveva detto e descritto, e cioè che poteva mettere in ipnosi il suo soggetto semplicemente pensando e volendo, a distanza, che cadesse in stato ipnotico. Janet, all’inizio, era completamente scettico, ma scoprì, con sua grande meraviglia, che egli stesso poteva ottenere risultati del genere! E li ottenne, difatti, in diverse occasioni. Una volta, Janet propose un esperimento a Gibert mentre quest’ultimo non aveva alcuna intenzione di lavorare con il suo soggetto: gli chiese, cioè, di ipnotizzare Léonie in quel preciso momento, mentre la ragazza si trovava in un’altra casa, a mezzo chilometro di distanza. Il tentativo fu coronato da pieno successo, come Janet poté verificare con suo estremo stupore. In una serie ulteriore di esperimenti, che Janet riportò qualche tempo dopo, non soltanto Léonie fu ripetutamente ipnotizzata a distanza e alla presenza di una mezza dozzina di testimoni, ma poté anche eseguire comandi post-ipnotici che le erano stati impartiti mentalmente. Su 21 prove, fatte in alcuni giorni mentre il soggetto si trovava alla distanza di circa mezzo chilometro, non meno di 15 furono pieni successi. I momenti relativi agli esperimenti erano scelti a caso dagli osservatori che estraevano da un sacchetto dei numeri indicanti le ore e i minuti della giornata. Tutti gli esperimenti in cui Léonie non fu trovata in ipnosi profonda quando gli studiosi si recarono poi a casa sua, o nei quali il sonno ipnotico non seguì entro un quarto d’ora la suggestione mentale, furono considerati fallimenti. I comandi postipnotici eseguiti con successo erano azioni semplici, come andare in un’altra stanza, accendere di pieno giorno una lampada, e via dicendo. Valutando i risultati di questi esperimenti, Janet scrisse: «Possiamo noi immaginare che in 16 occasioni ci sia stata una coincidenza esatta e casuale? Una supposizione simile è alquanto irragionevole».
Léonie fu poi studiata da Charles Richet, il cui nome non ho bisogno di illustrare: Professore di Fisiologia all’Università di Parigi, scopritore dell’anafilassi, Premio Nobel, autore del «Traité de Métapsychique», ecc. Anche Richet poté ripetere i risultati che Gibert e Janet avevano ottenuto, e li descrisse in alcuni magistrali articoli.
Una volta, Janet, durante il suo soggiorno a Le Havre, mise in ipnosi Léonie e le ordinò di recarsi col pensiero a Parigi, a «visitare» il Prof. Richet. Léonie tutto ad un tratto si agitò e disse: «Va a fuoco!». Janet cercò di calmarla ed essa si calmò infatti per un certo tempo. Ma ben tosto si angosciò nuovamente e disse: «Ma signor Janet, le assicuro che sta andando a fuoco!». Difatti, il laboratorio del Prof. Richet, in rue Vauquelin, a Parigi, aveva preso fuoco nel medesimo tempo, e si incendiò completamente.
Ci troviamo ora storicamente all’inizio di quei fenomeni di accantonamento sia dell’ipnosi sia, ancora di più, delle connessioni tra ipnosi e parapsicologia, di cui abbiamo già fatto cenno, e per cui si verificò, in questi studi, una grave anche se non totale interruzione. Scriveva un chiaro psicoanalista americano, Jule Eisenbud, in un suo bell’articolo apparso alcuni anni fa, a proposito delle predette esperienze di Gibert e di Janet, che quegli studiosi, dopo aver constatato cose straordinarie come il fatto che certi soggetti umani potevano obbedire a distanza a ordini comunicati mentalmente, ebbero al riguardo reazioni mal prevedibili. Si poteva attendersi che presi da estremo entusiasmo, continuassero senza tregua le loro esperienze, magari tralasciando altri interessi per dedicarsi esclusivamente a quelle, dato che le esperienze in questione sembravano aprire nuove prospettive e orizzonti sconfinati per lo studio dei più sottili enigmi della personalità umana e dei rapporti degli uomini tra loro… Invece, non avvenne nulla di tutto ciò: Janet continuò a dedicarsi, come tutti sanno, alla neuropsichiatria e alla psicologia medica. Gibert seguitò a fare il medico. Richet abbandonò anch’egli le ricerche sull’ipnosi, tuttavia non quelle sui fenomeni paranormali, dei quali si occupò sino alla fine dei suoi giorni. A questo strano fenomeno – all’indifferenza o alla ripugnanza verso qualche cosa che ha meritato e meriterebbe la più viva attenzione – si potrebbe dare il nome di scotomizzazione, di negazione, o addirittura di rimozione. Per parecchi anni, dell’ipnosi, negli ambienti «seri», non era consigliabile parlare, perchè si rischiava di passare per gente scientificamente non qualificata. Se uno studente avesse voluto fare una tesi di laurea sull’ipnosi sarebbe stato indubbiamente scoraggiato dai Professori, e via discorrendo. Come si spiega questo fenomeno? L’ipnosi, abbiamo detto, è stata più volte, dal secolo passato ad oggi, in ripresa e in decadenza, anche se forse oggi soltanto noi ci rendiamo più consapevoli di questa altalena, di queste sue strane ed alterne fortune. Le ragioni che di solito si adducono in proposito sono le seguenti: si suol dire che dall’inizio, e durante ogni sua epoca di favore, l’ipnosi è sempre stata contaminata da elementi di ciarlataneria, di teatralità e di occultismo popolare, il che ha finito ogni volta col disgustare ed allontanare gli studiosi e i professionisti seri. Si aggiunge che l’ipnosi è spesso venuta meno alle sue promesse, citando casi come quello, a cui abbiamo accennato, di Elliotson, e in particolare quello ancor più famoso di Freud, che abbandonò la tecnica ipnotica giudicandola insufficiente od infida, e introdusse altre tecniche di investigazione psicologica e di psicoterapia. Si fa osservare che la psicologia e la psicoterapia, anche lasciando da parte l’ipnosi, si trovano oggi su posizioni di consapevolezza e di efficienza che gli ipnotizzatori dell’800 non si sognavano di avere. Per quanto riguarda certe particolari applicazioni dell’ipnosi, si rileva che l’anestesiologia chimico-farmacologica si è enormemente sviluppata e raffinata, relegando l’anestesia ipnotica tra gli strumenti non necessari se non addirittura superflui, ecc. C’è però nell’ipnosi qualcosa di più e di diverso. C’è qualche cosa che mentre sfugge all’osservazione scientifica comune è tuttavia tale, secondo me, da attirare o da respingere periodicamente l’attenzione e il consenso degli uomini e degli scienziati, e questo per vie sottili e a livelli profondi della personalità. Al riguardo, conviene qui ritornare, per qualche momento, sul terreno della psicologia dinamica e motivazionale.
In chi assiste alle «meraviglie» dei fenomeni ipnotici, avvengono due comprensibili reazioni: una cosciente, una più sottile ed inconscia. La prima può essere di entusiasmo, di sbalordimento, di desiderio d’intensificare e di approfondire la pratica e lo studio di una materia così straordinaria e appassionante. Ma l’altra reazione è più profonda ed è ben diversa. L’ipnosi mostra che un individuo in perfetta salute fisica e mentale può diventare strumento passivo di forze psicologiche che lo dominano, e che egli non è in grado di controllare. L’ipnosi mostra che i comandi ipnotici possono provvisoriamente cancellare certe distinzioni, per esempio quella tra realtà e irrealtà, o quella tra vero e falso, che costituiscono i perni di tutta la nostra vita, di tutta la nostra sicurezza psichica. Per suo tramite, l’uomo si trova messo improvvisamente di fronte a quello che c’è in lui stesso di interiore e, nel medesimo tempo, di potente e di irrazionale. Dinanzi a tutto ciò, in un tempo talora breve, altre volte un po’ più lungo, l’apparato psichico, come la psicoanalisi ci ha insegnato, non può non mobilitare dei meccanismi di difesa. Ogni psicoanalista sa che di fronte a contenuti psichici poco o tanto allarmanti o sgradevoli, ci si difende automaticamente ed inconsciamente in vari modi: dimenticando, rifiutando, togliendo importanza, isolando, mettendo in ridicolo e via discorrendo. Tutto questo è stato fatto più volte nei riguardi dell’ipnosi. In altre parole l’ipnosi, per quanto si voglia limitarla e circoscriverla scientificamente, contiene elementi che presto o tardi tendono a mettere l’Io a confronto con aspetti inquietanti e irrazionali tutt’altro che rassicuranti, spesso addirittura allarmanti, della personalità, di fronte ai quali l’Io stesso, a livelli non coscienti, mette in moto meccanismi difensivi e di protezione psicologica. Tra i motivi d’allarme, oltre ai suaccennati, c’è quello che ha dato origine a questa nostra conversazione, cioè il fatto che prima o poi, fatalmente, gli studiosi che hanno affrontato il problema dell’ipnosi si sono trovati di fronte al «paranormale»; e questo, a cominciare dai «magnetizzatori» dei secolo passato. Io credo che anche oggi è soltanto grazie a certe difese, a certe scotomizzazioni e a certi atteggiamenti a priori, di cui gli sperimentatori stessi non si rendono conto, se coloro che operano con l’ipnosi non si trovano, almeno una volta tanto, in presenza di manifestazioni parapsichiche. Non v’è dubbio che il 99 % di coloro che parteciparono al Congresso internazionale sull’ipnosi a Parigi, nel 1965, avrebbero affermato recisamente e in perfetta buona fede di non essersi mai imbattuti in fenomeni parapsicologici nel corso delle loro esperienze d’ipnosi. Ma in sostanza non s’incontra quello che, più o meno inconsciamente, non si vuole incontrare! Durante un altro Congresso, svoltosi anch’esso in Francia, fu chiesto per contro al Dott. Eisenbud già citato, se nel corso delle sue esperienze di psicoanalista avesse frequentemente incontrato fenomeni paranormali. E Eisenbud rispose che in tutte le sue analisi aveva avuto esperienze del genere, in primo luogo perchè non aveva alcuna prevenzione profonda contro simili eventualità. Ed io credo che quei miei colleghi psicoanalisti, i quali dicono anch’essi in buona fede di non aver mai avuto un’esperienza parapsicologica nella situazione analitica, abbiano anch’essi certe resistenze e certi scotomi psichici, i quali impediscono loro di vedere alcune cose che altri percepirebbero al loro posto.
Ma a un certo punto, anche questa «fase bassa» della sinusoide nella storia dell’ipnosi è terminata. A partire dal 1920 all’incirca troviamo una «risalita», per cui si ricominciò a poter scrivere sull’ipnosi, parlarne negli ambienti accademici, e applicarla nelle cliniche senza destare scandalo. Anche sul piano dei rapporti fra ipnosi e parapsicologia, le cose cominciarono a migliorare. Apparve ad es. nel 1927 a Lipsia il libro di un medico tedesco, il Dott. G. R. Heyer, intitolato «Psychische Heilmethoden» («Metodi di cura psichica»). In esso questo studioso descrive, tra l’altro, alcuni suoi interessanti esperimenti con una paziente. «Quando la paziente fu in ipnosi profonda» – narra Heyer – «le chiesi se poteva dirmi qualcosa di mia moglie. Essa non sapeva neppure se io fossi sposato o no, e quindi non aveva alcuna idea di come mia moglie in realtà fosse. Rispose “sì”, e diede una buona descrizione del colore dei capelli di mia moglie, e del modo in cui andava vestita. Fui veramente sorpreso quando descrisse un abito da passeggio che mia moglie – così disse – stava indossando. Io ritenevo che mia moglie fosse a casa, perchè le avevo consigliato di non uscire. Doveva occuparsi del nostro bambino, nato da poco, e le condizioni politiche incerte rendevano sconsigliabile alle donne di uscire da sole. Comunque, continuai a domandare dove fosse mia moglie, e la paziente descrisse il posto come segue: “una stanza piuttosto lunga, molto stretta, come una scatola di fiammiferi. Da una parte c’è una lunga tavola, ci sono molti oggetti che pendono dalle pareti”. Ma non poté identificarli più da vicino. “Che cosa sta facendo mia moglie?” chiesi ancora. “Sta sedendo su una sedia senza spalliera”. A questo punto ero più che convinto che il soggetto sbagliasse in pieno, perché in casa nostra non avevamo né una stanza né una sedia di quel tipo. Tutto ad un tratto la mia paziente aggiunse che mia moglie stava camminando nervosamente su e giù, e che aveva qualche cosa in mano, più grande di una borsa ma più piccolo di una valigetta. A questo punto interruppi la seduta e andai a casa. Ero sicuro di essere stato vittima di un imbroglio. Quando domandai a mia moglie dove era stata intorno alle quattro e un quarto pomeridiane, essa dimostrò un certo imbarazzo. Poi mi disse che era stata dall’orologiaio, proprio in quel tempo. La bottega dell’orologiaio era esattamente simile a quella descritta dalla paziente: lunga, stretta, con un banco da una parte; ai muri erano appesi vari orologi. Dato che il lavoro che l’orologiaio doveva fare non era pronto, mia moglie si era messa a sedere su uno sgabello e poi aveva passeggiato impazientemente su e giù, mentre aveva in mano una cartella in forma di busta, che conteneva il suo denaro».

Bisogna dire che in tempi recenti, questo tipo di esperimenti non è stato molto coltivato dai parapsicologi; o se lo è stato, ciò è avvenuto in forma privata e a livelli non propriamente scientifici, o comunque senza quelle garanzie che sono pur necessarie quando si voglia procedere con rigore, e quando si voglia che i risultati siano accettabili (anche se questo qualche volta non avviene) da parte degli ambienti scientifici accademici. Si tratta di quella ottemperanza agli standards che troppe volte, come ho avuto occasione di dire in qualche mio scritto, i parapsicologi sembrano essersi poco o tanto dimenticati. Vi sono peraltro, non poche lodevoli eccezioni. Tutti sapete che al Parapsychology Laboratory della Duke University negli Stati Uniti d’America, sotto la guida del Prof. J. B. Rhine, le cose, sin dal 1930, si sono fatte di solito con metodo e con rigore. E a Duke hanno sperimentato, adoperando le famose carte Zener per la verifica della percezione extra sensoriale, alcuni ricercatori desiderosi di vedere se lo stato di ipnosi potesse in qualche modo promuovere o facilitare detta percezione. Furono, tra gli altri, un certo Dott. Grela, e il Dott. Jarl Fahler, che è il Presidente della Società Finlandese di Parapsicologia. Fahler effettuò varie esperienze con le carte Zener, adoperando anche soggetti di controllo, e rifacendo le stesse esperienze con gli stessi soggetti in ipnosi e fuori dell’ipnosi, con risultati, occorre dirlo, modestamente significativi, il che potrebbe anche essere dovuto alla ben nota «aridità» e monotonia della tecnica impiegata.
Citerò più in dettaglio alcune esperienze che il Dott. Fahler effettuò in Finlandia, e di cui ha riferito in un suo interessante scritto. Ecco ad esempio un esperimento compiuto l’11 novembre 1953, alla presenza di otto persone. Il soggetto, una certa signora S., fu posta in ipnosi profonda. Due bicchieri simili, entrambi riempiti con la stessa quantità d’acqua, furono messi dinnanzi a lei sulla tavola. Lo sperimentatore, ossia lo stesso Dott. Fahler, prese uno dei bicchieri, e lo pose tra le mani del soggetto. Poi impartì al soggetto stesso delle suggestioni, nel senso che ogni sensibilità di qualsiasi tipo dovesse essere «sottratta» alle braccia e alle mani, e «riversata»nel bicchiere d’acqua, mentre le braccia e le mani dovevano diventare insensibili. Dopo aver ripetuto tale suggestione alcune volte, venne immerso ripetutamente un ago nell’acqua del bicchiere, e il soggetto reagì con una contrazione delle braccia e delle mani (come si può notare, si tratta di esperienze assai analoghe a quelle effettuate già nel secolo scorso dal Colonnello Albert de Rochas e da lui esposte, in particolare, nel suo libro «L’extériorisation de la sensibilité»). Si provò, a questo punto, ad infilare l’ago nelle braccia e nelle mani della donna, ma non vi fu alcuna reazione. Quindi, il bicchiere fu preso dalle mani del soggetto e posto sulla tavola. L’esperimento venne rinnovato con gli stessi risultati.
Lo sperimentatore prese quindi il bicchiere dalla tavola e andò in una stanza accanto, dalla quale non poteva essere visto da alcune delle persone rimaste nel locale degli esperimenti, incluso, naturalmente, il soggetto in ipnosi. Là, dall’altra stanza, egli inserì dieci volte l’ago nell’acqua, in tempi diversi, con ritmi diversi, e il soggetto reagì dieci volte allo stesso modo. Un’altra persona, un certo Dott. M., prese a sua volta il bicchiere, andò nell’ingresso dell’appartamento e chiuse la porta dietro di sé. Le persone presenti nella stanza delle esperienze notarono che il soggetto reagiva, con movimenti bruschi del corpo, per quattro volte consecutive. Quando il Dott. M. ritornò, dichiarò che aveva inserito l’ago nel bicchiere d’acqua quattro volte. Durante l’esperimento fu notato che le reazioni del soggetto diventavano più forti se al posto dell’ago si adoperava un cucchiaio. Tutte le persone presenti vollero ripetere gli stessi esperimenti e le reazioni furono sempre uguali. A questo punto lo sperimentatore rimise il bicchiere d’acqua fra le mani della donna, e suggerì che tutta la sensibilità ritornava dal bicchiere d’acqua nelle sue mani e nelle sue braccia. Quindi la svegliò.
De Rochas, a suo tempo, credette veramente che in questi casi ci fosse una specie di «travaso» della sensibilità del soggetto nell’acqua del recipiente. Oggi si è d’opinione alquanto diversa. E’ perfettamente possibile che per opera di suggestione ipnotica il soggetto si persuada dell’anzidetto schema, ossia reagisca per percezione extra sensoriale agli stimoli, proprio come se, effettivamente, la sua sensibilità non risiedesse più nella sua epidermide ma si fosse «trasferita», appunto, nell’acqua del bicchiere…
Qualche anno fa io feci un viaggio di studio nei Paesi cosiddetti di «oltre cortina», e precisamente in Cecoslovacchia, in Polonia e nell’Unione Sovietica. E’ abbastanza noto che la situazione della parapsicologia in quei Paesi è stata bloccata per molto tempo, e si è alquanto sbloccata soltanto in tempi molto recenti. Questo sblocco – curioso a dirsi – ha consentito una certa fioritura di esperienze e di pubblicazioni proprio in merito all’ipnosi come strumento d’induzione o di verifica di fenomeni paranormali. Ciò vale in modo particolare per la Cecoslovacchia e per l’Unione Sovietica.
A Praga vive ed opera un giovane biologo, il Dott. Milan Ryzl. E’ persona assai energica e piena di zelo. Ryzl si è dedicato sistematicamente ad «allenare» – come egli dice – alcuni soggetti non solo ad entrare a volontà in condizione d’ipnosi (in genere non molto profonda), ma anche a percepire extrasensorialmente oggetti o pensieri mentre si trovano in tale condizione. Il Dottor Ryzl ha già pubblicato, sulle sue ricerche, parecchi lavori su riviste parapsicologiche inglesi ed americane. Quando io andai a Praga, conferii con lui ripetutamente, ed egli mi fece conoscere il suo soggetto principale, Pavel Stepanek, un modesto bibliotecario di mite carattere, con vaghe tendenze mistiche (mi disse che avrebbe voluto fare il sacerdote ma che le circostanze non glie l’avevano consentito). Ryzl lo ha allenato ad entrare volontariamente in uno stato di ipnosi leggera, cioè ad autoipnotizzarsi. In tale condizione, il soggetto presenta sistematicamente, e per così dire a volontà, fenomeni di percezione extra sensoriale, valutabili con il metodo statistico. La tecnica seguita da Ryzl è semplicissima. Egli adopera una serie di grosse buste opache di cartone, entro le quali vi sono rettangoli di cartone più leggero, perfettamente uguali, da una parte bianchi e dall’altra verdi. Sono dunque serie finite di cartoni che il soggetto passa tra le mani, dopo che sono stati mescolati come si conviene. E’ chiaro che a seconda della posizione della busta, la faccia interna – invisibile – sarà verde o bianca a seconda dei casi: ma nessuno può dirlo, data l’opacità assoluta dell’involucro. Il soggetto prende in mano le grosse buste una dopo l’altra, al ritmo di circa due secondi tra l’una e l’altra, e le depone dopo avere detto, a seconda dei casi, la parola «verde» o la parola «bianco». Al termine della serie, si verificano le coincidenze, e si confrontano i risultati con quelli che darebbe il puro caso, secondo il calcolo delle probabilità. Orbene, il soggetto di Ryzl ottiene regolarmente, pressoché senza eccezioni, risultati superiori all’aspettazione probabilistica. Anche nelle esperienze che fece con me, e che furono condotte senza particolare rigore, il numero di colori «azzeccati» fu superiore a quello statisticamente prevedibile. In tal modo Ryzl, ormai da anni, si è posto nella condizione di poter dimostrare l’esistenza della percezione extrasensoriale, particolarmente col soggetto in discorso, e forse anche con altri, a volontà, di fronte a qualsiasi commissione scientifica!
All’Università di Leningrado, ha occupato per molti anni la cattedra di fisiologia il Prof. Leonid Vasiliev, morto l’8 febbraio 1966, le cui opere cominciano ormai ad essere largamente conosciute negli ambienti scientifici, tanto più che due di esse sono state tradotte in inglese, e una in francese. Vasiliev ha lavorato per molti anni intorno al problema della comunicazione interumana a distanza, ossia della percezione extra sensoriale di tipo telepatico, valendosi largamente di soggetti in ipnosi. Egli partì, com’era da attendersi, da posizioni materialistiche. Aveva trovato che certi soggetti allenati all’ipnosi potevano essere messi in stato ipnotico anche a distanza, e naturalmente pensò che dovesse trattarsi di un’energia trasmissibile, la quale portasse, al pari delle onde elettromagnetiche, i contenuti mentali – ossia gli ordini – dello sperimentatore al soggetto distante. Al fine di verificare le possibilità e le proprietà di questa ipotetica energia, Vasiliev interpose, tra sperimentatori e soggetti, schermi e ostacoli di vario genere, arrivando da ultimo a isolare i soggetti stessi in camere di piombo immerse nel mercurio. In quelle circostanze, i fenomeni si verificarono lo stesso, e con la stessa esattezza: Vasiliev, o uno dei suoi collaboratori, stando in una determinata stanza, cercavano di far cadere in sonno ipnotico un soggetto distante, in un momento scelto a caso. Oppure tentavano di fargli compiere determinati gesti, alla presenza di un collaboratore-testimone, che era nella stessa cabina. Sulla base della costanza dei risultati, ottenuti anche nelle predette condizioni di rigorosa schermatura, Vasiliev dovette ammettere che non vi era alcuna energia fisica o materiale conosciuta a cui si potesse pensare quale «veicolo » di simili comunicazioni.
Vale la pena di citare, a chiusura del nostro excursus, alcune conclusioni raggiunte da Vasiliev ed esposte nel suo libro pubblicato in Francia sotto il titolo «La suggestion à distance»: «Il problema attualmente più importante» – egli scrive – «è quello della natura del fattore che trasmette la suggestione a distanza. Per i materialisti, questo fattore non può essere che energetico, ma l’ipotesi elettromagnetica, che è stata proposta circa, settant’anni fa, non è stata sinora dimostrata sperimentalmente. Avevamo diritto di aspettarci che un isolamento per mezzo di metalli dell’induttore e del percipiente arrestasse la manifestazione della suggestione a distanza se fosse stata trasmessa da onde elettromagnetiche corte o medie, oppure l’avesse affievolita se era trasmessa da onde lunghe, ma le nostre investigazioni minuziose e prolungate, fatte sotto il controllo di fisici qualificati, non hanno dimostrato né una cosa né l’altra». E da ultimo: «Naturalmente, il problema che oggi si pone è quello della produzione da parte della materia più altamente organizzata, quella del cervello, di un fattore ancora sconosciuto, di natura, dobbiamo pur pensarlo, energetica. Noi possiamo già indicare due delle sue proprietà caratteristiche: propagazione a grande distanza, e penetrazione attraverso tutti gli ostacoli. Il flusso delle particelle neutrini, e la gravitazione universale, hanno queste proprietà, ma niente indica che questi fattori siano legati, in un modo qualsiasi, al lavoro cerebrale. Bisogna, dunque, cercare qualche cosa di diverso, qualche cosa di nuovo. E’ avvenuto parecchie volte, nella storia della scienza, che la constatazione di fatti nuovi, inspiegabili per vie note, abbia portato alla scoperta di aspetti imprevedibili e imprevisti dell’essere».
Credo che con queste parole, veramente savie e prudenti, di Vasiliev, si possa qui terminare. Io ritengo che noi siamo oggi in una posizione alquanto diversa circa quei fenomeni di accantonamento e di rimozione di certi accadimenti o manifestazioni, in confronto a quella di molti studiosi di quaranta o cinquant’anni fa: e ciò perchè oggi gli strumenti della psicologia, e in modo particolare quelli della psicologia dinamica, della psicologia del profondo, ci rendono più avvertiti riguardo alle stesse nostre motivazioni inconscie. Siamo, pertanto – o dovremmo essere – psicologicamente più permeabili, più aperti. Ciò, beninteso, non può e non deve essere disgiunto da un modo di procedere rigoroso, metodico e consapevole, l’unico che possa permetterci di veramente indagare e di approfondire certe dimensioni ancora malnote della personalità umana. Non possiamo ancora dire con certezza che l’ipnosi promuova la percezione extra sensoriale in soggetti altrimenti refrattari: ma non vi è ormai dubbio che i parapsicologi debbano prenderla ulteriormente in considerazione, così come sembra opportuno che gli studiosi di ipnosi non ignorino i fenomeni parapsicologici e le ricerche di parapsicologia. Le mete indicate da Vasiliev sono ancora lontane: ma lo spirito collaborativo, interdisciplinare, a cui si è accennato, è l’unico che possa farci procedere nel senso da lui, da noi tutti auspicato.

Emilio Servadio

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