Mio marito mi vieta di donare gli occhi
Le storie vere di «Amica»
Amica 27 febbraio 1968

Fra le migliaia di lettere che ogni settimana riceviamo in redazione, pubblichiamo il «caso» che più ci ha colpiti, tentando di trovarvi una soluzione, con l’aiuto di un gruppo di esperti. I personaggi coinvolti in questo «caso» sono da noi, per ovvi motivi di discrezione, resi irriconoscibili.
A cura di Bruno Rossi

«Mio marito dice di non volere eroi in famiglia. Si riferisce a me. Ma io non mi sento affatto eroe, non la sono. Anzi, vivo fin troppo tranquillo. Sono innamorata di mio marito, ho due bambini che mi sembrano i più belli e i più bravi del mondo, sono soddisfatta della professione che ho scelto: insomma la mia è una vita serena e felice. Da ragazza avevo sognato grandi cose, è vero: avevo sognato di fare qualcosa che “sfondasse”, che lasciasse il segno del mio passaggio nella vita. Eppure oggi, legata mani e piedi alla casa e al lavoro, sono egualmente soddisfatta. E allora, perché mai, mi domanderete, sono “accusata ” da mio marito di voler fare l’eroe? Ecco, un desiderio, forse un poco fuori della norma, l’ho mantenuto e intendo realizzarlo: voglio, alla mia morte, lasciare i miei occhi a un ragazzo o a una ragazza ciechi. Ne ho parlato più volte con mio marito, naturalmente, e lui si è sempre opposto con una ostinazione, mi sembra, irrazionale. Dice che getto tutto in quel gesto i sogni di avventura ai quali ho abdicato nella vita. Può anche essere vero: ma che cosa significa? Anche lo spirito di avventura può dare frutti utili. Anzi, ne ha dati infiniti. E poi, mi sembra fuori posto parlare di avventura quando si tratta semplicemente di rendere più bella, più piena la vita degli altri, dei più sfortunati. Dice ancora mio marito: è un gesto crudele contro se stessi e quindi contro i propri familiari, è un gesto che rende ancora più spaventosa l’idea della morte. Eppure a me pare esattamente il contrario. Io amo la vita, e il pensiero della morte mi sembrerebbe meno spaventoso se sapessi che i miei occhi continuerebbero a vedere, per altre persone, con la stessa gioia che io provo oggi».

Chi ci ha scritto questa lettera, che a noi sembra nobile, commovente (e capace, ciò che più importa nella nostra rubrica, di aprire un discorso non inutile) è una giovane maestra, che vive e insegna sulle rive dei lago di Como. Più avanti, nella lettera (che peraltro riportiamo quasi integrale) la lettrice scrive di aver sentito parlare di una «banca don Gnocchi» vorrebbe averne notizie precise e allarga così l’argomento proposto:
«Ho detto prima che il mio desiderio è un poco fuori della norma. Lo è forse oggi. Ma io credo che un giorno, se la gente sarà più informata, più sensibilizzata al problema, moltissime persone la penseranno come me. Anzi, io ho parlato soltanto di occhi, perché questo è il mio desiderio particolare: ma oggi la chirurgia salverebbe tante vite, da quel poco che ne so, se a disposizione potesse avere molti donatori. Penso all’episodio clamoroso del dottor Barnard, ma anche a molte altre notizie che ci hanno fatto trepidare in questi mesi. Per esempio, ai trapianti di reni, che sono stati realizzati anche qui in Italia. Ecco, la mia proposta è semplicissima: non vi sembra il caso di parlare un momento di queste cose, non per gridare ancora una volta tutta la nostra meraviglia e ammirazione (giustificale, si capisce) agli scienziati, ma all’impegno morale al quale questi progressi chiamano, io credo, tutti noi?».

AMICA: I risvolti psicologici del problema sono evidenti. La nostra lettrice afferma, per esempio, di sentirsi più serena pensando che i suoi occhi continueranno a vedere «anche dopo di lei», mentre il marito sostiene il contrario, dice cioè che l’idea della morte diventa ancora più spaventosa con la prospettiva dei trapianti. Quali possono essere le radici psicologiche dei due giudizi, diametralmente opposti? Lo domandiamo al professor Servadio.

SERVADIO: Mi pare abbastanza evidente che sia la lettrice di· «Amica», sia il marito di lei, appartengono a quella vastissima schiera di persone per le quali la morte, in un certo senso, «non esiste», e che si vedono per così dire «vive» anche dopo la cessazione effettiva della vita. Ciò, come ho accennato, è estremamente comune. Per la massima parte di coloro che si tolgono la vita, ad esempio, esiste un «dopo» in cui già si vedono; e perciò essi anticipano sovente, in dichiarazioni o scritti, quel che accadrà «dopo», quasi che potessero in qualche modo presenziarvi. Ma questo «prolungarsi nel dopo la morte» può avere diverse configurazioni a seconda degli individui e dei loro sentimenti, relativi al senso dell’io (mentale o corporeo), e alla maggiore o minore partecipazione alla vita degli altri. Esistono, psicologicamente, persone con un senso dell’io estremamente circoscritte, incapaci di sintonizzare veramente con alcuno, di «identificarsi», di sentire all’unisono. Ed esistono, per contro, individui che assai facilmente si spersonalizzano, per i quali l’altrui pena o gioia sono vissute in prima persona.
La lettrice di «Amica» mi sembra appartenere a questa seconda categoria. Probabilmente, nella vita, il suo senso dell’io è assai espanso, poco personalizzato. Potrebbe facilmente trattarsi di una donatrice di sangue, lietissima alla idea che il suo sangue circoli nelle vene di un altro. Essa prolunga tale suo dato essenziale di personalità oltre i limiti della vita; e vive con gioia, « ante factum ., uno stato di partecipazione interumana. Da ciò la serenità con cui guarda oltre la morte: perché la morte, nel suo sentimento, e proprio perché può consentirle una certa partecipazione con l’«altro», ripete in forma ancora più enfatica ciò che costituisce una caratteristica importante della sua vita d’oggigiorno, del suo «sentirsi vivere» concreto e presente. Il marito – e non si vuol qui fargliene una colpa – è di avviso e sentimento diversi. Per lui, la sottrazione di una parte del corpo è sentita come una mutilazione. Prescinde ovviamente anch’egli dal fatto che un cadavere – per definizione non vive e non sente. Vi è senza dubbio, in questo marito, una considerevole assimilazione dell’io psichico con l’io corporeo.

AMICA: Il marito sostiene che nell’idea della moglie, assai più che generosità, vi è spirito di avventura, desiderio di sentirsi protagonista di qualcosa di straordinario. Crede, come psicologo, che questo giudizio posa essere esatto?

SERVADIO: E’ chiaro che a una persona piuttosto contenuta e poco espansa nel senso anzidetto, il modo di sentire «multanime» di chi partecipa sinceramente e intensamente a una coralità interumana può apparire, incomprensibile, e prestarsi a interpretazioni non necessariamente aggressive, ma per lo meno tendenziose. Sfuggendo al soggetto il vero «perché» di un atteggiamento, gli occorre trovare un «perché» più o meno ma per lui non accettabile, che gli consenta sia di criticare sia di mettersi l’animo in pace. Comprendo che queste considerazioni non possano modificare le opinioni del marito di cui si parla: ma ciò, dopo tutto, importa poco. Basterà che il marito in questione sappia che c’è chi non trova affatto fuori luogo l’intenzione manifestata da sua moglie, e che egli abbia, per le di lei personali decisioni, quel giusto rispetto che ha il pieno diritto di esigere per le proprie.

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