Il problema dei guaritori
Rassegna Italiana di Ricerca Psichica, 1969, fasc. 1-2, pp. 7-20

Ho ritenuto opportuno riprendere il discorso sul problema dei guaritori, perché non ho avuto l’impressione che i vari, più o meno recenti simposi, e le numerose pubblicazioni apparse anche negli ultimi tempi sull’argomento, abbiano veramente fatto compiere passi avanti ai ricercatori. Penso che convenga vedere ancora una volta più chiaramente, e da vicino, certi parametri fondamentali della questione; poiché se si prescinde da essi, si rischia di seguitare a percorrere, senza saperlo, strade sbagliate, nell’illusione che un giorno o l’altro, esse ci porteranno alla mèta.
Non è un mistero per nessuno che i guaritori sono, più o meno in tutti i paesi civili, in grande numero, e, con tutta probabilità, in costante aumento. E’ stato calcolato che in Francia, il loro numero superi addirittura quello dei medici. In Italia, la fama di alcuni rinomati guaritori di città tende a far dimenticare l’esistenza di migliaia di analoghi personaggi, a cui si rivolgono moltissimi clienti nelle nostre cittadine di provincia e praticamente in tutte le zone contadine, specialmente del Meridione. Di quando in quando, una mite condanna, o una assoluzione, dà nuovo lustro e procura nuovi clienti al mago di Domodossola o al taumaturgo di Frosinone. Ma non per questo il fenomeno si attenua. E non si può non essere colpiti dallo strano contrasto che si è così verificato nella nostra cultura. Sappiamo bene che da un lato, si sono avuti nell’epoca presente sorprendenti progressi in biologia, igiene, chirurgia, biochimica e tecniche di laboratorio, con l’introduzione di strumenti perfezionatissimi, nuovi e potenti farmaci, e neutralizzazione di gravi malattie: ma dall’altro, e quasi per una polarità apparentemente misteriosa, abbiamo assistito e assistiamo non già a un corrispondente declino – come sarebbe stato logico attendersi bensì ad una sempre crescente affermazione di indirizzi, attività e concezioni che non hanno nulla o quasi nulla di scientifico o di razionale. Su quest’altro piatto della bilancia vanno posti, evidentemente, anche i vari tipi e le attività dei cosiddetti «guaritori».
Secondo alcuni, il fenomeno dei guaritori è ineliminabile, e c’è chi lo considera addirittura salutare. Altri vorrebbero mettere sotto processo tutti i guaritori, e infliggere loro gravi sanzioni. Certi studiosi sono inclini a pensare the qualche guaritore possa essere dotato di «poteri » particolari, ignoti alla scienza accademica; per altri, infine, si tratta di una continua, perpetua montatura, in cui c’è chi imbroglia e chi è ben felice di farsi imbrogliare.
Si tratta, dunque, di una matassa quanto mai arruffata, ma comunque di gran peso. In questa matassa, non è possibile mettere le mani se non si hanno le idee chiare; e in tema di guaritori le idee chiare ce le hanno ben pochi, a cominciare dai guaritori stessi, che le hanno confusissime.
Che cosa sostengono, infatti, quelli tra i «maghi» che discettano e teorizzano sulla loro attività? In linea di massima, essi sono tenacemente attaccati all’idea di particolari «emanazioni» o «fluidi», che partirebbero dal loro organismo, e agirebbero beneficamente su quello della persona ammalata.
L’idea è vecchissima, e si può far risalire anche più lontano che non a Mesmer e al cosiddetto «magnetismo animale». Tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, il medico e filosofo viennese Mesmer, e i suoi seguaci, diedero luogo alla prima grande ondata collettiva di terapia a base di «fluidi», e tale ondata, in fondo, non si è mai fermata. Secondo il moderno guaritore «fluidista », quelle che egli chiama, a seconda dei casi, « onde bio-radianti », « raggi Z », o « forze bio-elettriche », non solo esistono, ma hanno efficacia terapeutica. Il guaritore, intenzionalmente, adopera tali energie per curare quelle malattie e quei malati che la « medicina ufficiale » ha abbandonato. Ciò facendo – dicono i guaritori – egli non fa concorrenza al medico, né li si sovrappone.
Questa tesi, così semplice e lineare, ha solo due punti deboli – ma così deboli da farla vacillare paurosamente. In primo luogo, l’esistenza delle pretese « onde » o degli « effluvii bio-radianti » non è stata mai scientificamente dimostrata. Certi curiosi tipi hanno escogitato, è vero, apparecchi dall’aria più o meno complicata e misteriosa con i quali si misurerebbe il « fluido » umano, e che darebbero cifre particolarmente impressionanti in presenza del taumaturgo X o del mago Z: ma si tratta di strumenti per modo di dire, la cui validità, dal punto di vista fisico, è stata sempre negata dagli scienziati e dai tecnici. D’altronde, la storia dei cosiddetti apparecchi per misurare le « bio-onde » risale anch’essa all’Ottocento, e meriterebbe da sola una speciale trattazione. Basterà dire che tutti i vari « stenometri », «biometri », e simili aggeggi, sono regolarmente caduti nel dimenticatoio, essendo stato ogni volta dimostrato che ciò che li faceva operare era qualche agente già noto, il quale non aveva nulla a che fare con fluidi misteriosi, o con qualsiasi altra energia comunque sconosciuta.
Il secondo punto – sul quale i guaritori, chissà perché, non si soffermano quasi mai – è il seguente: posto per ipotesi che le anzidette emanazioni, o bio-onde, esistessero realmente, su quale base si può sostenere che esse abbiano una efficacia terapeutica generica o ubiquitaria? Nella medicina riconosciuta, alcuni tipi di radiazioni vengono bensì impiegati per determinate cure: ma non è mai saltato in mente a un medico di adoperare gli infrarossi o le onde corte, indifferentemente, per una sciatica come per una polmonite, per un fibroma come per una disfunzione epatica. Il fatto stesso di supporre – più o meno implicitamente – che il «fluido» possa esercitare un’azione curativa su malattie aventi eziologie e patogenesi tanto diverse introduce inevitabilmente un fattore magico, assolutamente extra-scientifico, nel quadro dell’azione del guaritore.
Che ne dicono i medici? A dire il vero, le loro opinioni non sono concordi. C’è, naturalmente, la posizione estremista, di chi nega a priori l’esistenza dei pretesi « fluidi »; ammette che al massimo, e in certi casi, l’azione dei guaritori si svolga sul puro piano suggestivo; considera i guaritori come grossi ignoranti, talvolta illusi e spesso ciarlatani, e giudica i clienti dei guaritori come gente legata a concezioni superstiziose, non scientifiche, di cui la medicina moderna ha fatto giustizia. Altri medici, pur manifestando incredulità o scetticismo circa le assente « radiazioni », ammettono che il guaritore abbia una sua singolare funzione, corrispondente a un diffuso bisogno di assistenza medicopsicologica (spesso più psicologica che medica), che la medicina « fisica » molte volte non appaga. Tale bisogno – dicono questi medici – è un’esigenza naturale e per ora insopprimibile della personalità umana. In fondo – essi dicono – quando noi « rassicuriamo » il paziente, dicendogli con aria autorevole che « tutto andrà bene », non siamo un po’ guaritori anche noi?
Vi sono, infine, medici (una minoranza), i quali si dichiarano convinti che dall’organismo di certi guaritori « qualcosa » effettivamente si sprigioni, e che questo « qualcosa » possa eventualmente esercitare effetti terapeutici. Essi si fondano su loro personali esperienze sia quali medici « supervisori» di casi trattati da questo o quel guaritore, sia, certe volte, addirittura quali pazienti!
In tutte le predette tesi e posizioni, il problema dei guaritori è impostato, come si vede, « per linee esterne », ossia partendo dal presupposto che esso sia soprattutto da decidere sulla base dei fatti. Ma evidentemente i « fatti» non sono né chiari né pacifici, visto che ognuno li cita a sostenere le opinioni più diverse! In simili casi, di solito, si ricorre all’esperimento, ma qui si urta contro gravi difficoltà: occorre trovare il guaritore che si presti per un tempo sufficientemente lungo; occorre trovare malati « omogenei »; occorre il consenso e l’aiuto di una clinica o di istituzioni ospedaliere; occorrono medici disposti a dedicare molto tempo e molta energia a una ricerca difficile, non rimunerativa, e che può procurare loro noie anziché merito. Malgrado tutto ciò, qualche cosa si è fatto. Ricordo che anni or sono, un illustre medico inglese, il dottor Louis Rose, ha condotto da solo una lunga, spassionata inchiesta sull’attività del celebre guaritore Harry Edwards, i cui mirabolanti successi si conterebbero a molte migliaia. Il risultato di tale investigazione – mi duole dirlo – fu completamente negativo.
Qualche anno fa, ancor più sistematicamente, è stata effettuata al Policlinico dell’Università di Friburgo (Germania) una ricerca scientifica e medica in merito all’attività di un guaritore tra i più noti. I soggetti sottoposti a quest’ultimo sono stati ben 650, ed è quasi superfluo dire che gli esami e i controlli non hanno lasciato nulla a desiderare. Il rapporto finale riconosce che il 52% dei pazienti hanno denunciato miglioramenti soggettivi, mentre non si è avuta se non una piccola percentuale di miglioramenti obiettivi.
A me sembra che questa impostazione « per linee esterne »- come ho creduto di poterla denominare – del problema che ci interessa, sia unilaterale, e non possa portare ad alcun risultato conclusivo, neppure nel senso di farci capire bene la questione. E’ un po’ come avveniva allorché si credeva di poter comprendere qualcosa del mesmerismo o dell’ipnosi cercando di misurare il preteso «fluido» magnetico, o di scoprire in che cosa consistessero le doti di fascinazione dell’ipnotizzatore. Oggi tutti sanno che quello dell’ipnosi è un problema del soggetto che si fa ipnotizzare, e che l’ipnotizzatore non è che un personaggio più o meno adatto a incarnare una immagine interiore, inconscia, appartenente allo psichismo del soggetto stesso, e che questi può « proiettare» sull’altro. Analogamente dobbiamo, ci sembra, chiederci in primo luogo che cosa si agiti nel profondo di chi va dal guaritore, ammettendo a priori che questi possa avere qualche tratto particolare di autorevolezza, di fiducia in se stesso, e di rapida presa di contatto con chi gli si rivolge, ma lasciando per ora nel limbo delle ipotesi l’idea che dal suo organismo possano sprigionarsi – come alcuni credono – energie fisiche tuttora ignote alla scienza.
Ma prima di affrontare più da vicino questo, che è il nostro assunto principale, dobbiamo proporci un problema più generale: quello di che cosa significhi, per noi, nel mondo moderno, il fenomeno guarigione » – fenomeno nel quale, ovviamente, quello dei guaritori non può non inquadrarsi.
Il fatto è però che se cerchiamo nei testi più seri e ufficiali una teoria moderna della guarigione, semplicemente non la troviamo. Esiste, come tutti sanno, una scienza delle malattie la patologia; ma non esiste una scienza della guarigione, neppure come capitolo o sottocapitolo di trattati di patologia generale, o speciale: mentre sembra ovvio che lo studio della guarigione da una malattia sia altrettanto legittimo quanto quello della sua eziopatogenesi, della sua fisiopatologia, della sua evoluzione, delle sue forme cliniche, della sua diagnosi e della sua prognosi. Né si può dire che lo studio della guarigione faccia tutt’uno con quello della cura, perché si sa bene che in certi casi si ha guarigione… in assenza di qualsiasi cura!
Soffermiamoci un istante su certe implicazioni della medicina psicosomatica. Si può dire ormai accertato che determinati fattori emotivi e psichici si manifestano non soltanto in fenomeni di tipo isterico come tachicardia, spasmi muscolari, etc., ma dando luogo o aprendo a via a vere e proprie affezioni organiche di carattere permanente, a carico dell’apparato respiratorio, del tubo digerente, dell’epidermide o delle articolazioni. Vediamo dunque che almeno per un determinato gruppo di affezioni aventi un chiaro aspetto organico, è cambiato il concetto stesso di malattia, ‘ed è cambiato, ovviamente, molto di ciò che si pensava e si faceva circa il loro trattamento e la loro guarigione.
Il piano della medicina psicosomatica è oggi, mi sembra, il più « ortodosso », in fondo, rispetto al problema generale dell’influenza dei fattori psichici ed emozionali nell’insorgere di determinate malattie anche organiche, e sui relativi processi di guarigione. Ma che dire, ora, dei vastissimi campi in cui si persegue – con o senza controlli ed approfondimenti di ordine medico – un avvicinamento spirituale, mistico, taumaturgico alla malattia e alla guarigione? Non è beninteso di mia pertinenza pronunciarmi sulle cause prime di quanto accade o può accadere, ad esempio, a Lourdes: ma che colasi siano verificati casi i quali mostrano l’intervento e l’azione di fattori ideo-affettivi in processi di guarigione di malattie organiche anche gravi – questo, credo che qualsiasi studioso serio e prudente, il quale abbia investigato con cura, sia ormai tenuto ad ammetterlo. Persino uno scienziato severo come il dottor West, che ha sollevato sottili ‘dubbI e ingegnose contestazioni di ordine medico in merito a undici dei più famosi «casi » di Lourdes – persino West, al termine del suo studio critico, dichiara di ritenere che « rapidi e profondi mutamenti fisiologici avvengano qualche volta a Lourdes ».
Sono abbastanza noti i risultati di una ricerca che io stesso effettuai alcuni anni fa, insieme con l’etnologo e parapsicologo, immaturamente scomparso, Ernesto De Martino, e con altri studiosi italiani, sui cosiddetti maghi-guaritori della Lucania. Vorrei qui accennare brevemente in qual modo si situa la figura del guaritore nelle coordinate culturali del contado lucano e della sua popolazione. Premesso che si tratta di un’area economicamente depressa e culturalmente arretrata, mi è apparso chiaro che il male e la malattia, nelle campagne lucane, assumono spesso caratteristiche e connotazioni che corrispondono solo in parte a quelle delle nostre zone più progredite. Vi è un ordine di fenomeni patologici e psicopatologici, che sono evidentemente vissuti dall’interno come «male » più in un senso morale che in quello della nostra medicina universitaria. Al « male » inteso in tal guisa vengono attribuite origini svariate: si tratta qualche volta di fattura o di malocchio; altre volte di una sorta di punizione per cattivi pensieri avuti, o per azioni che non si sarebbero dovute compiere; e a volte ancora di presunti interventi di entità maligne, operanti per proprio conto, o scatenate da stregoni o fattucchiere. Date le anzidette caratteristiche e componenti psicologiche del terreno su cui sorge questo o quel «male », è chiaro che in vari casi un intervento possa essere chiesto al mago o al taumaturgo, piuttosto che al medico.
E il mago può inserirsi autorevolmente in processi e in situazioni di malattia, delle quali è difficile dire quali siano le componenti psicologiche, dove queste diano luogo a situazioni di pertinenza di una rozza psicoterapia, e dove sfocino in sindromi psicosomatiche, originando o alimentando vere malattie organiche. In ogni modo, come ho detto, il guaritore a questo punto interviene sia nel senso di un «pronto soccorso» psicologico e psicoterapico a favore di individui in evidente crisi, sia in quello di chi sa e può magicamente contrastare le oscure forze del « male », sia, infine, nel senso di chi ha la facoltà di « scaricare » il soggetto da ciò che lo opprime, assumendolo in proprio, ed esimendo il paziente dai sensi di responsabilità e di colpa. Così stando le cose, risulta sempre più evidente che il vasto materiale raccolto in Lucania ha obbligato parecchi studiosi a rivedere le loro concezioni. Lo psicologo e il medico non possono, al contatto con quel materiale, non riferirsi continuamente a un quadro ideologico nel quale la nozione di « malattia » è diversa dalla nostra e nel quale, pertanto, lo stesso strumento diagnostico va tarato e modificato; nel quale certe strane cose debbono venir giudicate non già secondo i nostri abituali criteri di ciò the è normale e di ciò che è patologico o psicosomatico o forse anche paranormale, ma secondo quelli di chi sa che una data « orazione» può sconfiggere il male, un «male » per larga parte, come si è detto, morale, spirituale, immateriale.
Una zona come quella della Lucania è certo fra le più indicate per studiare il problema dei guaritori, che nelle nostre grandi città è tanto spesso sovrastrutturato, e reso più complicato da elaborazioni culturali: scientifiche o pseudoscientifiche. Il senso diverso, certe caratteristiche psicologico-mistico-morali che la malattia assume sovente per l’individuo colpito, sono, nel contadino lucano, bene spesso a livelli quasi coscienti, il che non si verifica quasi mai nel «cittadino » più o meno colto, che si reca dal «mago con targa » chiedendone l’intervento contro un’artrite o una paresi. Tuttavia non c’è dubbio, secondo me, the nell’inconscio del laureato cittadino Si svolgano press’a poco gli stessi conflitti, drammi e processi psicologici di cui l’analfabeta lucano può esprimere aspetti e figurazioni molto più prossimi ai relativi contenuti essenziali.
Come si sarà notato, in questo avvicinamento al problema dei guaritori, io mi sto occupando assai più della posizione, della personalità e di ciò che in genere si svolge nell’animo del cliente, che non delle doti o facoltà vere o presunte del mago di Acerenza o di quello con studio al Corso. Ma .- ed è qui uno dei punti importanti della questione – quello che succede tra paziente e guaritore non è, in fondo, che l’ingrandimento quantitativo di ciò che sempre succede, inconsapevolmente e a piccole dosi, tra paziente e medico: ossia la «proiezione» – sulla persona del terapeuta – dell’immagine arcaica del taumaturgo e del mago, e cioè in sostanza di una imago paterna dotata di una quasi onnipotenza. Questa imago esiste in ognuno di noi, anche se il bisogno di « proiettarla» concretamente in qualcuno che si presti a tale provvisoria « incarnazione » varia da individuo a individuo, da circostanza a circostanza e può assumere forme diversissime. In momenti di crisi spirituale, c’è chi va dal sacerdote e chi va dal santone. In occasioni di tormento e di sofferenza, c’è chi va dal medico e chi dal mago. Ma non dobbiamo dimenticare che la medicina si è separata dalla magia in !tempi non poi lontanissimi, e che in vaste aree culturali, ancora oggi, medico e mago sono una persona sola. Se è vero che nella cultura occidentale, e sul piano della coscienza, la distinzione è per io più chiaramente accettata, troviamo tuttavia residui di tale impostazione del rapporto fra paziente e medico in molti atteggiamenti emozionali di persone anche adulte e colte, le quali spesso, di fronte al medico, si attendono, o addirittura invocano, non già la cura – nel senso concreto e scientifico del termine – bensì, in sostanza, il miracolo.
Ma dobbiamo convenire che a questa esigenza, a questa «carica » emozionale, che tende a investire, anche se per lo più non coscientemente, la figura del terapeuta, la medicina moderna dà sovente ben scarso appagamento. Abbiamo esempi estremi di questa « spersonalizzazione » del rapporto medico-ammalato in certe cliniche, specie d’oltre oceano, dove il paziente è considerato poco più che come l’oggetto di una serie di esami di laboratorio, e riceve infine una scheda nitidamente stampata, con diagnosi, prognosi e prescrizione. Ma non è un mistero per nessuno che anche da noi, la « burocratizzazione» della medicina è in pieno sviluppo, e che i rapporti tra medico e ammalato, in tutto il settore della medicina mutualistica, sono di necessità oltremodo schematici e formali: mancano, cioè, pressoché totalmente di quella atmosfera affettiva di cui il malato ha altrettanto bisogno quanto delle medicine; non danno al paziente alcuna possibilità di « proiettare» sulla persona del medico l’immagine del genitore onnipotente, del taumaturgo, del « mago ».
Esiste dunque una vasta zona, nei moderni rapporti fra medici e ammalati, di vuoto affettivo, di « carenza emozionale », tanto più vasta e profonda, beninteso, quanto più è incolto e primitivo il pubblico dei pazienti, ma anche quanto più tende a farsi meccanico e gelido l’intervento curativo. In questa zona si inseriscono, rispondendo spesse volte a una autentica, anche se non razionale, domanda dell’animo umano, i guaritori: i quali costituiscono in tal modo – come li ha definiti acutamente uno studioso francese, il Colinon, gli odierni depositar! dell’interpretazione mistica della malattia.
Domandiamoci a questo punto: possiamo noi escludere che il rapporto personale, emozionalmente « caricato », fra paziente e terapeuta, abbia una efficacia reale e concreta nei meccanismi che presiedono al processo di guarigione? E ciò, anche completamente a prescindere da ipotetici e mai provati « fluidi »? A nostro avviso, tale esclusione non solo non è possibile, ma costituirebbe, a questi chiari di luna, una vera e propria stortura. Qualsiasi studioso avvertito è oggi costretto a tener conto della importanza dei fattori psichici, psico-emozionali, psicosomatici, nell’insorgenza, nel decorso e nella cura di malattie che un tempo apparivano esclusivamente « organiche ». Tale fattore è stato messo in evidenza da medici insigni in affezioni come l’ulcera gastro-duodenale, l’artrite reumatoide, o l’ipertensione essenziale: ma queste malattie non esauriscono certo il campo d’azione delle influenze in discorso, le quali, in quanto appartenenti a una problematica inconscia e generale della personalità umana, si possono ritenere presenti, ancorché in maniere e in quantità diversissime, praticamente in ogni forma morbosa.
A me sembra che non sia lecito accettare un’idea come valida, e poi accantonarla quando diventa scomoda; e che non sia lecito ammettere l’efficacia di una componente psichica, o comunque non organica, non materiale, nelle cure psicosomatiche, ipno-suggestive, spirituali, o in qualche modo taumaturgiche, di malattie anche organiche, e respingere a priori la idea che un medicamento X, o un trattamento Y, possa avere diversa efficacia se somministrato, anziché da un distributore automatico o da un robot, da una persona umana, o comunque in un clima di caldi rapporti interpersonali, tali da sollecitare e galvanizzare, su piani profondi, le riposte energie psico-biologiche dell’uomo.
Il già citato Colinon, neanche a farlo apposta, ha fatto notare, fra l’altro, che le malattie alle quali più frequentemente si dedicano i guaritori, e che sono più spesso denunciate dai loro clienti, sono precisamente quelle in cui la medicina psicologica e psicosomatica ha più sicuramente accertato una « componente » psicogena, come ulcere gastriche, asma, affezioni cutanee, ipertiroidismo, e tutte quelle malattie «senza causa apparente »,(ma non già per questo «immaginarie») come nevralgie, « dolori » diffusi, palpitazioni, insufficienze, dispepsie, etc. alle quali nessun medico onesto può in genere attribuire una precisa causante organica.
In tutti questi casi la malattia, in grado maggiore o minore, è mantenuta in atto da fattori psichici inconsci, quali senso di colpevolezza, bisogno di punizione, e in genere stati profondi di disarmonia interiore. E’ plausibile pertanto che essa possa essere beneficamente influenzata dall’intervento di un fattore contrario, da una personalità che rassicura e che «assolve », con modi e gesti che stanno fra la carezza protettiva del genitore, e l’imposizione di mani, imperiosa e solenne, del mago, del taumaturgo o del sacerdote.
Abbiamo detto poc’anzi che il primo quesito da risolvere è quello relativo al perché tante persone, anche delle classi elevate e colte, diventano clienti di guaritori. A tale domanda, come si è visto, non si può più rispondere né con definizioni di comodo – superstizione, entusiasmo irragionevole ecc.. che non spiegano un bel nulla – né accontentandosi di ammettere – ed è già per certuni una notevole ammissione – che il guaritore esercita sul proprio cliente un potere suggestivo, tale a volte da agire sul suo stato d’animo, o su sintomi lievi di disturbi non organici. Ma che cosa è in fondo la suggestione se non la ricerca soprattutto inconscia, e l’accettazione, di qualche cosa o di qualcuno che agisca potentemente su un problema che è in noi, ma che è per noi stessi inaccessibile? E perché assegnare a tale azione – qualunque nome vogliamo darle limiti precisi e a priori, dopo quello che abbiamo appreso o veduto negli Istituti di psicosomatica, o in qualche santuario famoso, o negli allucinanti abitacoli dei guaritori lucani? Perché, infine, così pochi si domandano il motivo per cui la già descritta proiezione dell’immagine del genitore-mago si esercita, a un certo punto, più sul guaritore che sul medico?
Mi preme dire in questa sede che è a mio avviso perfettamente concepibile che in certe forme di terapia, e particolarmente nella situazione guaritore-paziente, possano inserirsi elementi parapsicologici – di tipo extra sensoriale o fors’ anche psico-cinetico. Molti anni or sono, nel mio discorso inaugurale alla Conferenza internazionale sulle cure non ortodosse (1954), io ricordai ai partecipanti che le scoperte della psicoanalisi e della medicina psicosomatica avevano mostrato che la cosidetta malattia è il prodotto di una varietà di fattori, riferibili fra l’altro ai processi psichici consci o inconsci del paziente. Ulteriori studi ‘sugli eventi paranormali che possono avvenire nella situazione psicoanalitica mi hanno convinto che il fattore psi è una sorta di possibilità costante nel rapporto analista-paziente, e che molti fenomeni psi durante un trattamento psicoterapeutico possono avvenire, ma sfuggire alla nostra attenzione. D’altra parte, il rapporto analista-paziente non dovrebb’essere considerato come una rara avis, o come una situazione umana unica e senza possibilità di confronti. Io ritengo che quella che noi psicoanalisti chiamiamo la situazione trasferenziale-controtrasferenziale, che può essere così evidente e tangibile nei processo analitico, sia soltanto un allargamento o una intensificazione di qualche cosa che avviene costantemente nei rapporti interumani, purché questi siano sufficientemente intensi, e tali da dar luogo a un forte bisogno di comunicazione, a regressioni psicologiche inevitabili verso livelli più irrazionali ed emotivi, a frustrazioni od ostacoli che si cerca di superare, ecc. Sembra abbastanza plausibile che una vera situazione terapeutica, in cui tanto il paziente come il terapeuta (beninteso, in gradi diversi) possono sentirsi uniti da un particolare legame, il quale ripete a volte una coppia arcaica in cui possiamo vedere da un lato il «genitore potente e protettivo » e dall’altro «il bambino derelitto e bisognoso d’aiuto ») ci presenti l’esempio di un terreno molto favorevole per il verificarsi di fenomeni extra sensoriali, o fors’anche psicocinetici. Se questo è vero – e molti medici cominciano ad esserne più o meno avvertiti, o ad averne il sospetto – in una situazione terapeutica, per così dire, quotidiana, tanto più potrebbe accadere nei particolare alone che contraddistingue il rapporto guaritore-cliente.
Quanto ho detto da ultimo permette, credo, di capire uno degli errori più frequenti e fondamentali commessi da coloro che si occupano del problema dei guaritori. Al massimo, essi ritengono che il guaritore possa esercitare o un potere, come si suoi dire, «suggestivo», o, forse, influenzamenti di carattere parapsichico o parafisico. Tutt’al più, essi sembrano ammettere, si tratterà di un misto di tutti e due. Ciò che a essi sembra sfuggire è proprio il fatto che con tutta probabilità, le due componenti non sono separabili, e che in determinate condizioni l’una promuove e amplifica l’altra, che reagisce sulla prima, cosicché alla fin fine potremmo avere una unità inter-reattiva e complementare di fenomeni. Un altro punto che in genere sfugge è proprio quello che ho cercato ulteriormente di dimostrare in questa particolare occasione: e cioè che non si può separare il problema dei guaritori da quello più generale della guarigione. Fino a quando nella moderna terapia non si sarà fatto maggiormente strada il principio secondo cui la guarigione non si può ridurre a un semplice processo materiale e biochimico, seguiterà a esserci, accanto al medico, il guaritore, in cui la gente vuoi vedere, ha bisogno di vedere, il mago originario, l’incantatore della tribù. E ne ha bisogno, perché nell’epoca nostra, e particolarmente in certe coordinate culturali, l’intervento del guaritore contribuisce a creare quel binomio, quella Gestalt, nella quale possono accadere, per i motivi che ho cercato di indicare, sottili comunicazioni e scatenamenti di forze, che promuovono o accelerano di fatto il risanamento.
Quanto precede non vuoi essere – sia ben chiaro – una « difesa dei guaritori ». Potrei intrattenervi per molto tempo, se volessi elencare tutte le storture pseudo-scientifiche, le ridicole affermazioni, le incredibili imprudenze terapeutiche – per non parlare delle truffe deliberate e degli inganni consapevoli di cui sono piene le storie e le cronache delle cure « non ortodosse ». Il mio intento è stato semplicemente quello di inquadrare il problema dei guaritori nelle sue vere coordinate, che non sono quelle della verifica dei presunti « fluidi », né quelle della ricerca puramente esteriore dei « fatti », né quelle dell’ostracismo, o della meccanica applicazione di leggi repressive. Un sacerdote francese, il padre Marc Oraison, che è psicologo e medico, molto brillantemente incoraggia la « sistemazione » – invocata da tanti guaritori – dei guaritori stessi in appositi « albi » ufficiali, regolarmente aggiornati e controllati: poiché ciò, egli scrive, sarebbe probabilmente il miglior modo di neutralizzarli. « Nella loro compassionevole ignoranza » scrive ancora il celebre medico-sacerdote – « essi credono di possedere una scienza nuova, mentre non agiscono, quando ci riescono, se non precisamente nella misura in cui sono in margine, nella misura in cui esiste una lotta fra loro e la scienza ufficiale, nella misura in cui sono circondati di magico mistero… » Questo, beninteso, per quanto riguarda la loro situazione sociale: poiché per ciò che concerne la loro opera, essa, come ho cercato di dimostrare, non può scindersi in alcun modo da quello che inevitabilmente si svolge, sebbene in misura e modi diversi, e a livelli spesso del tutto inconsci, nella più generale «situazione» terapeutica.
Esiste dunque, nella nostra epoca e al nostro livello di civiltà, una « alternativa » ai guaritori? Certamente: è quella di una maggior permeazione di alcuni concetti psicologici, psicodinamici, psicosomatici e parapsicologici nella pratica medica; e, soprattutto, di un parziale riassorbimento, nella figura del medico (homo sapiens), di quella originaria del taumaturgo e del mago (homo divinans). Ricordiamo qui che più ancora che una differenza di ordine culturale, professionale e legale, giova sottolineare una differenza sostanziale, di ordine psicologico e psicodinamico, che corre fra il guaritore e il terapeuta il quale abbia in qualche modo ricuperato e riassorbito in sé gli aspetti tradizionali e profondi del vero medico. Il primo tende a mantenere il paziente a un livello magico, e a distoglierlo in permanenza dalla razionalità; il secondo mette in comunicazione ed in osmosi livelli di personalità prima disgiunti, ma non esclusivi – come chi aprisse dei canali di irrigazione ben sapendo che il risultato finale da raggiungere è la fertilizzazione del terreno, e non già il suo allagamento.
Un fatto è certo, e con questo rilievo concluderò: laddove il medico riesce a convogliare su di sé le esigenze profonde (e, come si è visto, vitali e tutto sommato legittime) del paziente che cerca non soltanto medicamenti ma comunicazione attiva e benefica da persona a persona, da anima ad anima, là cessa la figura surrogatoria del guaritore, e si staglia quella, ben altrimenti degna e rispettabile, del terapeuta integrale.
Emilio Servadio

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