Funzione dei conflitti pre-edipici··
Relazione alla XVI Conferenza degli Psicoanalisti di lingue romanze (Roma, settembre 1953).
Rivista di Psicoanalisi n. 1 – 1974

Questo lavoro di Emilio Servadio, che viene ora pubblicato per la prima volta in lingua italiana, è la relazione da lui presentata al XVI Congresso degli Psicoanalisti di Lingue Romanze, tenutosi a Roma nel 1953, e che apparve allora tradotta in francese (Revue Française de Psychanalyse, 1954). La vastità dell’informazione, il rigore del discorso e la sorprendente padronanza di un argomento che era, già allora, di una tremenda complessità, conferiscono a questa relazione, esemplare nella forma, i pregi di un lavoro fondamentale. L’attuale pubblicazione della sua stesura originale intende da un lato riparare a un’evidente mancanza, e dall’altro proporre il suo testo agli psicoanalisti italiani per una nuova lettura, che è ora di un accresciuto interesse. Essa intende celebrare così nel modo dovuto il settantesimo compleanno di Emilio Servadio.

Prefazione

In questa relazione ho ritenuto opportuno stabilire soprattutto le premesse necessarie alla discussione di un problema di capitale importanza quale è quello della valutazione dei conflitti pre-edipici, senza presumere di poter offrire di personale e di originale, al riguardo, se non la delucidazione di alcuni punti controversi, e quella che a mio avviso è la giustificazione di talune vedute in favore delle quali ho manifestato da tempo la mia posizione.
Nel rileggere molto di ciò che recentemente è apparso, pro o contro, su tali vedute, ho avuto infatti spesso l’impressione che i difficili termini dell’ancora, per tanti versi, oscuro problema delle fasi pre-edipiche, non fossero sufficientemente presenti in chi si pronunziava al riguardo, e che fosse, perciò, in primo luogo opportuno un riesame per quanto possibile obiettivo di tali termini e della loro intrinseca validità.
Dalle discussioni – che prevedo singolarmente accese ed appassionate – sulla materia qui considerata, mi auguro possa sorgere una solida piattaforma per un più generale, futuro accordo, relativo alla rivalutazione, in sede sia teoretica, sia clinica, delle fasi conflittuali più primitive ed enigmatiche attraversate dall’essere umano, nel suo progressivo configurarsi e divenire.

I) Nozione di conflitto. I conflitti psichici e la loro duplice funzione

Nessuno potrebbe sollevare dubbi sul carattere fondamentale, in psicoanalisi, della nozione di conflitto. Essa contraddistingue, sin dall’inizio delle formulazioni freudiane, la concezione dinamica dell’apparato psichico, e la ritroviamo costantemente nelle contrapposizioni basiche a cui più comunemente ci si riferisce, come quella tra libido e aggressività, tra individuo e ambiente, tra Io ed Es, tra Io e Super-Io. La ritroviamo in espressioni come “conflitti istintuali” e “conflitti strutturali” (Alexander) e nello stesso concetto di ambivalenza. Particolarmente importante, nella teoria psicoanalitica, è la distinzione tra conflitti coscienti e conflitti inconsci – ai quali ultimi ci si riferisce inevitabilmente in qualsiasi considerazione, genetica o clinica, relativa alla psicogenesi delle nevrosi. Possiamo tuttavia osservare, nella letteratura psicoanalitica, un particolare soffermarsi sulla nozione di conflitto come condizione endopsichica stabilizzata dell’una o dell’altra sindrome nevrotica, turba caratteriale o difficoltà di adattamento. Non molto frequente, per converso, è una valutazione dei conflitti in senso dialettico, la risoluzione dei quali porta a nuove situazioni e a nuove sintesi. In molte trattazioni il termine “conflitto” è adoperato senz’altro quale sinonimo di “conflitto nevrotico” o di “conflitto di ambivalenza” – e del pari ancora oggi spesso si considera la rimozione, o un qualsiasi altro meccanismo di difesa, come implicitamente patogenetico, trascurando gli esiti non sempre nevrotici, bensì semplicemente integrativi e di adattamento, dei meccanismi difensivi in quanto tali. Ciò è dovuto ovviamente a un comprensibile eccesso di mentalità clinica, relativo al continuo incontro degli psicoanalisti, nel loro quotidiano lavoro, con situazioni di conflitto stabilizzate e patogenetiche. Ma è pacifico, io penso, non solo che nessun individuo, per quanto libero da sintomi clinici, è privo di conflitti inconsci; bensì che nella storia di ogni singolo individuo la dialettica dei conflitti ha un aspetto positivo oltre che negativo, in quanto solo attraversando e superando una serie di situazioni conflittuali, e conservando poi un conveniente margine aconflittuale nella sfera del proprio apparato psichico, l’individuo può raggiungere quella che si suole chiamare “normalità”. Come non è concepibile un individuo adulto scevro di conflitti, così non possiamo immaginare il formarsi di un apparato psichico se non attraverso ostacoli, contrapposizioni e contrasti. Ciò è stato – mi sembra – posto molto chiaramente in evidenza da Ignacio Matte Blanco, in un suo lavoro apparso alcuni anni or sono (1).
Quest’Autore osserva che come nel mondo fisico troviamo che per utilizzare l’energia di un sistema allo scopo di ottenere del lavoro abbiamo bisogno di una differenza di potenziale, e la si ottiene interponendo ostacoli a una fonte energetica libera, così nel mondo psichico l’energia dell’Es deve essere ostacolata esternamente (dall’ambiente) ed internamente (dall’Io e dal Super-Io), per l’utilizzazione e la trasformazione della suddetta energia in pensieri, sentimenti ed azioni. Da questo principio discende una concezione non soltanto “protettiva” o patogenetica, ma anche costruttiva ed utilitaria, del conflitto psichico e, in particolare, dei cosiddetti “meccanismi di difesa” dell’Io (2).

II) Strutturazione e stadi del conflitto psichico, definizione di “fasi pre-edipiche”

Ciò premesso, è tuttavia necessario stabilire un’ulteriore distinzione tra “conflitto” quale fenomeno universale. “che contraddistingue l’eredità istintuale dell’uomo e le limitazioni a lui imposte dalla realtà” (3), e “conflitto psichico” (generatore di situazioni patologiche o meno), quale si viene configurando non appena si possa parlare con qualche fondamento di un apparato psichico sia pure embrionale. Qui sorgono immediatamente le prime serie controversie dottrinali. È possibile parlare di conflitto prescindendo da un Io organizzato? E a quale grado di organizzazione deve corrispondere l’apparato psichico perché si possa parlare di un Io? O dobbiamo addirittura, come taluni, limitare il termine “conflitto” alle tensioni in cui partecipi necessariamente il Super-Io? A quest’ultima domanda possiamo, a mio avviso, rispondere in senso nettamente negativo, tenendo presente che nel primitivo sviluppo dell’Io hanno parte angosce di origine traumatica, non riconducibili al Super-Io in alcuna sua forma. Ma quanto alle prime due, ricordiamo in via preliminare che un’intera scuola di psicoanalisi, capeggiata da Melanie Klein, estende il concetto di conflitto ad un’interreazione primaria e biologica di istinti opposti, e quindi alla condizione stessa dell’individuo alla nascita mentre altri, come Hartmann, hanno postulato l’esistenza, già in una prima fase dello sviluppo psichico, di una “konfliktfreie Sphäre” (4), rifiutandosi di chiamare “conflitti” gli urti e i contrasti primitivi tra organismo ed ambiente. Glover (5), è quasi superfluo dirlo, ritiene anch’egli che quando l’Io non è formato si possa parlare soltanto di “stresses”; che in una seconda fase, allorché l’Io è più organizzato, ci troveremmo dinnanzi all’impiego di meccanismi specifici di difesa dell’Io stesso, messi in moto più dall’angoscia che non dal sentimento di colpa; mentre la forma più pura del conflitto endopsichico si avrebbe in una terza fase, con l’intervento del Super-Io.
Mi sembra che ai fini della nostra investigazione l’anzidetta triplice distinzione possa essere accettata e mantenuta, salvo a cercare, nel corso del nostro lavoro, se e quanto gli anzidetti tre momenti evolutivi possano essere riferiti a fasi cronologicamente determinabili. In ogni caso, è chiaro che la formula “conflitti pre-edipici” risulta difendibile a chi, come la maggioranza degli psicoanalisti, non intenda condizionare la nozione di conflitto all’avvento del Super-Io nel senso “classico” freudiano, localizzandola cioè nel tempo in un’epoca posteriore alla dissoluzione del complesso edipico. Per chi fosse invece di quest’ultimo avviso, ovviamente l’espressione “conflitti pre-edipici” non avrebbe senso.
Secondo le originali formulazioni freudiane, la “fase edipica” al suo acme coincide con lo stadio genitale (fallico) dello sviluppo istintuale. Più tardi, e tenuto conto di quanto vari psicoanalisti erano andati accertando, il complesso edipico fu considerato il punto culminante di un processo piuttosto lungo, caratterizzato in genere da una differenziazione di rapporti oggettuali, nei quali libido e aggressività venivano rivolti rispettivamente ai genitori di opposto o di uguale sesso, in modi e forme che non erano necessariamente legati agli impulsi e interessi relativi alla zona genitale; cosicché le “espressioni” “fase genitale” (fallica secondo Freud) e “fase edipica” non furono più considerate come coincidenti. In uno dei suoi ultimi lavori, Freud (6) rileva che le tre fasi principali – orale, anale e fallica – della sessualità infantile non si avvicendano nettamente. Ognuna di esse si aggiunge all’altra e così le tre fasi “si accavallano, si sovrappongono e coincidono”. Glover (7) riassume i risultati delle recenti investigazioni psicoanalitiche rilevando che “oggigiorno tutte le fasi infantili della sessualità vengono considerate in linea di principio come facenti parte di una fase edipica totale di rapporti familiari”. Peraltro lo stesso Autore si affretta a precisare che secondo lui questo modo di vedere “ha fatto sorgere una certa confusione e deformazione di valori clinici”, e che “è uno sbaglio considerare la fase primitiva e sconnessa della sessualità orale come avente una qualsiasi corrispondenza valida con l’organizzazione genitale che porta allo sviluppo della fase edipica classica. L’indagine clinica ha confermato il modo di vedere già accertato, che il complesso edipico genitale è il complesso nucleare delle nevrosi” (8).
Per i fini di questo lavoro converrà, mi sembra, attenersi alle definizioni e alle localizzazioni cronologiche più largamente accettate nella teoria psicoanalitica, ossia supporre, come schema preliminare d’investigazione, che si debbano chiamare “fasi pre-edipiche” quelle contraddistinte e dominate, in ambo i sessi, dal rapporto bambino-madre, prima cioè che la figura paterna appaia decisamente sulla scena. In un secondo tempo, si potrà discutere quanto questa formula sia corretta: se cioè convenga, e quanto, modificarla nel senso voluto dalla “scuola inglese” di psicoanalisi, ossia retrodatando poco o tanto l’insorgere di una situazione oggettuale “triangolare” dall’epoca delle formulazioni “classiche” freudiane (terzo-quinto anno di vita) fin verso il secondo o il primo anno, e con quali riserve e discriminazioni.

III) Prime situazioni conflittuali rispetto alla formazione dell’Io. I meccanismi di base

Secondo la teoria psicoanalitica ancor oggi dominante, la prima situazione conflittuale in cui viene a trovarsi il bambino non appena si può sicuramente ammettere che si sia formato in lui un Io rudimentale, è relativa alla sua stessa dipendenza dalla madre, e alla sua impossibilità di sottrarvisi. Abbiamo dunque in primo luogo un’antitesi tra passività (di fatto) e attività (reattiva). Sull’essenza stessa dell’attività e della passività non sappiamo gran che: non sappiamo ad esempio, se una condizione passiva possa convertirsi in una condizione attiva o viceversa, e possiamo solo in via ipotetica concepire che si possa, attivamente, perseguire mète di per sé passive. Tuttavia, descrittivamente, possiamo convenire sul fatto che il progressivo instaurarsi di un apparato percettivo, che culmina, anatomicamente, con la maturazione del sistema piramidale e con la mielinizzazione delle fibre di coordinazione (intorno al sesto mese di vita) permette, come osserva Nacht (9), un raccogliersi delle percezioni interne diffuse e frammentarie e una loro esternalizzazione in azioni – ossia, in altre parole – un’attività dell’Io in senso proprio, e una “specularità” rispetto all’immagine corporea [“stadio dello specchio” di Lacan (10)] che prima non esisteva. In tutta questa fase, dominata dall’auto-erotismo e dal narcisismo primari, i meccanismi principali mediante i quali l’Io rudimentale cerca di proteggersi dagli stimoli sgradevoli, e di ottenere soddisfacenti rapporti oggettuali, sono l’incorporazione-introiezione dell’oggetto, e la proiezione. Non mi sembra, infatti, che a questo stadio si possa considerare il proteggersi dagli stimoli mediante il rifugio nel sonno come un vero meccanismo psichico di difesa (regressione). La regressione, in questa fase, è principalmente organica e fisiologica, e solo in seguito tale primitivo modello potrà dar luogo all'”estrema difesa” regressiva dello svenimento, o ad altri procedimenti difensivi analoghi.
La funzione dei conflitti pre-edipici in questo periodo è duplice, a seconda che essi vengano considerati come eventuali punti di fissazione o di regressione per il manifestarsi di forme nosologiche particolari – nel qual caso essi debbono, come è noto, essere particolarmente considerati in relazione all’insorgere in età ulteriore di talune sindromi schizofreniche gravissime (catatonia, stupor); o che essi si considerino invece, nel senso già indicato, quali tappe essenziali con taluni aspetti “attivi” dell’oggetto (mammella, poi madre) e sine qua non di evoluzione psichica. È chiaro che l’identificazione contribuisce alla sempre crescente affermatività sia del bambino, sia della bambina e, quindi, a una sempre maggior differenziazione e consolidamento dell’Io infantile. Vi è indubbiamente una stretta corrispondenza tra lo “stadio dello specchio” di Lacan cui abbiamo già accennato, e il fenomeno della fascinazione studiato da Bernfeld (11), per cui si nota che un tentativo rudimentale di padroneggiare stimolazioni intense consiste nell’imitazione, da parte dell’Io primitivo, di ciò che esso percepisce. Fenichel (12) scrive in proposito che “apparentemente, percepire e cambiare il proprio corpo secondo ciò che è percepito sono, in origine, la stessa ed unica cosa”. Dobbiamo tuttavia ammettere che l’identificazione ed il suo contrario (vorremmo, al riguardo, adottare più largamente il termine “disidentificazione” in mancanza di un altro termine migliore) costituiscono tentativi non del tutto primitivi di superare le prime situazioni di conflitto. A mio avviso, occorrerebbe più accuratamente distinguere lo stadio indifferenziato di identificazione primaria, che ha carattere decisamente passivo, dalle prime identificazioni attive or ora accennate. Il passaggio dall’una alle altre è contraddistinto, come d’altronde abbiamo detto en passant, dall’incorporazione ed introiezione in senso proprio, che s’inseriscono attivamente nel quadro dell’identificazione primaria (narcisismo primario, o non-oggettuale) mutandone rapidamente il senso e il valore. L’introiezione sembra, ai fini dell’ulteriore sviluppo e differenziazione dell’Io, più significativa della proiezione, il cui carattere difensivo è più marcato. L’introiezione è determinata, come si sa, dalla tendenza primitiva infantile a trattenere entro i confini dell’Io (somatico, poi psichico) le esperienze piacevoli che in effetti hanno la loro origine dagli oggetti esterni (mammella) e ad evitare così le frustrazioni orali. Il condizionamento psicofisiologico di tale meccanismo è, naturalmente, dato dalla primaria importanza della zona orale sia come veicolo di alimentazione, sia come primo organo esecutivo dell’istinto. Taluno ha sollevato obiezioni al concetto di erotismo orale applicato a tale riguardo. A mio avviso, l’obiezione non è valida, poiché sin dai primi mesi di vita può essere individuato il piacere sentito dal bambino allorché viene stimolata la zona orale, e l’idea che tale piacere possa essere semplicemente un parziale riverbero allucinatorio della soddisfazione di un più globale, “ineffabile cannibalismo” [Lacan (13) ], non risulta dimostrabile, e sembra anzi smentita dal deliberato autoerotismo orale degli stadi cronologicamente posteriori.
Il meccanismo dell’introiezione dev’essere ulteriormente valutato sia in relazione alle pulsioni istintive in giuoco, sia in rapporto ai primi rapporti oggettuali. Dal punto di vista delle interreazioni della libido e dell’aggressività rispetto alle incorporazioni-introiezioni primitive, è noto che Freud aveva in massima accettato lo schema di Abraham, secondo cui le prime incorporazioni sarebbero preambivalenti. È evidente che prima dello sviluppo di un vero rapporto oggettuale, l’espressione ambivalenza non può aver senso. Tuttavia ciò non significa che si debbano concepire le prime incorporazioni-introiezioni come esenti da qualsiasi connotazione aggressiva. Secondo il punto di vista più accettato, l’aggressività in questo stadio si riferisce soltanto all’attività e alle innervazioni muscolari, e può chiamarsi eventualmente “ostilità” solo in un secondo tempo, che si inizia con la prima dentizione. Questo modo di vedere è notoriamente tra i più combattuti dalla “scuola inglese” di psicoanalisi e da vari studiosi indipendenti, i quali sono stati indotti ad ammettere l’esistenza di manifestazioni di ostilità aggressiva sin dai primordi dell’esistenza extra-uterina (14).
Al meccanismo dell’introiezione viene di solito contrapposto quello della proiezione, la quale anch’essa sembra essere caratteristica dell’apparato psichico sin dai primordi. Considerata soprattutto nel suo aspetto difensivo, la proiezione si potrebbe ritenere anteriore all’introiezione, tenendo presente la distinzione tra questa e l’identificazione primaria. Ma anche in questo caso, giova distinguere, mi sembra, una proiezione primaria, che è un semplice tentativo di disporre allucinatoriamente di stimolazioni sgradevoli, dalla vera proiezione, la quale implica, al pari dell’introiezione, un certo riconoscimento degli oggetti esterni. Edoardo Weiss (15) ha proposto di distinguere la proiezione in senso proprio, definita “l’incorretta attribuzione di tratti o desideri (propri) ad oggetti esterni”, dal semplice ritiro della carica psichica dell’Io da un proprio aspetto, processo al quale lo stesso Autore dà il nome di “estroiezione” (extrajection). La distinzione è indubbiamente valida da un punto di vista metapsicologico, e a mio avviso è proprio questo il senso in cui taluni autori intendono la primarietà di tale inconscio meccanismo regolatore della vita psichica nella prima infanzia. Come gli stimoli che provengono dall’esterno, così anche quelli provenienti dall’Es sono, qualora sgradevoli, considerati “esterni” dall’Io infantile, prima che egli possa in altro modo disporne o accettarli; e tale primitivo meccanismo di esternalizzazione (estroiezione secondo Weiss) dev’essere distinto, in quanto non necessariamente accompagnato da particolari connotazioni o distorsioni affettive, dalla proiezione propriamente detta, che implica un rapporto affettivo (solitamente di ostilità) fra il soggetto e l’oggetto sul quale viene effettuata la proiezione.
Le distinzioni che abbiamo cercato d’introdurre sin qui tra forme più primitive e meno primitive dei meccanismi dell’introiezione e della proiezione corrispondono, a mio avviso, a quella assai più nota fra rimozione primaria e secondaria, che con intenzione non abbiamo finora menzionata. Secondo Freud, la rimozione secondaria non si può avere se non quando si sia decisamente organizzato il preconscio, ossia non prima che si sia sufficientemente sviluppata una rappresentazione verbale delle esperienze: mentre si può a buon diritto parlare di una rimozione primaria, originata da una forma elementare di controcarica psichica. Secondo Glover (16), la sottrazione originaria della carica psichica quale avviene nel sonno preparerebbe la via alla rimozione primaria. Se si accetta questo punto di vista, ne discende che l’introiezione e la proiezione sono meccanismi difensivi più primitivi della rimozione vera e propria, in quanto essi non sono condizionati dalla formazione del linguaggio verbale, ma semplicemente da quella, anche rudimentale, di immagini percettive. Questa deduzione potrebbe costituire un certo sostegno metapsicologico a talune formulazioni della “scuola inglese” di psicoanalisi, sebbene io non ne abbia trovato traccia nei principali scritti teoretici pubblicati dagli esponenti della detta scuola.
La messa in opera degli anzidetti principali meccanismi regolatori sin dai primi periodi della vita psichica infantile ci permette di considerare in modo più consapevole ed accurato le situazioni conflittuali dei periodi in questione. In qualunque modo e da qualunque punto di vista si possa esaminare la vita psichica del bambino ci troviamo di fronte a termini di conflitto. In primo luogo, il bambino è dipendente dalla madre, mentre le prime inevitabili frustrazioni ai suoi bisogni fisiologici e alla soddisfazione dei suoi impulsi istintivi fanno sorgere in lui i contrasti fra passività ed attività, e mettono in opera, sia pure in modo rudimentale, i primi meccanismi di difesa. La scarsa distinzione tra Io e non-Io, mentre da un lato lo fa sentire coinvolto in un totum rispetto al quale non può ancora distintamente affermarsi, dà luogo alle primitive fantasie di onnipotenza descritte primamente da Ferenczi (17), le quali, a loro volta, sono sottoposte a smentite e a rinnovati sentimenti di impotenza. Le interreazioni delle pulsioni istintive contrastanti (libido e aggressività nelle loro più semplici forme) portano il bambino a considerare alternativamente “buono” e “cattivo” lo stesso oggetto primitivo da cui dipende e a cercare di trattenere il primo aspetto e di espellere il secondo. In ogni caso, la vita infantile s’inizia sotto il segno del pericolo e della tensione (stress), che darà luogo molto presto all’angoscia.
I traumi dell’età orale – scrive F. Dolto-Marette – “creando non soltanto una perversione, ma un’inversione dei ritmi vitali, possono ostacolare seriamente lo sviluppo ulteriore dell’individuo… Tutto l’essere psico-affettivo è vulnerabile quando esso è colpito all’età dello stadio orale, così come tutto l’albero è vulnerabile nel primo virgulto che sorge dal seme in germoglio” (18).
Questa situazione globale, se da un lato smentisce in modo definitivo la concezione “paradisiaca” della prima infanzia quale era stata mantenuto, per ovvi motivi inconsci, da tanti studiosi del periodo pre-analitico, porta tuttavia il bambino, proprio in funzione dei conflitti a essa inerenti, verso nuove posizioni e ne è, anzi, la premessa e la condizione inevitabile.

IV) Le fasi pre-edipiche nella concezione freudiana

In un lavoro che ancora nel 1950 un Autore responsabile come Fliess (19) considerava “l’unica discussione esauriente della fase pre-edipica sia della bambina che del bambino”, Ruth Mack Brunswick (20) ha trattato l’argomento che qui c’interessa secondo linee classicamente freudiane. È superfluo aggiungere che, anche prescindendo dai contributi della “scuola inglese” in merito (contributi di cui la citata Autrice non tiene affatto conto), la definizione di Fliess è sicuramente contestabile, dato che nel 1950 erano apparsi lavori assai importanti sullo stesso tema, come, ad esempio, quello assai notevole di Jeanne Lampl-de Groot (21).
Per semplificare la nostra esposizione, ci limiteremo a riferire in succinto le principali conclusioni a cui sono giunte le anzidette investigazioni, prescindendo da molti altri contributi parziali apparsi nella letteratura psicoanalitica più nota.
Abbiamo già menzionato l’antitesi passività-attività quale sorgente di conflitto nella primissima infanzia. Tale antitesi è particolarmente saliente per ciò che riguarda i primi rapporti fisici (cure del corpo, allattamento) fra madre e bambino. L’attaccamento passivo di questi alla madre è tanto tenace – osserva Ruth Mack Brunswick – appunto in relazione al contrasto fra passività e attività che domina tale periodo. Essa distingue inoltre nel suo lavoro la sorte pre-edipica del bambino maschio da quella della bambina. Nel maschio, l’attaccamento pre-edipico del bambino è di molto più breve durata che non nella femmina, secondo la nostra Autrice. Esso sfocia molto presto nel complesso di Edipo, il quale a sua volta è distrutto dall’insorgere del complesso di evirazione. Nella bambina, il rapporto pre-edipico con la madre è lo stesso di quello del maschio, con analoghi conflitti fra impulsi attivi e passivi. Il fatto che la bambina sia costretta ad abbandonare il suo primitivo oggetto d’amore (madre) per trasferire il suo amore sul padre, fa sì che la fase preedipica della femmina sia più lunga; e la lentezza del trapasso è aggravata dalla circostanza dei “due organi sessuali” (clitoride e vagina) posseduti dalla femmina in confronto al maschio, e dalla necessità di permutare l’uno con l’altro.
Come si vede, quest’esposizione aggiunge ben poco a quanto aveva indicato Freud a partire dai Tre Contributi sino al capitolo sulla femminilità delle Nuove Lezioni. Di un certo interesse può essere, tuttavia, il modo con cui Ruth Mack Brunswick considera l’aggressività infantile nella fase pre-edipica.
Secondo la nostra Autrice, ogni successivo atto di identificazione con la madre rende la madre stessa meno necessaria al bambino. Questi si sforza di rivivere attivamente ciò che aveva dapprima passivamente sperimentato, e si trova perciò in una posizione “difensiva” nei riguardi dell’attività conquistata di recente. Questa è una “posizione libidica” che il bambino difende, e la sua “aggressione difensiva” è un prodotto marginale e una protezione dalla sua attività, ed è in pari tempo una difesa contro la passività originale appena appena superata. Veri e propri moti aggressivi sorgono inoltre quando la madre è costretta ad opporsi a quest’attività in boccio con il proibire o con il prescrivere obbligatoriamente talune azioni. La madre diventa allora – sino a quando non sarà deprezzata perché “evirata” – non soltanto attiva e “fallica”, ma onnipotente.
Accanto alle anzidette sorgenti di aggressione, altre ne esistono, che, secondo la stessa Autrice, sono molto più pericolose. Fra queste situazioni, specialmente da considerare sono le primitive offese narcisistiche che il bambino sente provenire dalla madre. A mo’ di esempio, Ruth Mack Brunswick menziona il divezzamento, la nascita di un fratello o di una sorella ecc., e, da ultimo, il deprezzamento che la madre subisce quale risultato della sua “evirazione”. “Sulla base di queste offese, sorge un conflitto per cui si richiede che l’aggressione verso la madre sia rimossa. Ma nei limiti entro cui ogni nuova attività è associata con l’attività rimossa, una notevole aliquota di attività normale deve sovente essere abbandonata per assicurare il successo della rimozione. Un individuo ostacolato nel suo sviluppo, ordinariamente regredisce; e quando un’ulteriore attività, così come lo richiede lo sviluppo, è bloccata, avviene una più profonda regressione a un più primitivo e più passivo livello”.
Sebbene la nostra Autrice non lo dica esplicitamente, è chiaro che le alternanze e i conflitti menzionati sono tutti riferibili alla fase orale. A proposito della fase anale, Ruth Mack Brunswick nota che al livello sadico-anale di sviluppo sono frequenti scoppi violenti di rabbia, e che vi è un rapporto eziologico tra stimolazione anale e produzione di collera. L’Autrice nota infine che gli “enemi”, “così frequenti nell’infanzia (?), hanno tutto l’aspetto di uno stupro; il bambino reagisce con scoppi di collera tanto tempestosi quanto importanti, i quali possono essere paragonati a un orgasmo. Lo stupro sembra essere la vera espressione motoria dell’erotismo anale, l’equivalente anale dell’orgasmo sessuale” (22).
Non possiamo nascondere che la presentazione della fase preedipica, così come risulta nell’esposizione di Ruth Mack Brunswick, ci appare oggi assai lacunosa e insoddisfacente. Fra l’altro, tale presentazione difetta di coerenza, e ciò che ne abbiamo desunto è stato più che altro un tentativo di mettere un po’ d’ordine in un testo assai disordinato. Tuttavia alcuni motivi tematici percorrono l’anzidetta esposizione e vanno qui sottolineati: in particolare la pericolosità inerente alla situazione passiva del bambino, e la sua relativa difficoltà di disporre convenientemente della sua aggressività. Più e più volte Ruth Mack Brunswick ricorda che l’ambivalenza e la passività caratterizzano la relazione pre-edipica, e che la dipendenza passiva dalla madre ha un’enorme forza di attrazione regressiva. Questo motivo, che a nostro avviso non è stato sufficientemente preso in considerazione dalla “scuola inglese” di psicoanalisi, costituirà invece, come vedremo, il fondamento dell’impostazione teoretica e clinica dei conflitti pre-edipici sostenuta, in un intero gruppo di opere, da Edmund Bergler.
Anche Jeanne Lampl-de Groot, nel già citato lavoro sulla fase pre-edipica del bambino maschio, non manca di mettere in evidenza la passività pre-edipica del bambino, e le varie difficoltà che si oppongono al suo superamento. Dato che la madre soddisfa tanto le tendenze passivo-libidiche quanto quelle attive del bambino, il conflitto che ne deriva può avere aspetti psicopatologici di grande rilievo, e tra questi l’Autrice cita, a mo’ di esempio, disturbi della potenza sessuale nell’adulto (con sviluppo di omosessualità in casi estremi), varie sindromi nevrotiche e formazione anormale del carattere.
D’altra parte, anche la fissazione pre-edipica di tipo più attivo, qualora non venga superata, può avere conseguenze patologiche, che l’Autrice definisce globalmente quali “forme aggressive infantili di rapporto oggettuale”. Un’interessante osservazione è quella per cui la ben nota, inconscia divisione in due aspetti della figura infantile della madre, quale si riscontra in tanti nevrotici, va intesa nel senso che la donna degradata quale compagna sessuale è l’erede dell’immagine della madre pre-edipica, e verso di essa va l’intensa ostilità che il bambino può avere sentito nei suoi riguardi; mentre la donna ammirata e onorata è l’imago materna del periodo del complesso edipico.
Anche in questo lavoro, come in quello di Ruth Mack Brunswick, molti problemi della fase pre-edipica sono evidentemente lasciati da parte. In sostanza, si ha l’impressione che gli Autori i quali hanno tentato di perseguire l’investigazione di quest’oscura fase mantenendosi sulle linee freudiane non sono riusciti se non molto limitatamente a completare le numerose lacune che Freud stesso riconosceva di non avere colmato. D’altra parte, sembra anche che questi Autori abbiano esitato, salvo qualche generico riconoscimento, ad integrare i loro reperti e le loro osservazioni con ciò che altri gruppi di studiosi o altri singoli indagatori erano andati nel frattempo esplorando. Dovremo quindi tentare noi stessi di colmare questi vuoti, dopo aver riferito imparzialmente gli anzidetti diversi e contrastanti punti di vista.
Chiunque abbia seguito le ricerche di questi ultimi anni, relative ai conflitti pre-edipici nella prima infanzia, ha potuto notare, come abbiamo noi stessi implicitamente indicato nella prima parte di questo lavoro, un notevole spostamento di interesse da quelle che da Freud ad Abraham furono chiamate le “fasi evolutive della libido”, a quelle che possiamo invece chiamare le “fasi evolutive dei rapporti oggettuali”. Taluni, come D. Fairbairn, hanno ritenuto che occorresse decidersi per l’una o per l’altra impostazione: poiché, a suo avviso, l’espressione dinamica dell’istinto ha, essenzialmente, o il fine di ottenere una soddisfazione, o quello di stabilire rapporti con oggetti (23). Quest’antitesi, a nostro avviso, non è sostenibile; e basterebbe, per smentirla, ricordare la definizione di Freud, secondo la quale un istinto ha una fonte, un oggetto e uno scopo. La considerazione dell’oggetto in questo riguardo è stata sempre pienamente mantenuta da Freud; e giustamente, ci sembra, Marjorie Brierley (24) osserva che non possiamo limitare lo scopo di un istinto alla sola ricerca di una soddisfazione!
L’antitesi erroneamente denunziata da Fairbairn deve ravvisarsi, secondo noi, più nei diversi orientamenti degli indagatori che nella materia dell’indagine.

V) Recenti ricerche sui primi rapporti oggettuali infantili

Comunque, prima di riesaminare i problemi delle fasi pre-edipiche dal punto di vista dei rapporti oggettuali, conviene vedere le conclusioni alle quali coloro che hanno perseguito la ricerca secondo linee più tradizionalmente freudiane hanno creduto di poter arrivare, con criteri sia psicoanalitici, sia behaviouristici, in merito alla formazione dell’Io e dei rapporti di oggetto nella prima infanzia. Dobbiamo a R. A. Spitz una notevole serie di osservazioni, le quali hanno portato quest’Autore a formulare in modo notevolmente deciso le sue conclusioni (25). Secondo Spitz, non si può parlare di coscienza, di percezione cosciente e di tracce mnemoniche – e tanto meno di appercezione – sino a circa quattro settimane dopo la nascita, e i primi segni di percezione cosciente e dello stabilirsi di tracce mnemoniche possono essere dimostrate non prima della fine del secondo mese. Anche a questo punto, tuttavia, sempre secondo Spitz, non si può parlare di veri rapporti oggettuali, bensì di rapporti con quelli che egli chiama “pre-oggetti”. In sostanza, secondo quest’Autore, solo nel terzo mese di vita si può parlare propriamente di un Io, la cui comparsa rudimentale si accompagna all’introduzione del principio della realtà, della divisione topografica della psiche secondo le tre istanze freudiane, della capacità di dislocamento delle cariche psichiche e del passaggio da reazioni condizionate ad un umano apprendimento. Solo, infine, dal sesto al nono mese di vita la percezione può essere considerata veramente obiettiva e sono possibili rapporti libidici oggettuali. “Tra il settimo e l’ottavo mese l’oggetto libidico è divenuto fermamente stabilito e l’ansietà degli otto mesi è il segno della discriminazione, da parte del bambino piccolo, dell’oggetto d’amore da tutti gli altri esseri umani”.
Su questa base Spitz respinge, specie nel lavoro Anaclitic Depression, le note formulazioni della scuola kleiniana intorno alla “posizione depressiva” infantile e le dichiara inconciliabili dal punto di vista cronologico con fatti ormai provati dallo sviluppo infantile.
Le conclusioni di Spitz sono certamente degne di ogni considerazione, ma sembrano, a nostro avviso, notevolmente attenuate da talune deduzioni di altri abili osservatori anche non psicoanalisti. Un’autorità indiscussa come Arnold Gesell (26) afferma che il neonato di quattro settimane fissa in modo transitorio un volto che perviene nel suo campo visivo, e che già a quest’età può ravvisarsi un indizio di quella che egli chiama “reazione sociale”. Gesell considera terminato a quattro settimane il periodo neonatale. A sedici settimane, “il bambino è pienamente capace di richiamare l’attenzione altrui”.
Uno studioso italiano, il Bonaventura (27), sulla base di una serie di esperienze sue ed altrui, non teme di affermare che se non proprio nei primissimi giorni, “intorno al primo mese la condotta del lattante rivela già una certa plasticità” nei riguardi degli influssi ambientali.
Ricerche più recenti di Agatha Bowley (28) hanno portato quest’Autrice a concludere che in bambini di tre mesi si possono riscontrare reazioni di gelosia, un’attenzione selettiva per le facce altrui e il riconoscimento di persone familiari. La stessa Autrice considera accertata la predominanza relativa di movimenti espressivi negativi in confronto a quelli positivi e di reazioni difensive agli stimoli in confronto a quelle positive durante i primi tre mesi. È evidente che un riconoscimento di persone familiari a tre mesi non potrebbe avvenire se non si fosse consolidata nel frattempo una certa definizione di rapporto oggettuale.
Altri Autori, infine, come Federn (29), del quale non si può certo contestare l’aderenza ai principi fondamentali della psicologia freudiana, sostengono che un “sentimento primitivo” dell’Io esiste sin dall’inizio dell’esistenza. Federn scrive che “quest’ipotesi corrisponde a quella di molti filosofi e psicologi, e al punto di vista condiviso da molti biologi, che un germe di coscienza – vorrei chiamarlo un sentimento dell’Io rudimentale – appartiene ad ogni organismo protoplasmico, anche al più basso, e quindi ad ogni essere vivente”. E aggiunge: “La costruzione graduale dell’Io avviene attraverso la nuova acquisizione di interi gruppi di rappresentazioni d’esperienza e delle loro tracce mnemoniche, le quali ricevono una carica pulsionale dall’Es; esse derivano da impressioni interne ed esterne o da reazioni ad esse”. Sempre secondo Federn, non si deve confondere l’anzidetto “sentimento primario dell’Io” con il “narcisismo primario”, anche se il primo possa essere spesso offuscato dal secondo (30).
Nella concezione di Federn, che male si presta ad essere riassunta in poche frasi, appare notevolmente superata l’antitesi essenziale tra carica dell’Io e carica dell’oggetto. Anche in una primissima fase dello sviluppo psichico la distribuzione delle intensità di carica libidica corrisponde all’interesse per il mondo esterno, cosicché “un certo tipo di integrazione di realtà può avvenire malgrado la carica narcisistica del mondo esterno, poiché la carica narcisistica non è egualmente diffusa sull’intero mondo concettuale”.
Ci troviamo dunque, malgrado l’apparente contraddizione in termini, di fronte a una carica oggettuale avente un puro carattere narcisistico e non ancora quello della libido oggettuale. “Quelle cose che sono caricate narcisisticamente in modo più intenso assumono il carattere di oggetto solo attraverso l’unione del desiderio libidico con la funzione degli impulsi di autoconservazione. Tuttavia le loro rappresentazioni sono sentite come appartenenti all’Io, benché gli oggetti siano desiderati come mezzo di soddisfazione degli impulsi di autoconservazione e della libido. Solo quando il bambino piccolo sente l’ego distance of the object, il narcisismo primario ha perso la sua validità esclusivamente per la funzione in questione”.
Queste formulazioni di Federn, ampiamente svolte nella sua opera capitale curata dopo la sua morte da Edoardo Weiss, mi sembrano costituire un possibile principio d’integrazione tra le già menzionate vedute di Spitz, e di coloro che militano nello stesso senso (Kris, K. M. Wolf, H. Hezter e altri), e le più radicali vedute della “scuola inglese” di psicoanalisi, della quale dovremo ora ampiamente occuparci. Esse corrispondono, a mio avviso, a ciò che questa scuola intende allorché parla di “fantasie primarie” o di “conoscenze inconscie” relative agli oggetti.

VI) I conflitti pre-edipici secondo la “scuola inglese” di psicoanalisi

Il contrasto tra i fautori e gli oppositori della “scuola inglese” di psicoanalisi, sebbene tuttora molto vivo, sembra aver trovato una conciliazione almeno in un paio di punti: primo, che una corretta valutazione del contributo arrecato dalla detta scuola alla teoria psicoanalitica, e della sua posizione rispetto ad essa, non potrà esser fatta per alcuni anni ancora; secondo, che Melanie Klein, e coloro che ne condividono l’orientamento, hanno in ogni caso gettato non poca luce sul periodo più oscuro dello sviluppo psichico umano, e che anche se talune delle loro conclusioni sono suscettibili di ampie revisioni e precisazioni, esse costituiscono comunque una seria base di discussione costruttiva. Neppure il più accanito avversario di Melanie Klein potrebbe oggi sottoscrivere, io penso, alla condanna senza appello pronunziata da Glover (31), anche se si possa convenire, sulla base di quanto quest’Autore ha mostrato, che le teorie di Melanie Klein difettano ancora di un chiaro e sufficiente inquadramento metapsicologico. Occorre tuttavia riconoscere che in tempi molto recenti, alcuni collaboratori ed allievi di Melanie Klein hanno percepito questa situazione e hanno cercato di farvi fronte attraverso vari lavori aventi soprattutto carattere metapsicologico. Tra essi, giova menzionare particolarmente quelli di Susan Isaacs e Paula Heimann (32), ed anche ciò che la stessa Klein ha creduto recentemente di scrivere intorno alla teoria dell’angoscia e della colpevolezza (33), nonché al funzionamento di taluni meccanismi schizoidi (34).
Anche Bibring (35) pur con notevoli riserve, ha tentato di riformulare metapsicologicamente i dati principali del sistema psicologico kleiniano, per lo meno sino alla pubblicazione del primo lavoro di M. Klein sugli stati maniaco-depressivi.
Un esame di come la “scuola inglese” di psicoanalisi considera i conflitti preedipici è subordinato a una provvisoria messa in mora della concezione che questa scuola ha adottato in merito allo stesso concetto di complesso edipico. Tutti sanno, ormai, che Melanie Klein e i suoi seguaci concepiscono in termini edipici anche i rapporti oggettuali intorno al sesto mese; e non è sorprendente rilevare che negli indici analitici delle opere fondamentali di Melanie Klein (36-37), nonché in quello del volume da essa pubblicato in collaborazione con Paula Heimann, Susan Isaacs e Joan Riviere (38), il termine “preedipico” è totalmente assente! A mio avviso si tratta, qui, più di una rigidità schematica che di una vera denegazione dell’esistenza, nell’evoluzione della psiche infantile, di stadi in cui di “triangolo edipico” non si può propriamente parlare, e in cui i conflitti debbono essere descritti precipuamente in funzione del rapporto primitivo bambino-madre. È dunque in questo senso che possiamo occuparci di “conflitti pre-edipici” secondo la scuola kleiniana. Altrimenti, come abbiamo già accennato, dovremmo, costretti da una superficiale querelle de mots, lasciar da parte nella nostra relazione proprio alcuni tra i più importanti contributi all’indagine che qui ci interessa.
La scuola inglese di psicoanalisi si è proposta, in merito ai conflitti psichici della prima infanzia, di “comprendere le ansietà e le difese che sorgono nell’Io come risultato dei primi rapporti oggettuali del bambino” (39) – ponendo dunque l’accento, come già si è detto, assai più su questi ultimi rapporti, e sulle loro variazioni evolutive, che non sull’evoluzione della libido o degli istinti in quanto tali.
Nel suo sforzo di comprendere in termini conflittuali i rapporti oggettuali del bambino sin dal loro primo insorgere, Melanie Klein e i suoi seguaci sono stati costretti, al pari di altri singoli studiosi, a concepire la psiche infantile al suo inizio come un terreno di battaglia dei due istinti fondamentali secondo le ultime formulazioni freudiane: Eros e Morte. L’angoscia primaria, secondo questo modo di vedere, ha la sua origine nella paura della morte. Per quanto questa definizione sia stata elaborata concettualmente dalla stessa Melanie Klein (40) e da altri (41), è chiaro che essa non può avere, e probabilmente non avrà mai, alcuna possibilità di essere suffragata in sede propriamente psicologica o clinica. Essa rimane, tutt’al più, un interessante, e forse talora conveniente, schema di riferimento, in attesa che l’antitesi conflittuale stessa possa esser meglio descritta secondo concetti realmente psicologici e clinici. È noto che una maggioranza di psicoanalisti preferiscono, oggi, descrivere l’accennata antitesi in termini di libido e di distruttività (destrudo secondo E. Weiss), oppure in quelli di integrazione, non-integrazione o disintegrazione (Alexander e French).
Il secondo passo in questa considerazione della vita psichica primitiva in termini di conflitto è stato effettuato dalla scuola di Melanie Klein con la definizione di un “oggetto primario” (la mammella), il quale va inteso al tempo stesso come “esterno” e come “internalizzato”. È qui che, a mio avviso, può introdursi il concetto di Federn, delle “rappresentazioni sentite come appartenenti all’Io benché gli oggetti siano desiderati come mezzo di soddisfazione degli impulsi di autoconservazione e della libido”. In altre parole, il concetto di rapporto oggettuale, e la possibilità dell’insorgere di conflitti inerenti a tale rapporto, non sembra incompatibile con un’imperfetta distinzione tra Io e non-Io – anche se, con Spitz, si voglia riservare all’oggetto così inteso l’appellativo di “pre-oggetto”.
Mi sembra che in questo senso vada inteso quanto scrive Joan Riviere (42), che cioè “sin dall’inizio esiste un nucleo e un fondamento di esperienza dell’oggettività. Questo fondamento può consistere soltanto in sensazioni somatiche; un’esperienza di piacere o di dolore corporei, od anche una percezione neutra, se abbastanza intensa, è presumibilmente registrata come tale, e deve avere infallibilmente una realtà che nulla può alterare o distruggere”. Poco oltre, beninteso, la stessa Autrice ricorda che tali esperienze vengono “interpretate”, o, meglio, “male interpretate” dalla psiche primitiva; e che quest'”interpretazione soggettiva dell’esperienza”, eseguita mediante i meccanismi dell’introiezione e della proiezione, è ciò che Freud chiama allucinazione, e costituisce il fondamento di quella che la stessa J. Riviere definisce “vita di fantasia”.
Le fluttuazioni e i conflitti nei primi rapporti oggettuali sorgono in dipendenza delle inevitabili insoddisfazioni e frustrazioni che il bambino subisce, per cui l’oggetto primario viene in ogni caso e in ogni modo sentito come imperfetto e non mai totalmente soddisfacente. Anche qui, è psicologicamente assai dubbio che le prime proiezioni (estroiezioni secondo Weiss) messe in opera dall’Io primitivo dipendano dal conflitto esistenziale, psicobiologico, fra Amore e Morte, e che esse costituiscano dapprima una deflessione delle cariche autodistruttive primarie, e subito dopo una proiezione degli impulsi distruttivi centrifughi. Si può tuttavia ammettere che il bambino mobiliti notevoli aliquote di distruttività primaria come reazione sproporzionata alle prime frustrazioni e che, di conseguenza, esso tenda a proiettare tali cariche sull’oggetto primario, da cui quindi si senta preso di mira e, per dirla con Melanie Klein, “perseguitato”. In questo senso è da intendere, a mio avviso, la tesi kleiniana secondo cui le prime angosce oggettuali del bambino hanno carattere persecutorio. Poiché, tuttavia, l’oggetto primario non è soltanto fonte di insoddisfazione, ma anche di appagamento di esigenze istintuali, il più semplice meccanismo psichico operativo a quest’età sarà quello di distinguere, in sé e fuori di sé, entità cattive da entità buone. Questa dicotomia dell'”oggetto buono” contrapposto all’oggetto cattivo” contraddistingue dunque i conflitti pre-edipici fondamentali. È ovvio che in nessun caso la tendenza del bambino, di conservare (incorporare, introiettare) l’oggetto buono, e di espellere (esternalizzare, respingere come non suo) l’oggetto cattivo, può mai riuscire, per la semplice ragione che il bambino dipende dall’oggetto primario come tale per la sua stessa esistenza, ed è quindi inevitabilmente costretto a rinnovare i rapporti anche con l’oggetto cattivo”. L’unica possibilità aperta all’Io infantile in questo stadio è dunque quella di cercare di tener separati e distinti gli oggetti “cattivi” da quelli “buoni”, dentro e fuori di sé. È questa ciò che Melanie Klein ha chiamato, nei suoi lavori più recenti, la posizione “paranoide-schizoide”.
È ovvio che le anzidette situazioni conflittuali, e i relativi meccanismi psichici elementari che l’Io infantile mette in opera per fronteggiarle, fanno parte di un “contesto di realtà psichica” per cui la stessa “scuola inglese” ha adottato l’espressione “fantasia”: contesto talmente diverso e distante dalla realtà psichica adulta, che nessuna descrizione in termini di linguaggio può sperare di esser più che un semplice tentativo di esprimerli. È ciò che Paula Heimann, fra gli altri, vuole significare allorché scrive: “Col termine di fantasie noi intendiamo le formazioni psichiche più primitive, inerenti all’operazione delle spinte istintuali; e poiché queste ultime sono innate, noi attribuiamo fantasie inconsce al bambino sin dal principio della vita… Nei primissimi stadi, esse costituiscono pressoché la totalità dei processi psichici, e, beninteso, sono pre-verbali, o piuttosto non-verbali. Le parole che adoperiamo quando vogliamo trasmettere i loro contenuti e significati, sono un elemento estraneo da cui tuttavia non possiamo prescindere – a meno di essere artisti” (43).
L’inespressibilità e l’incomunicabilità di questo “mondo di fantasie” della prima infanzia ha facilitato le critiche contro coloro – Melanie Klein tra i primi – che hanno cercato di descriverne in parole adulte gli aspetti ed i contenuti. Glover, ad esempio, ha avuto buon giuoco quando ha scritto (44) che nel termine kleiniano di “fantasia” sono sussunti e perdono ogni possibilità di distinzione i concetti freudiani di tracce mnemoniche, di immagini, di “presentazioni di cose”, di immagini oggettuali, di introiezione e di identificazione; o che nella descrizione, fatta da Susan Isaacs, della “fantasia” in senso kleiniano viene obliterata la distinzione tra inconscio, preconscio e conscio, o quella tra realtà psichica, esame di realtà e fantasia in senso freudiano. Ma si potrebbe anche chiedere, per converso, se l’impossibilità o la difficoltà attuali di descrivere processi psichici nei termini che siamo soliti adoperare quando abbiamo a che fare con un apparato psichico adulto, debbano impedirci un più deciso avvicinamento a ciò che si svolge nei primordi pre-verbali della vita psichica infantile, e costringerci sine die a considerare tali primordi come un oscuro e insondabile abisso (45). Giova ricordare, una volta per tutte, che quando Freud per primo si provò a descrivere alcune caratteristiche dei processi psichici inconsci, gli psicologi tradizionalisti gli obiettarono che l’inconscio, per definizione, non era descrivibile! Possiamo tranquillamente convenire che i concetti architettonici di “cantine”, di “facciata”, di “muri maestri” o di “architravi” non sono idonei a descrivere una capanna di stuoie, o un edificio in costruzione; ma ciò non significa né che dobbiamo rinunziare alla descrizione, né, tanto meno, che la capanna, o l’edifizio appena abbozzato, addirittura non esistano!
Il mondo conflittuale di “fantasie” in senso kleiniano è ben noto a tutti coloro che abbiano studiato da vicino quanto è andata esponendo, negli ultimi vent’anni o poco più, la “scuola inglese” di psicoanalisi. Nei limiti entro cui tali fantasie sono esprimibili in termini di linguaggio adulto, esse possono riferirsi sia agli impulsi istintuali del bambino nei riguardi dei suoi primi rapporti oggettuali, sia alle difese che l’Io primitivo cerca di istituire. È superfluo qui ricordare le varie descrizioni che ne ha fatto Melanie Klein sin dai suoi primi lavori. Fondamentalmente, esse hanno tutte a che fare con i meccanismi d’introiezione e di proiezione, con lo smembrare e divorare o l’essere smembrati e divorati – conformemente alla dominanza della zona orale e degli interessi orali di questo periodo, dominanza che, pur contrassegnata sin dall’origine dall’operatività degli istinti aggressivi, manifesta più chiaramente connotazioni di “sadismo orale” all’epoca della prima dentizione. Giova qui ricordare che già molto prima che Freud l’avesse esplicitamente dichiarato nel suo Abriss der Psychoanalyse, la “scuola inglese” di psicoanalisi aveva formulato la tesi del precoce mescolarsi e sovrapporsi delle fasi evolutive della libido e dei relativi “primati” orale, anale e fallico: cosicché spesso troviamo che la descrizione (con tutte le riserve già menzionate) delle fantasie primitive infantili comprende caratteristiche riferibili all’oralità incorporativa o distruttiva, agli interessi uretrali, all’espulsione anale, ecc. (46). Paula Heimann e Susan Isaacs riassumono questi motivi conflittuali come segue: “Sono le fantasie di perdita e di distruzione che derivano dai livelli pregenitali quelle che promuovono l’ansietà – fantasie di distruggere l’oggetto desiderato divorando, espellendo, avvelenando, bruciando, ecc., col conseguente terrore della perdita della fonte di vita e di amore, dell’oggetto ‘buono’, nonché col terrore della rivalsa, della persecuzione e della minaccia al corpo stesso del soggetto da parte dell’oggetto ‘cattivo’ distrutto e pericoloso” (47).
Contro le anzidette, primitive angosce “persecutorie”, il bambino, secondo gli studiosi della “scuola inglese”, mette in opera alcuni altri meccanismi difensivi, che non sono stati, a mio avviso, ancora sufficientemente investigati, ma che non coincidono già più con quelli elementari del “trattenere il buono ed espellere il cattivo” delle introiezioni-proiezioni primarie. Melanie Klein li chiama “meccanismi schizoidi”, in quanto essi hanno in comune la tendenza a “separare” ciò che dà piacere e benessere da ciò che causa insoddisfazione ed angoscia. “Scomposizione” (splitting) e negazione, da un lato e, dall’altro, idealizzazione dell’oggetto, hanno come fondamento le generali “fantasie di onnipotenza” cui abbiamo già accennato – fantasie che, come la mitica Fenice, sembrano continuamente risorgere dalle loro ceneri. Questo “motivo del tener separato” a qualsiasi costo ha tuttavia, oltre che carattere difensivo, intrinseche possibilità di integrazione e di sviluppo, giacché la proiezione contribuisce a una progressiva considerazione “esterna” dell’oggetto, e l’introiezione di oggetti “buoni” rafforza l’Io, ne promuove le capacità integrative e consolida nel bambino la capacità di amare e di aver fiducia negli oggetti. Su questo punto, Melanie Klein differisce da Fairbairn (48), secondo cui all’inizio soltanto l’oggetto cattivo viene internalizzato, e che sottovaluta l’importanza conflittuale degli impulsi aggressivi ed ostili nella prima infanzia. Tale importanza, e i relativi effetti dinamici nello sviluppo infantile, sono stati invece, più che in passato, considerati da Melanie Klein in alcuni dei suoi lavori più recenti (49-50).
Qui si pone la tanto discussa questione dell’origine del Super-Io dovuta, secondo la “scuola inglese”, allo stesso giuoco dei processi primarî di introiezione e di proiezione, e molto anteriore alla dissoluzione del complesso edipico secondo le vedute freudiane. Melanie Klein e i suoi seguaci hanno più volte sostenuto che la formazione del Super-Io comincia nello stesso tempo in cui il bambino effettua le sue prime introiezioni di oggetti. Dato che tali oggetti sono o di per sé non soddisfacenti, o addirittura temibili, l’Io infantile cerca, come si è visto, di mantenerli separati come “buoni” e come “cattivi”, sia internamente che esternamente. Viene così a stabilirsi la fantasia inconscia di un oggetto interno dotato di grande potere, e che può causare paura e dolore, come contrapposto ad altri oggetti buoni. F. Dolto-Marette, acuta osservatrice, pensa che l’origine dei sentimenti di colpa sia da rintracciarsi sin nelle prime sensazioni cenestesiche del bambino e, in particolare, nelle sue prime sensazioni di malessere, interiorizzate, e divenute rappresentanti di ciò che è “male” (51). Jones (52) ritiene che tali primitive internalizzazioni comincino ad assolvere la funzione di un Super-Io precoce non appena subentra nel bambino l’angoscia che la sua stessa aggressività possa distruggere irrimediabilmente gli oggetti da cui dipende. Prima, dunque, avremmo un alternarsi di introiezioni e proiezioni di oggetti insoddisfacenti e pericolosi, distorti in guisa pressoché inimmaginabile dalla fantasia infantile; e subito dopo, dato che questi espedienti non risolvono l’angoscia, il bambino deve accettare un gruppo di immagini interne quali permanentemente contrapposte alla soddisfazione illimitata dei suoi impulsi, i quali, nella sua fantasia, potrebbero portare alla perdita totale dell’oggetto. Ancora in uno stadio successivo, la formula “Non devi fare questo perché è dannoso e pericoloso” si trasforma nell’altra: “Non devi fare questo, e, se lo fai, sarai punito”. Quest’evoluzione si effettua, secondo Jones, già nel primo anno di vita.
Paula Heimann (53) ha anch’essa recentemente modificato in questo senso talune troppo rigide formulazioni originarie della scuola kleiniana, secondo cui il termine di Super-Io era senz’altro applicabile ai primi “oggetti internalizzati” del bambino – formulazioni che avevano suscitato la legittima reazione di Glover (54). La detta Autrice si estende infatti non poco a considerare il processo di formazione del Super-Io attraverso i suoi vari stadi, introduce per qualificarlo il concetto freudiano di “introiezione di un oggetto d’amore perduto”, e conclude affermando che “talvolta è più descrittivo parlare di ‘oggetti interni’ che non del ‘Super-Io'”. Sembra dunque che l’attuale modo di vedere della “scuola inglese” di psicoanalisi possa considerarsi modificato nel senso delle esposizioni di Jones – nel postulare, cioè, l’esistenza di un Super-Io non già all’inizio della vita, ma in un periodo nel quale esiste, in seno al rapporto oggettuale, qualcosa di più che non il semplice giuoco della ricerca del piacere e della rejezione del dolore: un periodo, in sostanza, in cui si può già parlare non soltanto di pulsioni libidiche ed aggressive, ma già, sia pure in forma embrionale, di sentimenti.
Di pari passo con lo stabilirsi di questi stadi preliminari del Super-Io, le angosce primitive tendono sempre più a dar luogo a tensioni che non sono più soltanto dovute ai conflitti tra oggetti cattivi persecutori ed oggetti buoni esterni od interni, ma ad un elementare contrasto fra “devi” e “puoi”, ossia ad un principio di autoregolazione dettata da sentimenti interni di colpevolezza o di auto-approvazione. La “scuola inglese” aderisce, come è noto, a una teoria del sentimento di colpa primamente adombrata da Freud in Das Unbehagen in der Kultur, laddove è indicato che il senso di colpa deriva da una trasformazione ed introversione dell’aggressività, fatta propria dal Super-Io – teoria che contrasta con quella, ancora mantenuta nella Neue Folge, secondo cui la colpevolezza s’instaura soltanto in relazione al complesso edipico. D’altronde già Abraham (55) aveva sostenuto che “il processo di superamento degli impulsi cannibalistici è intimamente associato con un sentimento di colpa”, ancorché, secondo quest’Autore, tale sentimento non apparisca in primo piano se non “quale tipico fenomeno inibitorio appartenente alla terza fase (sadico-anale)”; e Jones, sin dal 1929, aveva distinto due fasi nello sviluppo del sentimento di colpa, chiamando il primo “the pre-nefarious stage of guilt” e connettendolo con gli stadi pregenitali dell’evoluzione del Super-Io, mentre il secondo sarebbe “lo stadio della colpevolezza vera e propria, la cui funzione è quella di proteggere contro i pericoli esterni” (56). Secondo Melanie Klein, il sentimento di colpa comincia a sorgere quando si è stabilita “una certa sintesi fra amore e odio in relazione ad oggetti parziali” e “il sentimento che il danno prodotto all’oggetto amato è causato dagli impulsi aggressivi del soggetto è l’essenza della colpevolezza”. Da qui, cioè dal sentimento di colpa, procede la spinta a disfare e riparare il danno causato, ossia provengono le tendenze restitutive e riparatorie o, quali meccanismi di difesa alternativi, quelle che M. Klein e D. W. Winnicott chiamano “difese maniacali”. La stessa Autrice commenta: “Sembra probabile che l’angoscia depressiva, la colpevolezza e la tendenza riparatoria vengano sperimentate soltanto quando i sentimenti dell’amore per l’oggetto prevalgono sugli impulsi distruttivi” (57).
L’evoluzione dell’angoscia persecutoria in angoscia depressiva secondo la “scuola inglese”, corrisponde al delinearsi di quell’ulteriore stadio dei conflitti pre-edipici che Melanie Klein ha creduto di denominare la “posizione depressiva”. Non vogliamo qui soffermarci troppo a discutere le implicazioni di questo concetto, né se esso abbia l’importanza genetica e clinica che Melanie Klein e altri gli attribuiscono. Ciò che veramente conta, a mio avviso, è la diversa connotazione che i conflitti pre-edipici assumono allorché i rapporti oggettuali sono ormai stabiliti come rapporti con un oggetto totale, ossia con la madre come persona e non più soltanto con sue singole parti od aspetti. Qui la considerazione dialettica dei “meccanismi di difesa” conflittuali s’impone una volta di più: giacché quegli stessi metodi primitivi per cui l’Io infantile cerca di tener separato il “cattivo” dal “buono” contribuiscono, come si è notato, a rafforzare l’Io e ad integrare le sue funzioni, e conducono perciò l’Io in nuove, meno immature situazioni di conflitto: il quale, a un certo punto, non si può più definire in termini di urti fra oggetti parziali internalizzati o esternalizzati, ma in termini di antitesi fra ostilità ed amore. L’ambivalenza verso la figura materna completa porta ad angosce relative alla perdita dell’oggetto, messo in pericolo soprattutto dall’aggressività orale-incorporativa, e tali angosce sono rese più acute dal sentimento di colpa per aver aggredito l’oggetto e contribuito a comprometterne l’esistenza. Per ovviare a queste specifiche angosce l’Io ricorre a vari meccanismi di difesa (maniacali, restitutivi, nuova divisione dell’oggetto totale in “oggetto leso” e “oggetto non leso”): ma, come si è accennato, prevalgono in questa fase il sentimento di colpa, il motivo dell’abbandono (58), nonché una prima, salda interiorizzazione del rapporto Io-Super-Io.
Sino a qual punto la “posizione depressiva” è un “fenomeno universale”, come ha suggerito Melanie Klein? Una risposta a tale quesito implica una ridefinizione di ciò che è normale e di ciò che è anormale nell’evoluzione dei processi psichici della prima infanzia – come cercheremo di fare più oltre. Per adesso, e incidentalmente, diremo che è sicuramente “universale” l’impiego, da parte dell’Io infantile, di meccanismi volti a risolvere e a superare i conflitti inerenti agli stessi rapporti primari fra Io ed oggetto; e che come tali meccanismi sono contraddistinti, in una prima fase, dalla tendenza a tener diviso il “buono” dal “cattivo”, così è legittimo ammettere che in una seconda fase domini il timore di una perdita totale dell’oggetto, con conseguente sviluppo di un tipo di angoscia che non è più quella relativa alla presunta pericolosità dell’oggetto, bensì quella di vederlo tramontare sul proprio orizzonte psichico. Lo sforzo di mantenere i rapporti oggettuali a questo stadio non può andare esente da ferite narcisistiche, disappunti, autolimitazione dell’aggressività, introiezione-identificazione con l’oggetto amato scomparso e considerato in pericolo – ossia, da quegli stessi fenomeni che Freud e Abraham considerano il fondamento degli stati depressivi. Lo stesso Abraham indica, quale causa di quella che egli chiama “depressione primaria pre-edipica”, “una perdita di alimento narcisistico essenziale”. C’è da chiedersi se date le condizioni di dipendenza infantile, gli inevitabili indugi od intralci nella continuità del rapporto bambino-madre, le distorsioni di tali impedimenti ad opera della fantasia infantile, e gli stessi motivi ambivalenti che giocano inconsciamente nelle migliori madri, possa immaginarsi un bambino che, una volta arrivato a concepire la madre come oggetto totale, non abbia sperimentato o temuto, specie al divezzamento, una simile carenza di “alimento narcisistico”. In questo senso una fase depressiva nell’infanzia è sicuramente altrettanto universale quanto quella in cui il bambino teme l’opera di “agenti nemici”, dentro e fuori di sé.
Analogamente a quanto abbiamo indicato a proposito della funzione integrativa dei primissimi stadi dei conflitti pre-edipici, anche la fase ulteriore già descritta porta a un progresso dell’Io e della personalità totale del bambino. Questi distingue sempre meglio, attraverso le sue relazioni con la madre reale, le inevitabili frustrazioni dei suoi impulsi (fame, libido, aggressività), dai pericoli soltanto immaginari. Tutto quanto l'”esame della realtà” si fa più saldo, e i rapporti oggettuali con “cose buone” consolidano il margine di “sicurezza interna” e lo amplificano. Come è noto, Melanie Klein (59) ha visto in quest’opera di consolidamento infantile dei rapporti oggettuali, inerente al superamento della “posizione depressiva”, il modello di ciò che Freud (60), Abraham (61) e Rado (62), fra gli altri, avevano esposto a proposito del cosiddetto “lavoro del lutto” (Trauerarbeit) e della psicologia degli stati depressivi nell’età adulta.
Secondo la “scuola inglese” di psicoanalisi, la vera e propria “fase preedipica” del bambino termina press’a poco qui: poiché l’angoscia relativa alla “posizione depressiva” induce, già verso il sesto mese di vita, il bambino stesso a cercare altri oggetti totali oltre la madre, e a stabilire con essi nuovi e permanenti rapporti Melanie Klein (63) scrive che “in entrambi i sessi, il timore della perdita della madre, oggetto primario di amore – ossia, l’angoscia depressiva – contribuisce al bisogno di sostituti; e il bambino si rivolge dapprima al padre, che in questo stadio è anch’esso introiettato come persona completa, per colmare tale bisogno”. Prima di questa fase, è noto che secondo la “scuola inglese” potevano esistere, nelle fantasie infantili, solo aspetti parziali della figura paterna (membro paterno), sempre però in unione con aspetti parziali della madre, e cioè sia riferibili alla “immagine dei genitori combinati” (secondo Melanie Klein) sia equiparati al primo oggetto parziale internalizzato. Senza addentrarci in una discussione in proposito (a molti studiosi queste presunte fantasie infantili relative al membro paterno sono sembrate particolarmente inammissibili), menzioneremo soltanto che per la stessa “scuola inglese” questa “nozione” infantile rimane assai problematica. Paula Heimann (64) riconosce che “la questione è aperta”, e pensa che si possano forse invocare, in proposito, fattori anche filogenetici (?). A me sembra che la precisa individuazione di un membro paterno non possa verificarsi se non dopo il riconoscimento del padre come oggetto totale, e che prima di allora, il bambino sia in grado soltanto di vagamente immaginare che, sul modello della sua stessa incorporazione della mammella, la madre possa ricevere oralmente e trattenere “qualche cosa” (che può essere alternativamente buono o cattivo) nei suoi rapporti col padre. A questo “qualche cosa” potrebbero essere ascritte caratteristiche falliche in un secondo tempo, col precisarsi degli interessi propriamente genitali del bambino (65).
In tutto questo periodo (grosso modo, dall’inizio della vita sino al sesto mese), che anche secondo la “scuola inglese” di psicoanalisi si può ben definire pre-edipico, la sessualità infantile, pur prevalentemente orale, involge tuttavia impulsi delle fasi uretrale, anale e genitale secondo le formulazioni freudiane. Molti studiosi anche non appartenenti alla predetta scuola convengono oggi nel riconoscere che non si può parlare di stadi nettamente differenziati e rigidamente susseguentisi di evoluzione libidica; che nessuna espressione infantile della libido può concepirsi indipendentemente dalla esistenza di impulsi aggressivi; e che, soprattutto, anche nel bambino molto piccolo si debbono riconoscere interessi genitali (e non soltanto fallici nel senso tradizionale freudiano), implicanti l’insorgere di specifiche angosce di evirazione, e dei relativi conflitti, già nella fase preedipica: ancorché si possa tuttora genericamente parlare di “primati” successivi dei singoli interessi istintuali, e che gli interessi genitali sia del bambino, sia della bambina, appaiono in specifica evidenza dopo gli altri. È nota l’ampia discussione sorta in psicoanalisi, e non ancora completamente risolta, circa la parte che la vagina avrebbe o non avrebbe nella sessualità della bambina. Molti studiosi sembrano ancora propendere in favore della tesi dell’eventuale estensione, nella bambina piccola, di sensazioni e interessi anali alla vagina anche in età molto precoce; altri sono rimasti rigidamente aderenti alle note formule freudiane sulla femminilità pre-fallica; ed altri infine parlano di fantasie e interessi primitivi oro-vaginali e vaginali. Sembra tuttavia che il pieno riconoscimento di veri e propri interessi vaginali preedipici non possa a lungo tardare (66).
In un lavoro apparso nel 1946 (67), ho riassunto come segue i risultati cui le recenti ricerche hanno portato in merito allo stesso concetto di complesso di Edipo, così come si dovrebbe ridefinire in contrapposto alla concezione “classica”. Riteniamo che tale riassunto possa ancor oggi servire come utile base di discussione:
“La situazione edipica così come ci appare nella descrizione classica è la cristallizzazione e semplificazione tardiva di fenomeni molto più complessi, precoci e diffusi dello sviluppo psico-istintuale infantile. Il fenomeno-base è costituito… dalla dicotomia dell’oggetto “buono” e dell’oggetto “cattivo” – dicotomia la quale nella descrizione classica, s’individua da ultimo nelle due figure parentali totali (68).
“I primi oggetti di questa dicotomia si riferiscono, tanto nel bambino maschio come nella femmina, alla mammella materna, cosicché il rapporto orale diviene il prototipo di ogni rapporto oggettuale ulteriore. Non appena tali rapporti si estendono, sia pure parzialmente, alla figura paterna, abbiamo già gli elementi necessari per l’instaurazione di un complesso edipico in nuce, ricchissimo di motivi fantastici, mostruosi ed irreali (69).
“Tanto nel bambino maschio come nella bambina, tale complesso edipico nucleare ha come suoi elementi primari essenziali la mammella materna ed il membro paterno, che possono essere alternativamente o simultaneamente ‘buoni’ o ‘cattivi'”. Lo sviluppo sessuale del bambino include sin dalla prima infanzia sensazioni e tendenze genitali, le quali sono tuttavia all’inizio fortemente influenzate dal primato orale e dai meccanismi introiettivi e proiettivi: cosicché troviamo ad es. nel maschio fantasie di appropriazione orale del membro paterno “cattivo”, fantasie angosciose d’essere aggredito e divorato da tale cattivo oggetto… ecc. Nella bambina, troviamo desideri ricettivi nei confronti del membro paterno… e impulsi aggressivi contro l’intero corpo della madre per privarla del membro paterno incorporato (70). Tuttavia, insieme o alternativamente con queste posizioni normali del complesso edipico primitivo, troviamo nel maschio e nella femmina manifestazioni del complesso edipico invertito…”: ossia, vorremmo oggi meglio precisare, nel maschio il desiderio di incorporare il membro paterno considerato anche quale sorgente di soddisfazioni libidiche, nella femmina il desiderio di appropriarselo stabilmente e di avere, così, un organo maschile. A quest’ultimo riguardo, abbiamo però già precisato che a nostro avviso, tale posizione della femmina è secondaria ed epifenomenica rispetto alla sua posizione edipica normale: così come è secondaria ed epifenomenica la posizione incorporativa e passiva del bambino maschio rispetto al membro paterno ed al padre, in confronto alla sua normale posizione edipica, che corrisponde alle descrizioni freudiane.
Come ci eravamo proposti di fare, abbiamo riferito, commentandole ed integrandole per quanto ci è stato possibile, le descrizioni dei conflitti preedipici secondo la “scuola inglese” di psicoanalisi, anche rispetto a quella fase cronologica dei rapporti oggettuali infantili che la detta scuola suole già chiamare “edipica”, e in cui noi preferiamo ravvisare semplici elementi nucleari del complesso edipico vero e proprio. In questo ci sembra di essere d’accordo con studiosi certo non sospetti di tenerezza verso la “scuola inglese” – a cominciare da Glover, il quale ha scritto fra l’altro: “Convengo che le interpretazioni di un complesso nucleare esistente prima della fase edipica principalmente genitale sono entro certi limiti sospette, e che ad esse si può far carico di essere prodotti di “rück-phanta-sieren”… Ma non posso trovare alcuna spiegazione adeguata della tossicomania, la quale non presupponga una situazione edipica attiva in una fase in cui i rapporti oggettuali sono poco più che il riflesso psichico di rapporti con organi” (71). A proposito della formazione di un Super-Io precoce, lo stesso Autore dichiara: “Io ritengo… che qualsiasi impronta psichica avente sufficiente permanenza, e che porti alla suddivisione di energie istintuali nell’Io…. possa aver diritto alla qualifica di Super-Io” (72).
A mio avviso, i punti più discutibili della descrizione kleiniana dei conflitti pre-edipici sono, oltre all’uso spesso non sufficientemente precisato di alcuni concetti e vocaboli, la sua presentazione in termini troppo concreti e “percettuali” di situazioni endopsichiche le quali, per definizione, sono pre-verbali; la non sufficiente correlazione tra la riformulazione di situazioni primitive infantili e quelle delle condizioni psichiche, normali e patologiche dell’età adulta; lo scarso senso delle sfumature inerenti ai molteplici aspetti dei rapporti oggettuali infantili; la non sufficiente considerazione, teoretica e pratica, delle influenze ambientali reali in tali rapporti. Giustamente, a mio avviso, Glover (73) ha rimproverato a Melanie Klein di aver trascurato i vari comportamenti oggettivi della madre verso il bambino, con tutte le conseguenze che l’uno o l’altro comportamento o tipo di madre può avere sull’evoluzione psichica dell’infante – quasi che il bambino dovesse percorrere la sua curva evolutiva sullo sfondo di “coordinate materne” pressoché invariabili. Opportunamente, queste importantissime ricerche sono state e vengono tuttora perseguite da Anna Freud, Dorothy Burlingham (74), Rene A. Spitz e da vari altri indagatori soprattutto americani; e giova sperare che esse potranno meglio chiarire ed articolare, in rapporto alla coppia madre-bambino, molti problemi che da Melanie Klein e dalla sua scuola sono stati impostati trascurando notevolmente il primo termine di tale inscindibile binomio (75). Malgrado ciò, ripeto che a mio avviso il contributo della “scuola inglese” di psicoanalisi, con tutte le correzioni ed integrazioni che sono state sommariamente indicate o auspicate in questo lavoro, appartiene a quanto di meglio e di utile oggi abbiamo per lo studio e la comprensione dell’oscurissimo primo anno di vita, e dei conflitti psichici a esso relativi.
Una notevole parte delle controversie suscitate dalla descrizione “inglese” dei conflitti preedipici proviene, io penso, dal fatto che in tale descrizione sono stati costantemente adoperati termini psichiatrici – riferiti, nell’adulto, soltanto a vere e proprie malattie mentali – per definire fasi e “posizioni” che Melanie Klein e i suoi seguaci considerano, nel bambino, quali stadi normali di sviluppo. A mio avviso dire, con la “scuola inglese”, che ogni bambino nella sua prima evoluzione psichica passa attraverso fasi “psicotiche”, e che cerca di superarle mediante difese psicotiche o nevrotiche, potrà essere geneticamente e descrittivamente corretto, ma è clinicamente assai scorretto, nonché distante dalla nota affermazione freudiana (76), secondo cui ogni nevrosi adulta presuppone una nevrosi infantile [Freud (77) considerò non più che come una probabilità quella che ogni individuo adulto anche normale avesse attraversato una nevrosi infantile]. D’altra parte, se ci limitiamo alla descrizione genetica – come, io ritengo, deve esser stato nelle intenzioni della “scuola inglese” – cade l’obiezione di Spitz (78), secondo cui “dichiarare che tutto lo sviluppo psichico umano è determinato da una ‘posizione depressiva’ ha altrettanto poco senso quanto dire che la locomozione umana eretta è determinata da una frattura o da una lussazione nell’infanzia”. Nessun psicoanalista dubita che esista una masturbazione infantile normale, e che essa abbia un significato nell’evoluzione della sessualità – da quella infantile a quella normale adulta – anche se clinicamente si possano distinguere sia aspetti e casi anormali di masturbazione infantile, sia stati anormali di psicosessualità adulta nei quali la masturbazione ha altrettanto anormali caratteristiche. Se Melanie Klein avesse adoperato altri termini, anziché quelli psichiatrici di “posizione schizoide-paranoide”, di “posizione depressiva” e di “posizione maniacale”, e avesse semplicemente descritto i fenomeni inerenti a tali fasi in termini, supponiamo, di “meccanismi di divisione e di allontanamento”, di “prime ansietà di tipo morale” o di “fantasie di dominazione onnipotente”, obiezioni come l’ultima citata di Spitz non avrebbero probabilmente più ragion d’essere. Le fasi descritte da Melanie Klein – quale che sia la maggiore o minor validità delle sue tesi – sono, al pari di quelle descritte da Freud e da Abraham, da intendere quali normali tappe dello sviluppo psichico infantile nel primo anno di vita; e solo una fissazione o una regressione anche parziale a esse può costituire il presupposto clinico di psicosi o nevrosi nell’adulto, o anche nel bambino di due o tre anni. In ciò, mi sembra che l’impostazione kleiniana non si discosti in nulla dalla psicopatologia psicoanalitica più nota e accettata.
È vero, d’altronde, che i contributi della scuola inglese di psicoanalisi alla clinica psicoanalitica delle nevrosi adulte sono stati piuttosto indiretti; e che essi si sono in genere limitati a indicare la funzione dei conflitti pre-edipici in talune nevrosi più gravi, come la nevrosi ossessiva: mentre è generalmente ammesso che tali contributi sono stati utilissimi per la comprensione clinica e per l’eventuale analisi terapeutica di importanti sindromi psicotiche, come quelle della psicosi maniaco-depressiva, e, più recentemente, anche di varie forme di paranoia e schizofrenia; nonché di alcune perversioni (79).

VII) Le teorie di Bergler


Uno sforzo molto più consistente e sistematico verso una teoria generale delle nevrosi, e delle anomalie della personalità, la quale tenga conto dei conflitti pre-edipici, è stato invece effettuato in una serie di opere e di saggi da Edmund Bergler (80), le cui vedute, a mio avviso, non hanno trovato sinora un’adeguata considerazione nei circoli psicoanalitici. Vedremo più oltre quelle che possono essere state le cause di quest’insufficiente riconoscimento e ci limiteremo, per ora, ad esporre le principali tesi di quest’Autore – tesi le quali sono state, assai sovente, non comprese o travisate.
La concezione della situazione pre-edipica infantile secondo Bergler non si discosta molto da quella di Melanie Klein e della sua scuola. La sua posizione, tuttavia, differisce da quella della “scuola inglese”, in quanto pone, molto più che non essa, l’accento sull’antitesi tra passività ed attività del bambino nel rapporto bambino-madre – assai analogamente a quanto ha fatto Ruth Mack Brunswick nel suo saggio già citato – nonché sul contrasto fra le fantasie di onnipotenza “autarchica” del bambino, la forza primitiva dei suoi istinti e la sua effettiva dipendenza pressoché totale dall’oggetto primario. Da tali antitesi sorge una serie di ferite narcisistiche, alle quali il bambino reagisce aggressivamente, e tanto più in quanto, per proiezione, la madre che “trascura” o che “rifiuta” gli appare non soltanto “cattiva”, ma mostruosamente aggressiva e capace di porre in atto, nei suoi riguardi, ogni sorta di attacchi – come affamarlo, divorarlo, avvelenarlo, strozzarlo, farlo a pezzi, prosciugarlo o evirarlo. Di fronte a questa temibile figura, e alle angosce che ne provengono, il bambino, secondo Bergler, può essere confermato in una posizione di impotente passività – posizione che viene presto rafforzata dall’insorgere di paure non solo inerenti al poter essere attaccato o distrutto, ma anche al poter essere punito per la sua stessa aggressività, ai primi “rimproveri morali” e al sentimento di colpa. In questa situazione, il bambino, o riesce a deflettere in qualche modo la sua aggressività, oppure ricorre a un primitivo meccanismo di difesa che la “scuola inglese”, secondo Bergler, non ha sufficientemente valutato, e che egli chiama “masochismo psichico”.
Mediante tale meccanismo, il bambino mantiene le sue cariche aggressive nei riguardi dell’oggetto materno, ma la pena, la punizione e il sentimento di colpa dovuti all’internalizzazione di tale oggetto, vengono libidizzati, e in sostanza desiderati. Le tappe di questo quadro genetico vengono riassunte da Bergler come segue: “offesa alla megalomania a causa delle frustrazioni libidiche -furia – impotenza motoria – inibizione, prima dall’esterno, poi interna, dell’aggressività-introflessione dell’aggressività – libidizzazione della colpevolezza” instaurata da tale introflessione. Da questo punto in poi, dato che all’anzidetta “soluzione masochistica” del conflitto si oppone il Super-Io precoce, l’Io inconscio elaborerà l’una o l’altra di svariate possibili difese od alibi, volti a negare la soluzione stessa. L’adozione dell’uno piuttosto che dell’altro tipo di difese darà luogo all’una o all’altra sindrome nevrotica o caratteriale, la quale non sarà dunque una difesa diretta contro gli impulsi primitivi ricusati, bensì una copertura difensiva del conflitto primario tra posizione masochistica e Super-Io (81).
Bergler chiama “nevrotici orali” coloro in cui, in misura maggiore o minore, giuocano tali meccanismi inconsci. Per lui, anzi, l’indicata pseudosoluzione orale-masochistica dei conflitti pre-edipici di base è il fondamento di ogni struttura nevrotica, ma con quest’avvertenza: che nell’uno o nell’altro tipo di nevrosi può farsi valere, in guisa maggiore o minore, la stabilizzazione del conflitto stesso in forme e stadi più avanzati dello sviluppo psico-istintuale (fase anale, fase fallica) – stadi che egli chiama “stazioni di soccorso” (rescue-stations) e di rifugio dal “pericolo orale”. Ne deriva che mentre per taluni tipi di nevrotici può essere sufficiente un’analisi dei conflitti ai livelli ed in termini edipici e post-orali, in molti casi l’analisi deve esplicitare il conflitto orale di base, e la sua stabilizzazione orale-masochistica della quale gli stessi conflitti edipici non sono, clinicamente, che sovrastrutture e coperture difensive. La distinzione vale, secondo Bergler, sia nei riguardi di intere sindromi nevrotiche, sia e più specialmente, in quelli di talune specifiche sindromi le quali hanno o no una substruttura orale a seconda del livello di fissazione o dell’importanza della regressione. Così, ad esempio, vanno distinti secondo Bergler tipi prevalentemente pre-edipici (orali) di impotenza, da tipi edipici (anali o fallici), con differenze correlative sia nella prognosi, sia nella terapia analitica.
Il “nevrotico orale”, secondo Bergler, è colui che provoca costantemente la seguente “triade” del “meccanismo di oralità” (82):
“1. Io ripeterò il desiderio masochistico di essere trattato male da mia madre, creando o sfruttando situazioni in cui qualche sostituto della mia immagine materna pre-edipica si opporrà ai miei desideri.
“2. Non sarò cosciente del mio desiderio di essere rifiutato e della mia iniziale provocazione di un rifiuto, e vedrò soltanto che sono giustificato nella mia auto-difesa e nella mia giusta indignazione e pseudo-aggressività causate dal rifiuto.
“3. Quindi, mi compiangerò perché una simile ingiustizia, ‘può capitare soltanto a me’, e godrò ancora una volta di un piacere psichico masochistico”
Nel riesaminare, per gli scopi di questa relazione, le tesi di Bergler sui conflitti pre-edipici, ho dovuto concludere che una parte delle resistenze che esse hanno incontrato nei circoli analitici è dovuta allo scarso inquadramento metapsicologico che lo stesso Bergler ne ha fatto: un difetto, questo, reso anche maggiore dalla sua presentazione eccessivamente immaginosa e quasi “teatrale” delle più svariate situazioni di conflitto psichico. Tale presentazione può destare persino l’impressione di trovarci talvolta dinnanzi a una psicologia letteraria e “romanzata” – mentre nessuno può contestare la preparazione e la mentalità scientifica e clinica di uno studioso come Bergler, e la grande importanza dei suoi contributi. L’altra parte delle critiche rivolte a Bergler è dovuta invece, secondo me, a notevoli travisamenti delle sue vedute. Lo stesso Bergler ha cercato di chiarire taluni di questi malintesi in una delle due opere più recenti (83), e ritengo superfluo citare verbatim le sue precisazioni. Uno dei malintesi più gravi è stato quello di ritenere che Bergler sottovaluti l’importanza degli impulsi aggressivi nella sua ricostruzione dei conflitti di base. Nel corso della discussione svoltasi durante il I Congresso degli psicoanalisti di lingue latine (Parigi, ottobre 1952), io stesso cercai di mostrare, in cortese polemica con M. Bouvet, che ciò che differenzia la soluzione “masochistica” da quella normale nella prima elaborazione infantile dei conflitti della fase orale, è precisamente dovuto al fatto che l’Io infantile non riesce a disporre altrimenti dell’aggressività: a tal punto, che, per mantenerla, rivolge quest’aggressività contro se stesso, vicariamente, prima per il tramite della madre pre-edipica. e poi attraverso il precoce stabilirsi del Super-Io: libidizzando infine questa stessa introflessione della propria aggressività. Ricordai, allora, che lo stesso Bergler definisce il masochismo psichico un'”aggressività non digerita” (84). Che una parte di tale aggressività riesca poi ad estroflettersi, e serva all’Io del nevrotico a coprire quella, ben più importante, cristallizzata nella posizione masochistica, è chiaramente indicato nelle manifestazioni clinicamente (e non più geneticamente) descrivibili, che Bergler chiama di “pseudo:aggressività”. Questa espressione, tuttavia, non significa che l’aggressività del nevrotico non sia tale, come feci osservare a Bouvet, bensì che essa è in parte diretta contro un bersaglio fittizio. Giustamente, mi sembra, Bergler nota a questo proposito, in sede di analisi clinica e terapeutica, che se ci si limita a considerare questo aspetto dell’aggressività più o meno superficialmente rimossa, e si trascura quella che il nevrotico ha trattenuta e che forma il nucleo della posizione masochistica infantile, non si affronta e non si può risolvere la stabilizzazione del conflitto nevrotico ai livelli pre-edipici – risoluzione a suo avviso molto più indispensabile di quanto si fosse generalmente pensato.
Tra gli psicoanalisti europei, l’Autore che si è più avvicinato alle vedute teoriche e cliniche di Bergler è, a mio avviso, S. Nacht (85), sebbene questi non consideri, come Bergler, la regressione orale-masochistica come la base inevitabile di ogni struttura nevrotica. Nacht ha compreso molto bene che le radici del masochismo sono nelle fasi pre-edipiche, e descrive il processo masochistico primario in termini che lo stesso Bergler sottoscriverebbe. “L’aggressività verso qualcuno che è più forte” – scrive Nacht – “si riflette per tema di rappresaglie, sotto forma di colpevolezza, contro se stesso. Il bambino può essere vittima di questo comportamento che gli insegnerà, col gusto della sofferenza, il mezzo di attingere nell’infelicità qualche cosa che sostituisce la gioia”. E più oltre: “…sembra che l’aggressività risultante dalle frustrazioni libidiche si sia riflessa subito contro l’Io del soggetto, e ciò con facilità tanto maggiore, in quanto questi non possiede ancora un Io sufficientemente sviluppato per correre il rischio di esteriorizzarla. Ma ciò che contribuisce maggiormente a questo processo è che l’Io non è neppure abbastanza differenziato rispetto all’oggetto, il quale può, nel corso delle fasi primarie, essere facilmente confuso col soggetto”. Su quest’ultimo punto – si noti – Nacht rinvia a quanto ha scritto Melanie Klein.
Nella sua opera sul masochismo, Nacht, peraltro, non cita Bergler: e ciò è alquanto strano, visto che la seconda edizione della notissima monografia è del 1948.
Sin dal 1930, R. Laforgue (86) aveva chiamato “erotizzazione dell’angoscia” quel meccanismo per cui certi individui ricercano situazioni angosciose e le libidizzano, per ricavare piacere da una circostanza dolorosa. E lo stesso Autore, qualche anno dopo (87), aveva indicato la possibilità che l’Io potesse giungere “ad allearsi col Super-Io, a prendere apertamente posizione contro se stesso e a subire con gioia l’inferno della nevrosi”. In Laforgue, tuttavia, non troviamo una chiara considerazione del masochismo come tentativo di soluzione dei conflitti pre-edipici della fase orale (88), e tanto meno una teoria delle nevrosi a esso correlativa. L’unico sforzo in tale senso prima di Bergler è stato fatto, per quanto mi consta, da S. Rado (89), in un lavoro di cui non sono riuscito ad avere sott’occhio il testo, e sul quale quindi non posso con precisione pronunciarmi.
A me sembra che la “posizione masochistica” formulata da Bergler corrisponda in sostanza alla “posizione paranoide”, così come è stata descritta da Melanie Klein, con particolare riguardo all’aspetto “introiettivo” di tale posizione. Potremmo dire che l'”Io masochistico” descritto da Bergler ha stabilito una relazione sadistica con un oggetto internalizzato col quale parzialmente si identifica – relazione, tuttavia, in cui l’elemento libidico è stato da Bergler messo maggiormente in evidenza, mentre la “scuola inglese” di psicoanalisi insiste più sul ruolo, in essa, degli impulsi distruttivi. In un caso come nell’altro, è chiaro che deve prodursi una divisione in seno all’Io, una parte del quale può, quindi, valersi di altri meccanismi di difesa, il cui avvenuto o mancato superamento può portare, nella successiva evoluzione, a migliori integrazioni nel senso della nevrosi o della normalità, oppure contrassegnare l’individuo psicotico o il pervertito. La “posizione masochistica” corrisponderebbe dunque a quella che Paula Heimann preferisce chiamare, anziché introiezione aggressiva, “proiezione intra-psichica” dell’oggetto primariamente aggredito: proiezione mediante la quale l’Io, secondo questa Autrice, “continua i suoi rapporti d’amore sadistico”. “Le soddisfazioni sadistiche che l’Io ottiene dall’oggetto interno rappresentano, al tempo stesso, una scarica degli impulsi distruttivi da cui l’Io è minacciato” (90). È chiaro che la stabilizzazione di tale posizione non potrebbe avvenire se essa non fosse libidizzata.
Le rispettive vedute teoretiche della “scuola inglese” e di Bergler sul ruolo dei conflitti pre-edipici dovranno essere, io credo, messe a raffronto in una serie di lavori che impegneranno gli studiosi per parecchi anni – lavori ai quali questa relazione non potrebbe in alcun modo sostituirsi. Ritengo tuttavia che ai fini di una prima discussione in merito, quanto è stato qui riferito possa costituire una base sufficiente.

VIII) Rivalutazione analitica e clinica dei conflitti pre-edipici

Recentemente, occorre riconoscerlo, sono stati effettuati alcuni notevoli tentativi intesi ad integrare le ricerche di coloro – a cominciare da Melanine Klein – che hanno rivolto la loro attenzione soprattutto ai conflitti psichici della primissima infanzia, con le impostazioni maggiormente ortodosse e classiche degli analisti rimasti più strettamente aderenti alle formulazioni freudiane e “viennesi” relative alle caratteristiche e alla funzione delle fasi pre-edipiche. Il ruolo esercitato da queste sulle successive tappe di sviluppo istintuale e sui rapporti oggettuali della fase edipica e post-edipica ha formato argomento di ampie discussioni al XVII Congresso psicoanalitico internazionale di Amsterdam (1951); è i relativi contributi sono regolarmente apparsi sulle nostre riviste. Particolarmente notevoli, al riguardo, mi sono sembrate alcune riformulazioni di Jeanne Lampl-de Groot (91), la quale riconosce fra l’altro esplicitamente che “le forme pre-edipiche dell’angoscia contribuiscono alla formazione e all’intensità dell’angoscia d’evirazione nel periodo edipico”. Ancorché quest’Autrice ritenga tuttora che non si possa parlare nella fase pre-edipica anale (e tanto meno, quindi, in quella orale) di un Super-Io con funzioni di coscienza interna, essa ammette che una precoce, instabile internalizzazione di comandi sia un processo che costituisca un esempio per i processi identificatori post-edipici risultanti nella formazione del Super-Io. Negli stati nevrotici – ammette ancora Jeanne Lampl-de Groot –, gli elementi pre-edipici sono regolarmente commisti a quelli edipici, i quali, secondo la sua tesi altra volta sostenuta (92), si manifestano all’analisi per lo più come fantasie e reminiscenze, mentre il materiale pre-edipico è “agito”. In conclusione, Jeanne Lampl-de Groot conviene che “le nevrosi e altri disturbi psichici possono sorgere da vari nuclei di cattivo sviluppo – nuclei che si trovano sia nella fase edipica, sia in quella pre-edipica”.
È curioso ed interessante insieme notare che quest’Autrice, pur tenendosi tuttora in una posizione critica e distante nei riguardi delle vedute della “scuola inglese” di psicoanalisi, si accosta ad esse quasi inavvertitamente in non poche sue descrizioni. Essa scrive ad esempio (93): “Non appena la madre è riconosciuta ed amata come oggetto esterno, paure di perdere l’amore della madre sorgono rispetto ai conflitti tra la vita istintiva e i desideri della madre. Abbiamo così, nel conflitto di ambivalenza, un’importante sorgente d’angoscia”. Ebbene, non è forse questa la “posizione depressiva” secondo la terminologia kleiniana?
Maxwell Gitelson (94), nel suo contributo alla discussione di Amsterdam, ha visto ciò assai chiaramente, ed è andato assai più in là della posizione, ancora piuttosto “conservativa”, di Jeanne Lample-de Groot. Non possiamo non convenire con lui che “se si trascurano le discusse assunzioni metapsicologiche e il raccorciamento della scala cronologica sul cui sfondo i membri della scuola inglese vedono lo sviluppo infantile, si è colpiti dalla corrispondenza tra le loro affermazioni e i fenomeni clinici che noi tutti osserviamo”. Egli ritiene che in molti casi-limite (i quali tuttavia vengono analiticamente accettati e trattati) la fase edipica fallica non sia stata raggiunta, cosicché si possa parlare di un complesso edipico assente o di cui al massimo esistono soltanto vestigia. In tutti questi pazienti (che negli Stati Uniti, secondo Gitelson, costituiscono almeno un terzo (!) di quelli che vengono in analisi), la vita psichica “è regolata da operazioni primitive dell’Io” e da orientamenti oggettuali “di uno ad uno” (cioè, non “triangolari” come dove esiste un complesso edipico). Questo sembra essere un ulteriore passo, effettuato su una base clinica, verso una notevole svalutazione del complesso edipico, classicamente inteso, quale “complesso nucleare delle nevrosi”, e verso una maggior valutazione dei nuclei pre-edipici nel senso voluto dalla scuola inglese e da Bergler.

IX) Considerazioni finali

La necessità di riesaminare e ridefinire in termini di una situazione binaria (pre-edipica), anziché ternaria (edipica), alcuni dei più importanti problemi psicologici e psicogenetici, si è fatta sentire sempre più in psicoanalisi, orientando numerose investigazioni sia di psicologia infantile, sia di psicopatologia e clinica psicoanalitica, sia, persino, di psico-sociologia e psico-antropologia. La funzione dei conflitti pre-edipici appare ormai essenziale nei riguardi di alcuni motivi fondamentali di strutturazione dell’apparato psichico, sia nel senso di una sua sufficiente e “normale” funzionalità, sia in quello di un suo anormale sviluppo e funzionamento. Come abbiamo cercato di indicare, tali motivi sono, principalmente, quelli inerenti alla necessità di conciliare, già nell’Io infantile, termini dialettici opposti quali conservazione e distruzione, amore e odio, progressione e regressione. La stessa condizione di dipendenza infantile, nella fase pre-edipica, da un solo oggetto; la predominanza di un mondo psichico di fantasia per cui i rapporti oggettuali vengono deformati e per cui gli oggetti parziali sono animisticamente percepiti e concepiti – tutto ciò fa sì che per sussistere, l’apparato psichico infantile debba erigere in sé alcuni meccanismi od istanze di autoregolazione (oggetti parziali introiettati aventi funzione di Super-Io precoce), le cui note caratteristiche sono, anche nel migliore dei casi, la rigidità, la mostruosa discrepanza rispetto alle loro ulteriori e più adulte soprastrutture, la loro enorme capacità di “produttori d’angoscia”. Dal punto di vista istintuale, tali precocissimi conflitti sono contraddistinti dall’autoaggressività più o meno masochistica e dal sentimento di colpa più o meno libidizzato.
Ben si comprende, quindi, che qualsiasi ulteriore sviluppo psichico dovrà consistere in una migliore distribuzione ed articolazione, nonché in un qualitativo indebolimento, di tali elementi primari di conflitto. Nella fase edipica, ad esempio, troviamo – come abbiamo avuto occasione di accennare – sia una valutazione meno irrealistica dei rapporti oggettuali, sia un’attenuazione dell’insostenibile situazione per cui un solo oggetto viene dapprima inevitabilmente investito di qualità opposte – amorosità e aggressività –: fatto questo, tuttavia, che, comunque controbilanciato e neutralizzato, non può essere mai annullato, e i cui riflessi coloreranno perciò fatalmente tutti i successivi rapporti umani.
Se la storia evolutiva della personalità umana ha la sua origine e la sua più evidente impostazione drammatica nel complesso di Edipo, così come Freud l’ha scoperto e descritto, ossia sotto il segno del padre, l’immagine della madre domina la sua preistoria, nella quale solo recentemente – date le grandi zone d’ombra che la pervadono – vari studiosi hanno cercato di penetrare. Parallelamente a questa ricerca nella preistoria psicologica dell’individuo, la ricerca antropologica (Roheim, Money-Kyrle) ha anch’essa posto recentemente in rilievo l’importanza e il significato di una “fase di conflitti pre-edipici” dell’umanità (fase pre-totemica, contrassegnata dalla dominanza di rapporti oggettuali parziali, dal cannibalismo, da un pensiero pressoché totalmente animistico e magico, e dal concetto più o meno vago di un’entità diffusa e onnipresente dalla quale gli “oggetti”, suoi percepibili esponenti, sono costantemente permeati). E come nelle analisi profonde di bambini e di adulti, sani ed anormali, troviamo regolarmente tracce più o meno rilevanti di tali fasi conflittuali pre-edipiche (sia pure nella forma di elaborazioni regressive, anali od orali, di conflitti edipici) (95), così i colleghi antropo-psicoanalisti hanno trovato e trovano relitti di una fase pre-totemica e pre-edipica dell’umanità indagando in culture primitive ed anche in aspetti più maturi ed evoluti di società e gruppi umani (96). Non v’è, io credo, alcun dubbio che da un’ulteriore e sempre più dettagliata valutazione della funzione dei conflitti pre-edipici tanto nella formazione dell’apparato psichico maturo normale o patologico, quanto nelle configurazioni e manifestazioni psicologiche di gruppi e di masse, scaturiranno nuove efficaci possibilità di lavoro sia nella psicoterapia dell’individuo, sia ai fini di un ulteriore contributo alla dissoluzione degli ostacoli che tuttora si frappongono al raggiungimento di uno stadio più maturo e soddisfacente di rapporti collettivi.
Emilio Servadio

NOTE

(1) I. Matte Blanco: Some Reflexions on Psychodynamics, “I.J.P.”, XXI, 1940.

(2) Questa concezione non vuole e non potrebbe prescindere, è ovvio dirlo, da un’adeguata considerazione dei processi di sviluppo psichico dovuti alla regolare maturazione biologica e fisiopsicologica.

(3) E. Glover: Freud or Jung, London, 1950, p. 12.

(4) H. Hartmann: Ich-Psychologie und Anpassungs-Problem, “Int. Z. f. Psycho-analyse”, XXIV, 1940.

(5) E. Glover: Functional Aspects of the Mental Apparatus, “IJ.P.”, XXXI, 1950.

(6) S. Freud: Abrégé de psychanalyse, tr. fr., Paris, 1949, p. 15.

(7) E. Glover: Psycho-Analysis, 2nd edit., London, 1950, p. 36.

(8) E. Glover: Psycho-Analysis, cit., p. 36-37.

(9) S. Nacht: Les nouvelles théories psychanalytiques sur le Moi, “Revue Française de Psychanalyse”, XV, 1951.

(10) J. Lacan: Le stade du miroir comme formateur de la fonction du Je, “Revue Fr. de Psa.”, XIII, 1949.

(11) S. Bernfeld: Ueber Faszination, “Imago”, XIV, 1928.

(12) O. Fenichel: The Psychoanalytic Theory of Neurosis, New York, 1945, p. 37.

(13) J. Lacan: Les complexes familiaux dans la formation de l’individu, in Encyclopédie Française: “La vie mentale”, t. VIII, Paris, 1938.

(14) Cfr. M. Klein: The Emotional Life of the Infant, in M. Klein, P. Heimann, S. Isaacs e J. Riviere: Developments in Psycho-Analysis, London, 1952, p. 206, Nota 2.

(15) E. Weiss: Projection, Extrajection and Objectivation, “Psa. Quarterly”, XVI, 1947.

(16) E. Glover: Psycho-Analysis, cit., p. 72.

(17) S. Ferenczi: Entwicklungsstufen des Wirklichkeitssinnes, “Int. Z. f. Psa.”, I, 1913.

(18) F. Dolto-Marette: Les sensations coenesthésiques de bien-être et de malaise, origines des sentiments de culpabilité, “Psyché”, III, 1948.

(19) R. Fliess (Ed.): The Psycho-Analytic Reader, London, 1950, p. 231.

(20) R. Mack-Brunswick: The Preoedipal Phase of the Libido Development, “The Psychoanalytic Quarterly”, IX, 1940.

(21) J. Lampl-de Groot: The Pre-oedipal Phase in the Development of the Male Child, in The Psychoanalytic Study of the Child, II, London, 1946.

(22) Ciò potrebbe portare, a mio avviso, a un consolidamento al livello anale della posizione masochistica secondo le vedute di Bergler (v. appresso).

(23) In una lettera inedita a Marjorie Brierley. Le vedute di Fairbairn, che in ogni caso appaiono assai importanti, sono contenute specialmente nei lavori: A Revised Psychopathology of the Psychoses and Neuroses, “I.J.P.”, XXII, 1941; Endopsychic Structure Considered in Terms of Object Relationship, “I.J.P.”, XXVII, 1946.

(24) M. Brierley: Trends in Psycho-Analysis, London, 1951, p. 74.

(25) Cfr. principalmente: R. A. Spitz: Relevancy of Direct Infant Observation, in The Psychoanalytic Study of the Child, V, 1950. Id.: Anaclitic Depression, ibid., II, 1946; Autoerotismo, “Psiche”, III, 1950.

(26) A. Gesell: I primi cinque anni della vita, tr. it., Roma, 1950, p. 38.

(27) A. Bonaventura: Risultati e tendenze attuali della psicologia del lattante, “La Nipiologia”, XXIII, 1937.

(28) A. Bowley: Modern Child Psychology, cit. in Brierley, op. cit., p. 78.

(29) P. Federn: Ego-Psychology and the Psychoses, New York, 1952, e. 15, passim.

(30) È difficile dire sino a qual punto queste vedute di Federn coincidano con quelle manifestate da Hartmann circa l'”origine parzialmente autonoma”, o, secondo le osservazioni più recenti di quest’Autore, addirittura “ereditaria”, dell’Io. Per una discussione, v.: H. Hartmann: Comments on the Psychoanalytic Theory of the Ego, in The Psychoanalytic Study of the Child, V, New York, 1950; Id.: The Mutual Influences in the Development of Ego and Id, ibid., VII, 1952; S. Nacht: Les nouvelles théories psychanalytiques sur le Moi, cit.

(31) E. Glover: An Examination of the Klein System of Child Psychology, in The Psychoanalytic Study of the Child, I, 1945.

(32) S. Isaacs: The Nature and Function of Phantasy; P. Heimann: Certain Functions of Introjection and Projection in Early Infancy; P. Heimann e S. Isaacs: Regression: tutti in Developments in Psycho-Analysis, cit., London, 1952.

(33) M. Klein: On the Theory of Anxiety and Guilt, ibid.

(34) M. Klein: Notes on some Schizoid Mechanisms, ibid.

(35) E. Bibring: The So-called English School of Psychoanalysis, “Psa. Quarterly”, XVI, 1947.

(36) M. Klein: A Contribution to the Psychogenesis of Manic-Depressive States, “I.J.P.”, XVI, 1935.

(37) M. Klein: The Psycho-Analysis of Children, London, 1932; Id.: Contributions to Psycho-Analysis, London, 1948.

(38) M. Klein, P. Heimann, S. Isaacs e J. Riviere: Developments in Psycho-Analysis, cit.

(39) J. Riviere: On the Genesis of Psychical Conflict in Earliest Infancy, in Development, cit.

(40) M. Klein: On the Theory of Anxiety and Guilt, “I.J.P.”, XXIV, 1949.

(41) P. Heimann: Notes on the Theory of the Life and Death Instincts, in Developments, cit., cap. X.

(42) J. Riviere: On the Genesis of Psychical Conflict in Earliest Infancy, cit.

(43) P. Heimann: A contribution to the Re-evaluation of the Oedipus-Complex: the Early Stages, “Int. J.P.”, XXXIII, 1952.

(44) E. Glover: An Examination of the Klein-System of Child-Psychology, cit.

(45) Scrive a questo riguardo Lacan: “Il linguaggio ha, se così possiamo dire, una specie di effetto retrospettivo nel determinare ciò che infine si decide sia reale. Una volta che si sia compreso ciò, si vedranno crollare alcune delle critiche mosse contro la legittimità delle invasioni di Melanie Klein nelle aree preverbali dell’inconscio”. Cfr. J. Lacan: Some Reflexions on the Ego, “I.J.P.”, XXXIV, 1953

(46) In questo lavoro dobbiamo per necessità lasciare alquanto in secondo piano quanto Melanie Klein e la sua scuola hanno esposto in merito all’evoluzione degli impulsi istintuali nella primissima infanzia, poiché ci preme soprattutto porre in rilievo il contributo di detta scuola all’investigazione dei rapporti oggettuali in tale periodo. Un’esposizione che mette più in evidenza la teoria kleiniana del primo sviluppo istintuale è stata fatta da E. Bibring, nel lavoro The So-Called English School of Psychoanalysis, cit.

(47) P. Heimann e S. Isaacs: Regression, in Developments, cit., cap. V, p. 177.

(48) D. Fairbairn: A revised Psychopathology of Psychoses and Psychoneuroses, cit.

(49-50) Particolarmente nel già citato The Emotional Life of the Infant e in Notes on some Schizoid Mechanisms: entrambi in Developments, cit.

(51) F. Dolto-Marette: Les sensations cœnesthésiques, cit.

(52) E. Jones: The Genesis of the Super-Ego, “Samiksa”, 1, 1947.

(53) P. Heimann: Certain Functions, cit.

(54) E. Glover: An Examination of the Klein System of Child Psychology, cit.

(55) K. Abraham: Versuch einer Entwicklungsgeschichte der Libido auf Grund der Psychoanalyse seelischer Störungen, in Neue Arbeiten zur ärztlichen Psychoanalyse, Wien, 1924.

(56) E. Jones: Fear, Guilt and Hate, in Papers on Psycho-Analysis, London, 1929.

(57) M. Klein: On the Theory of Anxiety and Guilt, cit.

(58) Sarebbe indispensabile, a mio avviso, un più accurato esame, a fini integrativi, dei rapporti fra la “posizione depressiva” secondo la terminologia kleiniana, e l'”abbandonismo” studiato geneticamente e clinicamente da Ch. Odier, G. Guex e altri

(59) M. Klein: in Developments, eco., già cit.

(60) S. Freud: Trauer und Melancholie (1917).

(61) K. Abraham: Versuch, cit.

(62) S. Rado: Das Problem der Melancholie, “I.Z.P.”, XIII, 1927.

(63) M. Klein: Some Theoretical Conclusions regarding the Emotional Life of the Infant., cit. in Developments, ecc., p. 220

(64) P. Heimann: Certain Functions of Introjection and Projection in Early Infancy, cit., p. 164-165.

(65) È questo, tutto sommato, ciò che sembra ammettere anche Bibring nel suo esame di questa, tanto discussa “conoscenza” infantile – su base oro-fallica, od oro-vaginale – degli organi genitali e dei rapporti sessuali tra i genitori. Cfr. E. Bibring: The So-Called English School of Psychoanalysis, cit.

(66) Una conclusione in questo senso, al termine di un lavoro che tiene ampio conto di tutte le precedenti indagini, è stata recentemente raggiunta da Phyllis Greenacre. Cfr. Ph. Greenacre: Special Sexual Problems of Early Female Development, in The Psychoanalytic Study of the Child, V, 1950.

(67) E. Servadio: Il complesso edipico: revisione del concetto, “Psicoanalisi”, II, 1946.

(68) Come si vede, secondo me la comparsa di elementi “paterni”, e poi del padre quale oggetto totale, sull’orizzonte psichico del bambino, è promossa sia dal desiderio di un ulteriore oggetto buono (in seguito alle frustrazioni inerenti ai primi rapporti oggettuali bambino-madre), sia dal bisogno di dividere ulteriormente il “buono” dal “cattivo” riferendoli a due oggetti effettivamente separati. Questo punto corrisponde, sia pur limitatamente, alla concezione freudiana per cui nel bambino maschio il complesso edipico normale apparirebbe in forma “positiva”, mentre la femmina si trova a tutta prima in una situazione edipica “invertita” (col padre, in entrambi i casi, prevalentemente come “antagonista”); il che non toglie, beninteso, che gli “interessi edipici positivi femminili assumano rapidamente il primato, collocando la bambina nella sua normale situazione edipica molto prima e molto più stabilmente di quando indicasse Freud”.

(69) Mi sembra che qualificando complesso edipico “in nuce” tale situazione, si possa ovviare sia alle critiche del tipo di quelle avanzate da Glover, sia alle generalizzazioni di coloro che non volessero o non sapessero distinguere un’esile pianticella da un albero in pieno sviluppo, e chiamassero “albero” indifferentemente l’una o l’altro.

(70) Abbiamo già indicato quanto queste immagini e fantasie primitive relative al membro e ai rapporti sessuali siano in ogni caso lontane dalle rappresentazioni proprie del bambino più grandicello o dell’adulto. Cfr. Nota 65, p. 44.

(71) E. Glover: On the Aetiology of Drug-Addiction, “I.J.P.”, 1932.

(72) E. Glover: Review of Melanie Klein “Psycho-Analysis of Children”, “I.J.P”. XIV, 1933.

(73) E. Glover: An Examination, cit.

(74) Cfr. ad es. A. Freud e D. T. Burlingham: War and Children, New York, 1943; Infants without Family, New York, 1944.

(75) Vale la pena di ricordare, a questo proposito, le conclusioni cui è arrivato recentemente Spitz (Les parents sont ils nécessaire?, “Psyché”, IV, 1949):

Quest’Autore, di cui pure abbiamo citato le critiche alla “posizione depressiva” secondo Melanie Klein, pone come “estremamente importante” la separazione tra il bambino e la madre nel primo anno di vita, anno definito di “significato primordiale”; e considera specialmente grave il pericolo di questa separazione “tra il sesto e il quindicesimo mese”.

(76) S. Freud: Aus der Geschichte einer infantilen Neurose (1918).

(77) S. Freud: Die Frage der Laienanalyse (1926).

(78) R. A. Spitz: Anaclitic Depression, cit., p. 324.

(79) Particolarmente notevoli, al riguardo, mi sembrano i recenti lavori di H. Rosenfeld (“I.J.P.”, 1949, 1950 e 1952) e di P. Heimann: Preliminary Notes on some Defence Mechanisms in Paranoia States, “I.J.P.”, XXXIII, 1952; nonché quello di W. H. Gillespie: Notes on the Analysis of Sexual Perversions, “I.J.P.”, XXXIII, 1952.

(80) Specialmente: The Battle of the Conscience, Washington, 1948; The Basic Neurosis, New York, 1949; Neurotic Counterfeit-Sex, New York, 1951; The Super-Ego, New York, 1952.

(81) La tesi secondo la quale il masochismo è un meccanismo di difesa era stata sostenuta anche da Berliner, Cfr. B. Berliner: On Some Psychodynamics of Masochism, “Psa. Quarterly”, XVII, 1947. Molto importante mi sembra il contributo di M. Brenman: On Teasing and being teased: and the Problem of “Moral Masochism”, in The Psychoanalytic Study of the Child, VII, 1952, in cui quest’Autrice cerca di dimostrare che il masochismo è volto a mantenere un equilibrio tra impulsi primitivi libidici ed aggressivi, in rapporto a quattro specifici meccanismi di difesa: introiezione, negazione, formazione reattiva e proiezione.

(82) Indipendentemente, tanto Bergler quanto B. D. Lewin hanno adoperato l’espressione “oral triad”, ma in sensi molto diversi. Secondo Lewin, il bambino nella fase orale presenta la seguente triade di desideri e fantasie: a) divorare; b) essere divorato; e) addormentarsi. Il secondo, assai poco studiato termine dell’anzidetta triade, non è – scrive Lewin – sempre e soltanto una fantasia paurosa, di punizione retributiva in relazione agli impulsi orali-aggressivi, ma può anche essere, come aveva indicato Freud, un vero e proprio desiderio, fondato sulla fantastica equivalenza di essere divorato e di essere “avviluppato” e “ingolfato” dal seno materno o dalla madre. È possibile, a mio avviso, che la libidizzazione masochistica dell’angoscia di essere divorati abbia, nella funzione patogenetica di questa “posizione” infantile, un’importanza maggiore di quanto Lewin, e lo stesso Bergler, abbiano ritenuto. Cfr. B. D. Lewin: The Psychoanalysis of Elation, London, 1951, specialmente cap. V.

(83) E. Bergler: The Basic Neurosis, cit., p. 12-13.

(84) E. Bergler: The Basic Neurosis, cit., p. 13; R. Laforgue, in Psychopathologie de l’échec (Paris, 1950, p. 19) usa l’espressione assai felice: “l’agressivité reste dans l’oeuf”.

(85) S. Nacht: Le masochisme, 2a ed., Paris, 1948.

(86) R. Laforgue: Die Erotisierung der Angst, “I.Z.f.P.”, XVI, 1930.

(87) R. Laforgue: La relativité de la réalité, Paris, 1937.

(88) È opportuno però sottolineare che in un suo scritto recente (R. Laforgue: Du contact affectif du point de vue psychanalytique, “Psyché”, VI, 1951) quest’Autore scrive letteralmente: “La sola arma di cui dispone l’Io per chiamare al soccorso nello stadio orale è lo spettacolo e la messa in scena di una miseria, di una tristezza e di una melanconia profonde, dovute all’introflessione dell’aggressività dell’individuo contro se stesso”. (Il corsivo è nostro).

(89) S. Rado: Versuch einer masochistischen Theorie der Neurosen (Relazione al XIII Congresso internazionale di psicoanalisi, Lucerna, 1934).

(90) P. Heimann: Preliminary Notes, cit., p. 211.

(91) J. Lampl-de Groot: Re-Evaluation of the Rôle of the Oedipus Complex, “I.J.P.”, XXXIII, 1952.

(92) J. Lampl-de Groot: The Pre-oedipal Phase in the Development of the Male Child, cit. Cfr. anche: On Masturbation and its Influence on General Development, in The Psychoanalytic Study of the Child, V, 1950.

(93) Id.: Re-evaluation of the Rôle of the Oedipus Complex, cit., “I.J.P.”, XXXIII, 1952.

(94) M. Gitelson: Re-Evaluation of the Rôle of the Oedipus Complex, “I.J.P.”, XXXIII, 1952.

(95) Fra i numerosi lavori anche recenti al riguardo, mi sembra notevole quello di R. Loewenstein: Conflict and Autonomous Ego-Development During the Phallic Phase, in The Psychoanalytic Study of the Child, V, 1950.

(96) Cfr., fra l’altro: G. Roheim: Psychoanalysis and Antropology, New York, 1950; R. Money-Kyrle: Superstition and Society, London, 1938; la collana di studi Psychoanalysis and the Social Sciences (New York); e la mia Introduzione all’edizione italiana di S. Freud: Totem e Tabù, Bari, 1953.

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