Psicoterapia, psicoanalisi e parapsicologia
Minerva Medica 1956, pp. 2025-2030

In quest’epoca in cui molti fenomeni, da quelli della fisica nucleare ai comportamenti di «aggregati» e di «gruppi», possono essere utilmente considerati sotto il profilo statistico e quantitativo, sembrerebbe interessante che qualche studioso si assumesse il compito di appurare quali variazioni abbiano subito, negli ultimi sessanta o settant’anni, le categorie di persone che si sono occupate o che si occupano di fenomeni paranormali. Io non posso anticipare con sicurezza quelle che potrebbero essere le conclusioni di una simile indagine, che propongo a qualche parapsicologo di buona volontà; ma parecchi elementi mi inducono a ritenere che specialmente in tempi recenti sia aumentato l’interesse per la parapsicologia, e quindi anche il numero degli studiosi di parapsicologia, nelle categorie degli psicologi, degli psichiatri, dei medici psicologicamente orientati, degli psicoterapeuti e degli psicoanalisti.
Di tutto questo io non ho elementi statistici di valutazione: ma alcuni fatti, alcuni episodi, e una conoscenza abbastanza diretta di uomini e di ambienti, mi permettono di concludere in questo senso.
Alla Conferenza Internazionale di Utrecht (1953), ci furono due sezioni che assorbirono, si può dire, la maggior parte dell’interesse e furono la sezione psicoterapeutica-psicoanalitica, e quella dedicata alla personalità dei sensitivi, cioè allo studio psicologico di questi soggetti. Molti di coloro che s’interessano a queste ricerche avranno visto un recente numero speciale (n. 29-30) della Revue Métapsychique, interamente dedicato al tema Psychanalyse et parapsychologie. Nelle riviste tecniche – italiane, francesi, americane – si pubblicano con sempre maggior frequenza articoli in cui i problemi parapsicologici vengono considerati dall’angolo psicologico, psichiatrico, medico-psicologico, psicodinamico. La sempre benemerita Parapsychology Foundation di New York ha promosso una nuova conferenza internazionale, radunando un certo numero di studiosi, opportunamente selezionati, dei vari Paesi, e indetta vicino a Parigi per l’aprile-maggio 1956, sul tema generale «Psicologia e parapsicologia»[1]. Ed ho lasciato da ultimo, ma avrei dovuto metterlo per primo, il Centro di Studi Parapsicologici di Bologna, in cui ho l’onore di parlare questa sera, che è presieduto da un neuro-psichiatra, e in cui lavorano parecchi medici, molti dei quali hanno una non comune preparazione psicologica.
L’accento viene dunque oggi risolutamente posto sugli aspetti biopsicologici, antropopsicologici, psicodinamici della ricerca parapsicologica. Persino la scuola americana del Rhine, che è notissima per avere valorizzato e tanto utilmente adoperato lo strumento matematico-statistico, si orienta in questo senso. Se si considerano i numeri recenti del Journal of Parapsychology, organo del Laboratorio di Durham, si vede sempre più accentuarsi l’interesse per l’avvicinamento psicologico. Troviamo le ricerche della Humphrey e della Schmeidler sui tipi di soggetti particolarmente atti a certi o a certi altri tipi di esperimenti; e abbiamo visto da ultimo il notevole interesse, ancorché si possano discuterne i principi, le premesse e i metodi, della dottoressa Louisa Rhine per i fenomeni spontanei in parapsicologia, anche qui con accentuazione dell’indirizzo psicologico.
Vediamo, infine, un numero crescente di psicoanalisti occuparsi di fenomeni parapsicologici; e non si può non ricordare che quando io e pochi altri analisti cominciammo a mostrare questo interesse (parecchi anni prima della guerra), eravamo considerati dai nostri colleghi come dei tipi un po’.. curiosi, poiché ci occupavamo di cose ritenute sospette o poco serie. Oggi, fra gli altri, troviamo un illustre psicoanalista, che per tre anni è stato presidente della Società psicoanalitica inglese (considerata come una delle più importanti del mondo), voglio dire il dottor W.H. Gillespie, il quale ha lavorato anch’egli nel campo parapsicologico e ha pubblicato importanti lavori al riguardo.
Ma questo incontro, questa convergenza di psicologia dinamica e psicoterapia da un lato, e parapsicologia dall’altro, non è a mio avviso che un nuovo incontro, un ritrovarsi, che doveva, secondo me, fatalmente e necessariamente avvenire in nuovi modi e sotto nuovi segni; e mi spiego. Non appena lo studio del paranormale si è svincolato dallo spiritismo primitivo, l’esigenza dell’avvicinamento psicologico si è fatta, sia pure nominalmente, sentire. Dico «sia pure nominalmente» poiché, sia nella denominazione adottata dagli anglo-sassoni, i quali come voi sapete, fondarono nel 1882 la Society for Psychical Research, sia nei nomi di Metapsichica o di Ricerca Psichica o, da ultimo, di Parapsicologia, questo elemento, questo richiamo alla psicologia, anche se pro-forma, si è continuamente inserito; non potevano alla lunga, a quanto sembra, coloro che si occupavano di fenomeni psichici paranormali, non richiamarsi a quanto accadeva in pari tempo nel campo della psicologia del normale! Senonché, più di una volta mi è successo, in passato, di far presente quest’esigenza in modo concreto a qualcuno degli studiosi che più si occupavano di fenomeni paranormali, e di domandare loro: «Ma perché non partire da premesse psicologiche, da una metodologia psicologica?». Ed essi quasi unanimemente mi rispondevano: «Ma a che cosa può servirci la psicologia di laboratorio, la psicologia sperimentale, quella psicologia, insomma, che si arrocca, su posizioni fenomenologiche e fisiologiche? A che cosa possono servirci i tachistoscopi, gli stroboscopi, o altri strumenti che la psicologia odierna, la psicologia delle Accademie, delle Università, dei laboratori tuttora adopera? In che cosa questa psicologia ci può aiutare per l’investigazione dei fenomeni parapsicologici?». Ed effettivamente, posta la questione in questi termini, io non potevo non dar loro ragione. Se non che, nella stessa psicologia si è verificata un’evoluzione che almeno nelle linee generali è a tutti ben nota. Da questo fenomenologismo, da questo fisiologismo, la psicologia si staccava e stava diventando e continua ad essere esplorazione e conoscenza della personalità dell’uomo e dei dinamismi psichici profondi, che strutturano e determinano questa personalità. Quindi abbiamo avuto anche in psicologia un notevolissimo mutamento in senso evolutivo: abbiamo avuto la psicoanalisi; abbiamo avuto la «psicologia del profondo»; e oggi, parlare di psicologia nei termini in cui se ne parlava trenta, quaranta anni fa, non è più possibile. Si può, beninteso, non aderire al cento per cento o neppure per il cinquanta per cento a determinate dottrine, per esempio a determinati aspetti storici della psicoanalisi freudiana; ma non si possono contestare alcune scoperte. Non si può contestare che esiste un inconscio psichico, che esiste una dinamica di questo inconscio, che esistono dialoghi e rapporti importantissimi, determinanti, fra questo inconscio e il piano della coscienza.
Tutto questo è una conquista della psicologia. Quindi è la psicologia stessa che è cambiata nelle sue radici; ed è questa la psicologia che, come adesso cercheremo di dimostrare, può effettivamente portare il suo validissimo aiuto alla ricerca parapsicologica.
Ma, per converso, se prendiamo adesso in considerazione la storia della psicoterapia, non vediamo noi forse l’elemento parapsicologico inserirsi continuamente nell’esercizio stesso della pratica psicoterapica? L’anno scorso (1954) si è svolto a Zurigo un Congresso mondiale di psicoterapia, a cui anche io ho avuto il piacere di partecipare, e che ha compreso più di mille delegati di 22 nazioni. Probabilmente assai pochi, tra gli intervenuti a tale Congresso, hanno avuto occasione di riflettere sulle origini lontane dei metodi da loro stessi adoperati e caldeggiati; e credo che probabilmente nessuno dei partecipanti avrà pensato che si potesse mettere in discussione l’ormai totale svincolamento della moderna psicoterapia da ogni e qualsiasi elemento extranaturalistico. Eppure non può non colpire, qualora si percorra la storia della psicoterapia, dai più lontani tempi sino alle prime decadi del secolo scorso, un fatto assai singolare: il fatto cioè che sin dalle origini, e per molti secoli, gli interventi e i risultati psicoterapici sono stati costantemente contrassegnati da fattori o da presupposti o da effetti mistici, spirituali e preternaturali. Ricordiamo la presunta azione del dio nei templi di Esculapio, gli esorcismi contro demoni che turbavano il corpo e lo spirito di epilettici e di ossessi, le cure taumaturgiche effettuate da supposti maghi, quelle attribuite a taluni Santi, i fenomeni di estasi e di visioni di certi pazienti di Areteo; e parlo di fenomeni del primo secolo d.C.! Ma veniamo ad epoche più recenti, più passibili di documentazione e di osservazione diretta; veniamo a Mesmer e al «magnetismo animale». Qui abbiamo veramente un campo di osservazione estremamente interessante e fertile. Anzitutto vorrei che fosse pacificamente accettato il presupposto che il mesmerismo e il magnetismo animale si possono senz’altro annoverare, come del resto fanno tutti i trattatisti più accreditati, fra i metodi psicoterapici e non fisioterapici, per la buona ragione che se è vero che sul presunto «fluido», ipotizzato da Mesmer e dai suoi seguaci, le controversie sono andate avanti per circa un secolo e ancora perdurano, noi possiamo tuttavia perfettamente prescinderne in questa sede, perché sappiamo che i risultati che Mesmer e i suoi allievi ottenevano imponendo le mani, dalle quali si riteneva si sprigionasse il famoso «fluido», sono stati ottenuti in tutta la seconda metà del secolo scorso – a cominciare da Braid – da coloro che facevano uso dell’ipnotismo e della suggestione ipnotica. Quindi noi possiamo senz’altro, e pacificamente, considerare il mesmerismo e il magnetismo animale come un particolare tipo, come una particolare tappa e aspetto della storia della psicoterapia.
Orbene, sta di fatto che durante gli interventi terapeutici dei magnetizzatori avvenivano spesso e volontieri, a detta di numerosissimi relatori e testimoni, strani fenomeni che con la terapia vera e propria non avevano apparentemente niente a che fare, e che non erano né attesi né previsti. Uno dei primi e più noti allievi di Mesmer, il marchese di Puysegur, notò, a varie riprese (e fu, credo, il primo a notarlo), che i soggetti da lui magnetizzati per fini terapeutici non si limitavano a cadere in quello che fu allora chiamato sonno magnetico o sonnambulismo artificiale, ma che in tale stato essi, per esempio, descrivevano con precisione le condizioni dei propri organi interni, o mostravano di conoscere eventi che si svolgevano in quel momento lontano da loro, o rivelavano al magnetizzatore ciò che questi stava pensando, o «leggevano» testi scritti senza adoperare gli occhi, e via dicendo. Ora, è doveroso conservare molta prudenza nella valutazione di simili rapporti; ma per chi studi la letteratura di quell’epoca, che è molto varia e vasta, non possono a meno di impressionare l’abbondanza e la precisiione dei particolari e sopra tutto la concordanza delle tante osservazioni di questo genere fatte da molti operatori indipendenti e su diversi soggetti. Nel periodo di voga del cosiddetto «magnetismo animale», periodo che va grosso modo dal 1780 al 1840, noi troviamo perciò, e su vasta scala, i primi ben documentati esempi dell’interferenza di fattori paranormali. o come oggi si sogliono chiamare, metapsichici e parapsicologici, nell’esercizio di una pratica psicoterapica. Tali esempi sono veramente innumerevoli; ne citerò un paio per illuminare un po’ il mio dire.
Il dottor Pigeaire, medico, ne riferisce diversi in un libro apparso nel 1839. Il professor Pelletan, suo collega, sperimentava con una donna particolarmente sensibile al magnetismo, come allora si chiamava, donna la quale cadeva facilmente in stato sonnambolico. Un giorno, riferisce il Pelletan, «le dissi di trasportarsi al Ministero della Guerra, e di vedere se ci si occupava di una pratica che mi riguardava. Dopo appena dieci minuti la magnetizzata mi disse che vedeva un foglio abbastanza grossolano, posto su un tavolo sopra ad altri fogli, che esso si riferiva alla raccomandazione della mia pratica, ma che la nota era scritta male e che vi era stato messo sopra del tabacco.
«Andai al Ministero, e appresi dal signor Tabarié che due giorni prima, al momento di uscire dall’edificio, egli si era ricordato della mia pratica, era entrato dal portiere, e aveva scritto su di un foglio che gli era capitato sotto mano la nota di ciò che gli avevo domandato, nota sulla quale, per la fretta di asciugare l’inchiostro, aveva sparso del tabacco preso dalla scatola del portiere».
L’altro esempio, dei due che desidero citare, riguarda una giovane cucitrice che il suddetto dottor Pigeaire aveva magnetizzata per la prima volta. Scrive: «In sonnambulismo assai profondo, essa indicò molto rapidamente, e senza sbagliarsi neppure una volta, a chi appartenevano più di venti oggetti che le furono consegnati uno dopo l’altro. Quando fu smagnetizzata e riportata al suo stato normale, qualcuno le chiese a chi appartenessero una borsa, un anello e una chiave lasciati sul tavolo. Il soggetto, sbalordito, disse: “Ma voi mi prendete in giro! Come posso fare a saperlo?”. Questo stesso soggetto, pochi minuti prima, aveva indicato l’appartenenza di venti oggetti a lei successivamente consegnati!»
Vediamo dunque che nel magnetismo, ossia nella prima sistematica applicazione di metodi curativi fondati su un particolare rapporto psichico fra terapeuta e paziente erano venuti a inserirsi, senza che alcuno avesse potuto prevederlo, manifestazioni di strane possibilità dell’umana psiche, le quali colpirono i medici dell’epoca a tal segno da spingerli a studiarne e a cercare di riprodurne gli effetti anche indipendentemente dai propositi terapeutici che erano stati, per così dire, il loro terreno di cultura. La letteratura speciale dell’epoca, come ho già detto, abbonda di episodi sul genere di quelli da me riferiti. Senonché nel 1840 avvenne la condanna ufficiale del magnetismo animale da parte dell’Accademia di Medicina di Parigi E dal 1840 in poi questi episodi, di cui la letteratura del periodo precedente era ricchissima, cessano quasi completamente. Dico «cessano quasi completamente», perché anche coloro che nel secolo scorso cercarono di inquadrare certi fenomeni del magnetismo animale in limiti più ristretti e ortodossi, riportandoli sotto le insegne medico-psicologiche dell’ipnotismo e della suggestione, ogni tanto se li ritrovarono tra i piedi. E lo stesso Braid, che introdusse l’ipnotismo in terapia, e che prese posizione molto netta contro i magnetizzatori, sia negando il preteso fluido sia smentendo molte «meraviglie» descritte dai seguaci di Mesmer, dovette ammettere, e da uomo onesto qual era lo fece per iscritto, che nei trattamenti ipnotici si verificavano qualche volta, come egli dice, «fenomeni alquante inesplicabili».
Si ha, tutto sommato, l’impressione che l’atmosfera sfavorevole ai detti fenomeni, creatasi dopo la decadenza e la condanna del magnetismo animale, ne ostacolasse grandemente il manifestarsi, senza però poterli definitivamente sopprimere.
L’indirizzo che presero gli studi medici del secolo XIX, indirizzo come si sa accentuatamente positivistico e organicistico, non poteva che chiudere ulteriormente la porta a qualsiasi eventuale manifestazione extranormale che avesse potuto, qualche volta, inserirsi nel corso di un trattamento medico-psicologico. Anche in questo caso, come in tanti casi analoghi, noi sappiamo che ben difficilmente si vede ciò cui a priori non si crede, ciò che si ritiene a priori assurdo e impossibile. Noi sappiamo che per secoli fu ignorata la circolazione del sangue; sappiamo che il grande Lavoisier negò la possibilità che cadessero meteoriti sul globo terrestre, perché, a suo avviso, non essendovi pietre nel cielo, non potevano cadere pietre sulla terra! Ora la posizione di coloro che si occupavano di psicologia medica nel secolo scorso, seguitando a considerare il pensiero come qualche cosa di più che una semplice secrezione del cervello, come se non sbaglio la definì Büchner, era già abbastanza coraggiosa e delicata perché ci si potesse attendere da loro anche un riconoscimento dei fenomeni psichici extra-normali! Infatti, quei pochissimi che lo fecero, come Myers, Ochorowicz, Richet, furono considerati dalla stampa ufficiale quali assertori di cose incredibili e di teorie più o meno cervellotiche. Quindi, da un certo punto in poi, e a partire precisamente dalla seconda metà dell’Ottocento, noi vediamo la psicoterapia evolversi regolarmente secondo coordinate che escludevano del tutto il paranormale psichico. Ma d’altra parte, i fenomeni psichici paranormali continuavano a presentarsi sotto altri segni, e in altre coordinate. Essi si presentavano sotto forma di manifestazioni legate al cosiddetto «spiritismo», di presunte comunicazioni che furono chiamate «telepatiche», di sogni che sembravano contenere elementi di conoscenza extrasensoriale nello spazio o forse anche nel tempo, e via discorrendo. Che cosa avvenne? Visto che la scienza ortodossa non voleva prenderli in considerazione, lo studio di tali fenomeni, come voi sapete, fu intrapreso sistematicamente da ricercatori e da gruppi di ricercatori indipendenti, cioè da Società e da Enti che si chiamarono di «ricerca psichica» e di «metapsichica» e poi di «parapsicologia». Prima tra esse la S.P.R., di Londra, fondata nel 1882. Ora, sarebbe perfettamente ozioso in questa sede ricordare l’ulteriore sviluppo di queste ricerche; non possiamo certo dire che esse siano entrate a vele spiegate negli ambienti accademici universitari, ma possiamo dire, per lo meno, che se la porta di questi ambienti non si è spalancata di fronte ad essi, si è alquanto socchiusa; tanto è vero che abbiamo già cattedre di parapsicologia sia europee, sia americane.
È interessante osservare a questo punto che il rinnovarsi dei contatti per tanto tempo abbandonati tra le scienze psicologiche più largamente ammesse e accettate, e il mondo piuttosto inquietante dei fenomeni parapsicologici, sta oggi avvenendo, come prima ho accennato, anche e soprattutto per l’evoluzione che si è verificata proprio nel campo della psicologia clinica e della psicoterapia. Oggi, lo studio delle nevrosi e dei disturbi della personalità ha aperto alla psicologia clinica, specie per merito di Freud e della psicoanalisi, il mondo dell’inconscio, dei suoi conflitti e della sua dinamica profonda. E se questo mondo sta divenendo terreno comune di indagine sia psicopatologica, sia di psicologia generale, bisogna dire che la situazione psicoterapica è tuttora quella che meglio ne rileva gli aspetti e i meccanismi; e allora era quasi fatale, e si è infatti verificato, che l’esplorazione dell’inconscio perseguita a fini terapeutici portasse alcuni investigatori più attenti a imbattersi con fenomeni che si svolgevano anch’essi a livelli inconsci dello psichismo umano, e che presentavano una loro dinamica caratterizzata da motivazioni appartenenti anch’esse a uno strano mondo conflittuale e ideo-affettivo,
E difatti è avvenuto in questa nuova psicoterapia qualche cosa di analogo, di lontanamente – se vogliamo – analogo, con quello che successe ai primi magnetizzatori seguaci di Mesmer. I medici e gli psicoterapeuti più illuminati, più attenti, dovettero a un dato momento constatare che in certe fasi, in corti momenti salienti dei loro trattamenti, i loro soggetti sembravano manifestare conoscenze che non avevano potuto ottenere per vie normali. Questo si è verificato soprattutto nella pratica psicoterapeutica e psicoanalitica.
Già molti anni fa la notissima analista Helene Deutsch riferì che una sua paziente in analisi le raccontò un sogno in cui una coppia celebrava l’ottavo anniversario delle nozze. Le associazioni di idee del soggetto non diedero alcun chiarimento a questo sogno, ma l’analista ricordò che il giorno prima, essa stessa aveva prestato scarsa attenzione a quello che la paziente le diceva perché era preoccupata, senza rendersene coscientemente conto, dei preparativi in corso relativi al suo stesso ottavo anniversario di matrimonio: evento, questo, strettamente privato, e di cui la paziente era del tutto ignara.
Il dottor J. Eisenbud ha riferito, tra i vari casi da lui pubblicati, quello di un suo paziente depresso, il quale durante una seduta, improvvisamente e senza che simili idee gli fossero mai venute prima, ebbe la fantasia, e la verbalizzò, di poter avere un attacco cardiaco e quindi morire. L’analista aveva assistito poco prima a una conferenza sull’ipertensione e la trombosi della coronaria, aveva riflettuto sulla «scelta» inconscia di varie malattie, sia nevrotiche sia psicosomatiche, e si sentiva, come egli francamente confessa, in difficoltà rispetto al paziente, il quale non aveva mai avuto sintomi somatici ben definiti quali, ad esempio, una bella malattia di cuore!
Casi analoghi si trovano pubblicati a decine nella letteratura degli ultimi venti anni; e coloro che hanno avuto la pazienza di seguire le riviste inglesi e americane hanno, potuto prenderne nozione. Debbo dire che molti di questi casi sono complicati, tortuosi, cosicché risulta spesso malagevole o addirittura impossibile riferirli in breve, come ad esempio ho testè fatto. I casi che ho riferito, nelle loro stesure originali, sono naturalmente molto più dimostrativi. In altri casi ci troviamo di fronte a un altro problema: l’elemento psicologico c’è ma è distorto, stranamente deformato, velato da allusioni e da simboli.
Gli studiosi a un certo punto si sono dovuti chiedere in quale conto questo sconcertante materiale dovesse essere tenuto, in che modo inquadrarlo nelle coordinate teoriche e pratiche dell’attività psicoterapica. E anche qui, come in tanti altri casi, Freud mostrò la strada giusta: la mostrò con uno scritto apparso molti anni fa, nel 1922. È veramente rimarchevole pensare che nell’anno in cui Richet pubblicava il suo Traité de Métapsychique, Freud abbia introdotto un metodo che doveva rivelarsi così fruttuoso, così euristico per la valutazione di questi casi di cui stiamo parlando!
Un corrispondente di Freud gli aveva scritto di aver sognato che la sua seconda moglie aveva avuto due gemelli, e che il giorno dopo aveva ricevuto notizia che una figlia della sua prima moglie aveva dato alla luce nella stessa notte, in un’altra città, due gemelli con circa un mese di anticipo sulla data prevista. Dal punto di vista di una valutazione in senso paranormale del caso, questo poteva sembrare di non grande interesse; ma Freud ebbe una brillante idea. Partì dall’ipotesi che ci potesse essere stata una vera e propria comunicazione telepatica. Ma quanto alla diversità tra il fatto realmente accaduto e il sogno del soggetto, suppose che la comunicazione telepatica fosse stata sottoposta, nell’inconscio del sognatore, a uno dei tipici processi deformatori del «lavoro del sogno» che Freud stesso, come sappiamo, aveva per primo scoperti e descritti. In tale caso, egli si disse, l’elemento telepatico avrebbe potuto attivare nel sognatore il desiderio latente di essere lui stesso il padre, anziché il nonno, della prole attesa; ma la censura onirica avrebbe deformato questo desiderio realizzandolo nella forma, molto più accettabile alla coscienza, di un parto della moglie, anziché della figlia del sognatore stesso.
Questa interpretazione freudiana ha aperto la strada a un criterio che si è rivelato di primaria importanza nella valutazione di fenomeni del genere: ossia all’idea che il fattore telepatico, se c’è, possa essere coinvolto nei meccanismi deformatori dell’inconscio, e apparire alla coscienza – sotto forma di segno o in altro modo – in guisa distorta e indiretta. Cosicché, per individuarlo, può essere necessario un lavoro di raddrizzamento interpretativo, simile a quello che permette all’analista di individuare le idee latenti dei sogni o di altre espressioni terminali di processi psichici profondi. Freud si occupò ancora, in altri lavori successivi, di fenomeni paranormali, nel sogno e fuori; e fu seguito da altri psicoanalisti, che oggi sono in discreto numero. Ricorderò, tra i principali esponenti di questa categoria di ricercatori, il dottor Eisenbud, che ho già avuto occasione di menzionare, e che ha pubblicato al riguardo brillantissimi articoli, specialmente sul Psychoanalytic Quarterly americano; e il dottor Ehrenwald, il quale ha pubblicato vari saggi e due importanti volumi, sui quali vorrei attirare l’attenzione di tutti coloro che si occupano di parapsicologia: uno intitolato Telepathy and Medical Psychology, uscito nel 1948, e il più recente New Dimensions of Deep Analysis, apparso nel 1954. In tutti questi lavori sono indicate le interferenze dei fattori telepatici in molti trattamenti psicoterapici, e si cerca di integrare tali fattori in una più vasta concezione dello psichismo interpersonale in sede sia medica, sia non medica.
Alla Conferenza di Utrecht, i due studiosi che ho menzionato parteciparono entrambi, e io ricordo sempre con vivo interesse uno dei casi che Ehrenwald espose e che fu largamente discusso e commentato dai presenti, me compreso. Si trattava di un paziente dello stesso Ehrenwald, un uomo di 53 anni, omosessuale latente, che soffriva di tendenze masochistiche e feticistiche. Questi ebbe il seguente sogno dopo circa un anno di trattamento psicoanalitico: «Mi trovo seduto in alto, sopra una collina che domina un fiume, e temo di essere colto da vertigini e di poter cadere. Tengo in mano una chiave che reca impresso il numero 117; essa è d’oro o di ottone, è gialla. La chiave mi sfugge dalla mano, cade giù, ma viene trattenuta da un cespuglio sottostante. Riesco ad acchiapparla e dico: “Grazie al cielo, sono riuscito a prenderla”».
Le associazioni del sognatore ai singoli elementi del sogno vengono menzionate da Ehrenwald soltanto per quello che può essere interessante per l’assunto che egli si propone. L’amica del paziente, una donna circa della sua età, alcune sere prima aveva rotto la sua chiave nell’entrare nell’appartamento mentre il paziente era con lei (questo è un ricordo che il paziente portò durante l’analisi di questo sogno). Essa gli aveva anche detto, in una particolare situazione intima: «Come vorrei che tu mi aprissi con la tua chiave, come si apre un lucchetto». Inutile dire che il sognatore stesso, dopo un anno di analisi, era perfettamente al corrente del significato simbolico della chiave: significato, come tutti sanno, fallico. Egli si rese perciò rapidamente conto che il sogno indicava il suo timore relativo alla sua virilità così incerta, e la speranza che questa virilità non andasse «perduta» in un eventuale rapporto sessuale. Quindi in tutto il sogno erano indicate quelle che in psicoanalisi sono chiamate «paure di evirazione», e il desiderio di poter conservare e trattenere una virilità sentita come precaria. Tutto questo era perfettamente chiaro. Tuttavia, rimaneva un punto abbastanza misterioso, ed era quello del numero di questa chiave: il numero 117, di cui non si poteva rendere conto.
«A questo punto – dice Ehrenwald – guardiamo l’altra faccia del problema, cioè quello che si riferisce all’analista. Naturalmente – egli dice – non era strettamente necessario, per la comprensione di un sogno così indicativo, capire perché proprio il numero 117 vi fosse apparso. Ma sta di fatto, dice ancora Ehrenwald, che proprio alcuni giorni prima io avevo rotto la chiave che introduceva al mio studio, e mancandomi una chiave di ricambio mi ero fatto prestare una chiave identica posseduta da mia moglie, mentre me ne stavano fabbricando un’altra. Allora, ricordandomi il sogno di questo paziente, mi venne in mente di guardare la chiave in questione. Essa era di ottone, quindi gialla come quella del sogno, ed aveva impresso il numero 1017. Di ciò io non avevo alcuna notizia cosciente; ed è inutile dire che di tutto questo, che cioè io stesso avessi rotto la mia chiave, che mia moglie me ne avesse data un’altra, che su di essa vi fosse impresso l’anzidetto numero, il paziente non sapeva assolutamente nulla». Abbiamo dunque in verità parecchi elementi i quali fanno, non dico concludere in modo assoluto, ma fortemente presumere, che non si trattasse di una coincidenza, e che nel sogno di questo paziente quel numero avesse un particolare significato, fosse cioè uno di quelli che Ehrenwald chiama «effetti traccianti», rivelatori di un’emergenza parapsicologica.
Se consideriamo ora la situazione dell’analista così come io l’ho rapidamente riassunta in base al testo di Ehrenwald, il sogno dello stesso paziente assume un significato molto più interessante: un significato, cioè, in cui la posizione del paziente e quella dell’analista sono, per così dire, complementari. Noi vediamo che il paziente in sostanza sembra avere integrato senza rendersene conto, per vie parapsicologiche, nel suo sogno, il suo desiderio – in certo qual modo – di identificarsi con l’analista, e di poter dire: «Beh, a tutti può succedere di rompere una chiave e che una donna ve ne dia un’altra, non è niente di grave, persino l’analista ha rotto la sua, e sua moglie gliene ha data un’altra, per cui ha potuto funzionare». Tutto questo naturalmente va trasportato sul piano simbolico, intendendo per «chiave» l’organo virile, e per «funzione» la funzione sessuale. Voi vedete che l’inserzione di questo elemento parapsicologico assume effettivamente una notevole importanza, non solo per l’interesse parapsicologico puro che il caso presenta, ma anche per una maggiore comprensione ed esplicitazione dei problemi relativi all’analisi del paziente in quella determinata fase.
Ehrenwald osservò che tuttavia la coincidenza delle due cifre (117 o 1017) non era perfetta; ma che forse lo zero «non contava niente», e che lo si poteva ignorare…
A questo punto si alzò Eisenbud, il quale, brillante come al solito, disse press’a poco: «Caro Ehrenwald, quando uno esce col tempo cattivo, non si mette una caloscia, se ne mette due; quando si adopera uno strumento come quello dell’interpretazione psicoanalitica, si va a fondo con esso e non ci si ferma. Lo zero ha un significato, lo zero è un simbolo anch’esso; tutti i numeri sono simbolici; lo zero è un simbolo femminile, simbolo di quel vuoto, di quell’abisso, di quella “mancanza di qualche cosa” nella donna, di cui questo paziente aveva particolarmente paura perché risvegliava le sue angoscie di evirazione. Perciò “l’abolizione dello zero”, nel sogno, ha un significato: non è un significato letterale, esclusivamente negativo, e pertanto trascurabile, come tu credi, ma è un significato simbolico positivo, che si inquadra perfettamente in tutto lo schema della situazione».
Lo stesso Ehrenwald convenne con questa interpretazione dello Eisenbud.
Potrei esporvi parecchi altri casi analoghi, ma mi preme intanto osservare che quello che ho riassunto sulla base di quanto Ehrenwald ha indicato rivela un fenomeno molto importante. Esso rivela cioè, che nella situazione psicoterapica e psicoanalitica, ogni qual volta ci imbattiamo in una di queste emergenze telepatiche o parapsicologiche, noi troviamo che vi sono due persone implicate: l’analizzando e l’analista, il paziente e il terapeuta; e che quello che succede in queste emergenze dipende, ed è in certo qual modo condizionato, da una complementarità di situazioni. Questo è un punto su cui io ho insistito parecchio; ho scritto al riguardo diversi lavori, uno dei quali è stato pubblicato dall’International Journal of Psycho-Analysis ed è recentemente apparso in francese nella rivista La Tour Saint-Jacques, diretta da Robert Amadou (n. 1, 1955).
Ora, il mio assunto finale è il seguente. Questa complementarità, questo condizionamento interpersonale che noi vediamo apparire in modo così evidente, così dimostrabile, nella situazione psicoterapica e psicoanalitica, non potremmo noi considerarlo in un senso più estensivo e più generale, cioè come una situazione che può verificarsi in vari altri tipi di rapporti umani? Per cui quando ci troviamo di fronte a uno di quelli che nella conferenza di Cambridge sono stati chiamati per definizione e a priori «fenomeni spontanei», dovremmo pensare che questa «spontaneità» è molto relativa, e che i fenomeni stessi sono invece condizionati da situazioni che ci permetterebbero, se le conoscessimo esattamente a priori, di prevedere l’emergenza di un fenomeno di ordine paranormale, di un fenomeno telepatico?
Ecco un esempio di quello che voglio dire. L’esempio non è desunto dalla mia pratica psicoanalitica, ma si tratta di un episodio accaduto a persone a me molto note, per cui ho potuto introdurre nella mia investigazione alcuni dati e alcuni criteri psicoanalitici, che ne hanno veramente dimostrato l’intelaiatura.
Ecco il caso. Una ragazza di 16 anni (che chiamerò B) sogna che la madre di un giovane (che chiamerò M) di cui è innamorata e che le vuol bene, ha al dito uno strano anello d’argento con geroglifici. Al risveglio, la ragazza racconta alla propria madre il suo sogno e precisa che l’anello aveva un castone che si poteva aprire come se potesse contenere del profumo. Poche ore dopo, la ragazza telefona al suo fidanzato M e gli racconta il sogno descrivendo l’anello, ma senza aggiungere il particolare del castone. Immediatamente questo particolare è aggiunto spontaneamente da M, il quale precisa di aver acquistato l’anello il giorno prima al padiglione somalo della Fiera campionaria di Milano, e di averlo effettivamente donato a sua madre. L’anello corrisponde perfettamente a quello visto da B in sogno, porta dei geroglifici, ecc. Ora, B, sapeva che M era andato a Milano a visitare la Fiera, ma non aveva menomamente l’idea degli acquisti che egli vi avrebbe potuto fare, e ignorava totalmente che egli avesse acquistato per la propria madre un anello.
Quale è la situazione interpersonale dei due protagonisti? B, la ragazza, desidera legarsi ufficialmente con M e ricevere da lui un anello di fidanzamento. Inutile sottolineare anche il significato psicologico, il significato simbolico-sessuale che ha l’anello. B è rimasta orfana di padre in tenerissima età, e, come noi psicoanalisti diciamo, non ha potuto bene elaborare e superare il suo complesso di Edipo; le sue valenze edipiche sono perciò rimaste singolarmente aperte, e ciò è indicato anche da sue frequenti fantasie di attaccamento passivo, masochistico, nei riguardi di uomini celebri molto più anziani di lei, e di ambivalenza affettiva verso la madre e verso donne più adulte, con cui ha potuto o potrebbe avere rapporti.
Questa la situazione di B.
Vediamo ora quella di M. Egli a Milano, alla Fiera campionaria, ha acquistato un regalo per B, un paio di orecchini; ma si è trovato ad acquistare anche un anello. E a chi ha dato l’anello? Non alla fidanzata, ma a sua madre. Si potrebbe dire che nella scelta tra due donne, M ha manifestato una preferenza abbastanza significativa per sua madre, donando ad essa un anello, mentre ha donato alla sua fidanzata un oggetto assai meno tipico e impegnativo, anche se di valore commerciale non inferiore. Ora, probabilmente, non era intenzione di M di celare a B l’acquisto che egli aveva fatto per sua madre. Ma a questo punto le situazioni emozionali dei due avevano raggiunto una tipica complementarità inerente alla loro particolare relazione interpersonale, e ai loro singoli problemi inconsci relativi all’episodio specifico in questione. E a questo punto, non potendosi verificare una comunicazione cosciente a causa degli ostacoli esteriori e interiori, si è determinata la comunicazione telepatica, mediante la quale B ha potuto sintonizzarsi con M e direi immergersi direttamente in una Gestalt, o dimensione inconscia psicoaffettiva, che li comprendeva entrambi. Così che mediante il suo sogno, B, in certo qual modo, ha potuto annullare le distanze, i diaframmi psicologici tra lei e M, partecipare a un’esperienza emozionale di M quasi confondendosi con lui, mostrare prima alla propria madre e infine a M di essere al corrente di ciò che questi aveva pensato e fatto, ossia della preferenza che egli aveva dato alla madre e del supposto torto che aveva fatto a lei. E attraverso la conoscenza paranormale dell’accaduto, B è stata realmente in condizione di parlarne a M, prima che questi ne facesse menzione, quasi per fargli sapere di essere già informata di tutto !
Questo fattore sembra poco tipico in simili situazioni; e l’abbiamo visto anche nei casi psicoterapici citati. La paziente di H. Deutsch ha voluto in fondo far presente all’analista, col suo sogno, che era perfettamente inutile che l’analista non facesse conoscere alla paziente le sue preoccupazioni per l’ottavo anniversario del proprio matrimonio, e che la escludesse da questo problema personale. «L’ho saputo lo stesso!», sembra aver voluto dire la sognatrice.
Nel caso di Eisenbud, il paziente, fantasticando una possibile malattia di cuore, svelava all’analista ciò che questi aveva dentro, e che certo non avrebbe voluto far conoscere al paziente!
Questo «smascheramento dell’altro» è un fattore che io ho potuto osservare anche nei casi a me personalmente accaduti e studiati in sede di analisi, e mi sembra un fattore regolare in simili emergenze.
Alla conferenza di Cambridge sui fenomeni spontanei, io ho precisamente cercato di esporre questa mia tesi, cioè che l’anzidetta complementarità, ossia il condizionamento interpersonale di simili episodi, è un qualche cosa che potrebbe ulteriormente essere studiato in molti casi, anche al di fuori della situazione psicoterapica e psicoanalitica che è quella, tutto sommato, che riesce meglio a metterli in evidenza. Ammetto che nel caso che ho esposto di M e B, è stata una mia fortuna conoscere direttamente queste persone, sapere i presupposti, le premesse di quanto era accaduto, la loro intima storia antecedente. Tutto questo, in molti casi, mi rendo conto che non si può fare.
Quando ho parlato di questo tipo di «avvicinamento» alla dottoressa Louisa Rhine, che sta raccogliendo migliaia di casi del genere, essa mi disse: «Questo si potrà fare per un caso su mille, ma per tutti gli altri, vi sono degli ostacoli materiali, geografici, personali, che impediscono un tale lavoro». Tuttavia io sono convinto che se questo avvicinamento si potesse esercitare in parecchi casi consimili, noi avremmo molto probabilmente una riprova di quello che sono andato cercando di esporre.
Si potrebbero a questo punto fare delle estrapolazioni, e io nel corso della conferenza di Cambridge ho provato a farne qualcuna, cercando di estendere questi concetti operazionali fuori del campo della telepatia a cui mi sono limitato finora, e di applicarli ad altri fenomeni parapsicologici. Ma su queste estrapolazioni non credo sia il caso di fermarci, in quanto siamo completamente fuori del campo sperimentale su cui ho voluto in sostanza richiamare in modo particolare l’attenzione di tutti coloro che si occupano di psicoterapia e di medicina psicologica.
Credo che non mi resti che concludere. Potrei certo continuare con altri esempi, altrettanto rivelatori di quanto stretta sia, ormai, l’integrazione della parapsicologia con la psicoterapia moderna, e in particolar modo con la psicoterapia psicoanalitica. Ma io penso che da quel poco che ho potuto dirvi voi già vedete lo sviluppo, che vorrei chiamare quadridimensionale, di questa nuova visione psicologica della personalità umana. Io non riesco più a scindere quello che è parapsicologico da quello che appartiene alla psicologia profonda nel senso moderno della parola. Nel mio lavoro di psicoanalista e di psicoterapeuta io non posso ormai più prescindere da quello che so o conosco di parapsicologia, così come non sarei capace di pensare parapsicologicamente senza nel medesimo tempo ricordarmi dei punti di vista psicodinamici e della psicologia del profondo.
Io sono convinto che questo sviluppo avrà un’importanza crescente, sia per la psicologia come scienza dottrinale, sia in genere per lo studio in profondità delle nostre coordinate interiori. Secondo me siamo a una svolta importante della psicologia così integralmente intesa: noi non sappiamo dove queste nuove strade, che sentiamo sotto di noi, ci porteranno, verso quali orizzonti; ma sono orizzonti che già si delineano, che si annunziano vasti e splendenti, e io credo che noi oggi siamo già in grado di intravederne i bagliori.


1) La Conferenza ha avuto luogo dal 30 aprile al 4 maggio 1956, presso il Cercle Cultural de Royaumont, con la partecipazione di circa trenta studiosi di vari Paesi. Vi hanno partecipato, fra gli altri, gli italiani Ernesto De Martino ed Emilio Servadio.

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