La Boston S. P. B., Rudi Schneider e “Il Margery “
Luce e Ombra 1933

In questa rubrica abbiamo avuto più volte occasione d’intrattenerci sul triste momento che attraversano gli studi sulla medianità fisica. Non è ancora spenta l’eco delle accuse mosse a Valiantine, alla Silbert, alla Duncan (della loro maggiore o minor legittimità è già stato ripetutamente riferito e discusso), che già altri due notissimi medium a effetti fisici vengono più o meno esplicitamente tacciati di frode. Entrambi gli attacchi provengono, questa volta, da una delle più serie società di ricerche psichiche, la Boston Society for Psychical Research. Nel “Bulletin” di questa società, fascicoli XVII e XVIII (1932), sono pubblicati i relativi « atti d’accusa ». Ci soffermeremo brevemente sul primo e sul secondo.

Nel « Bulletin XVII » dell’anzidetta Boston S. P. B. il Dr. Walter Franklin Prince prende in considerazione varie importanti opere metapsichiche recentemente apparse, ed esprime al riguardo le proprie impressioni. Tra queste opere è incluso il famigerato volume « Some Modern Mediums » di Th. Besterman. Quali possono essere stati i motivi che hanno indotto il Prince a prender le difese del criticatissimo libro? Parecchie: anzitutto la ben nota ripugnanza del valoroso psichista americano per i fenomeni fisici della medianità; secondariamente il desiderio di reagire, magari andando oltre il segno, alla marea di proteste scatenatasi contro il Besterman; in terzo luogo il fatto, assai semplice a comprendersi, che se il Besterman è « editor » della S. P. R. inglese, il Dr. Prince ne è stato da ultimo il Presidente. Ciò posto, ci sembra inutile soffermarci su questa apologia, che è viziata dalle origini, e che non costituisce certo un titolo di merito per il chiaro autore degli studi su « Doris » e su « Patience Worth ».

Maggiormente c’interessa la critica che il Prince muove al ben noto studio di Harry Prince sul medium Rudi Schneider. I punti principali di essa (i lettori possono riferirsi, per il contenuto dell’opera del Price, ai riassunti che ne abbiamo dato nei numeri 3, 4, e 5-6, 1930, di « Luce e Ombra») sono i seguenti: mancanza di un’assoluta sicurezza nel « controllo elettrico » adottato al National Laboratory; relativa scarsità dei fenomeni ottenuti; deficiente preparazione scientifica e metapsichica della maggior parte delle 96 persone che assistettero alle sedute; palesi esagerazioni del Price circa l’importanza che esse possono aver avuto nella storia della Ricerca psichica. In qualcuno di questi suoi appunti il Dr. Prince avrà magari ragione: certo è però che un’opera va considerata nel suo complesso, e che ad un lettore spassionato le relazioni del Prince danno la più favorevole impressione circa la genuinità dei fenomeni ottenuti al National Laboratory. Il Prince, del resto, non muove esplicite accuse di frode contro Rudi Schneider. La sua critica al lavoro del Price è una specie di propedeutica all’attacco in piena regola che subito dopo vien mosso dal prof. Nils von Hofsten, dell’Università di Uppsala. Questi riferisce su due sedute con Rudi Schneider, da lui presenziate. A suo avviso il controllo elettrico del N. L. è insufficiente, perchè uno qualsiasi degli astanti può liberarsene, senza che avvenga lo spegnimento della lampada-spia, o comunque, senza che gli altri lo notino (egli stesso afferma di essersi svincolato da una delle pantofole di filo metallico, e che nessuno dei presenti lo avverti). Inoltre il prof. von Hofsten menziona una serie di particolari da lui osservati, dai quali desume (senza però averne la certezza) che Rudi debba aver usato una bacchetta (?), tenuta con la bocca e poi fatta scomparire, per produrre vari fenomeni pseudo-telecinetici. Seguono alcune considerazioni di ordine «psicologico »: Rudi vuol – mantenere la gloriosa tradizione medianica della famiglia Schneider, si diverte a turlupinare gli uomini di scienza, gli piace viaggiare, ecc. ecc.; egli è, sempre a parere del prof. von Hofsten, « uno dei più abili impostori che si siano mai visti al mondo ».

Tutto ciò a noi sembra abbastanza ridicolo, per non dir altro. Infatti, da un lato abbiamo innumerevoli osservazioni di metapsichisti di professione, quali Schrenck-Notzing, Harry Prince, Eugène Osty (per citare solo i primi che ci vengono in mente, e i più importanti); uno tra questi, il Prince, ha una formidabile preparazione per tutto ciò che concerne i trucchi illusionistici, preparazione che lo porta a volte persino a considerare sotto la specie dell’illusionismo fenomeni che altri affermano autentici; l’Osty ha condotto con lo Schneider, all’Institut Métapsychique, una serie di esperienze interessantissime (cfr. i nostri riassunti nei numeri 2, 3 e 4, 1932, di questa rivista), nelle quali il controllo è stato portato al massimo della sua sensibilità, e precisione. E dall’altra parte abbiamo il prof. Nils von Hofsten, che assiste a due sedute, sospetta ma non riesce a provare il trucco, trascura tutte le osservazioni ‘altrui, e non cita neppure il magistrale lavoro dell’Osty sul medium da lui accusato. Ci permetta il Dr. Prince di esprimergli la speranza che nessuno aderisca all’invito, da lui fatto, di rispondere diffusamente al prof. von Hofsten. Le accuse di questi si, contrappongono agli studi altrui sullo Schneider come un granello di miglio a una montagna. Del resto, per quanto ne sappiamo, nè il Prince, nè l’Osty si son presi la briga di rilevarle, e non crediamo ne abbiano la benché minima intenzione per il futuro ….

Veniamo ora, al «caso Margery ». Tutto il « Bulletin XVIII» della Boston S. P. -B.,. con articoli di E. E. Dudley, Arthur Goadby e e Hereward Carrington, è dedicato ad enunciare e ad illustrare (anche con fotografie raffrontate) questa stupefacente constatazione: che due delle più famose «impronte digitali» ottenute con la medium « Margery », e precisamente quelle dei due pollici della sua «guida» Walter (fratello defunto della medium), sono del tutto identiche a quelle dei pollici destro e sinistro di un vivente, certo «Mr. Kerwin » (pseudonimo), le cui relazioni con la medium non appaiono chiare (pare, anzi, che egli abbia primamente fornito la speciale cera per impronte a « Margery », mostrandole come si dovesse procedere per ottenerle, e mettendola in possesso della figure tridimensionali dei propri pollici). Tutti gli altri particolari, relativi alla scoperta delle «impronte Kerwin», a una discussione insorta circa l’appartenenza o meno a « Walter» della speciale impronta del pollice sinistro con cui venne fatto il confronto, al rifiuto da parte del « Comitato di ricerca » dell’American S. P. R. di pubblicare a suo tempo una relazione del Dudley sull’avvenuta identificazione, ecc. ecc., appaiono secondari di fronte a questa clamorosa verifica: che per sei anni « Walter» ha riconosciuto e affermato come appartenenti a lui, defunto, impronte digitali di un essere tuttora vivente. Circa l’identità delle due specie d’impronte, poi, nessun dubbio può rimanere, sol che si confrontino le fotografie pubblicate.

Che cosa è lecito pensare di questo gravissimo accertamento, che – almeno nelle intenzioni di coloro che vi hanno dato la più ampia pubblicità – dovrebbe compromettere, e in modo forse irrimediabile, uno dei soggetti medianici più in vista dell’epoca attuale? Nel numero di novembre del « Journal » dell’A. S. P. R., il « Comitato di ricerca » già menzionato si limita a dichiarare piuttosto seccamente che un’inchiesta, già annunziata nel numero di luglio (1932), in merito alla scoperta del Dudley, segue il suo corso, e che i lettori verranno diffusamente ed esaurientemente informati circa l’esito di essa. Alcune parole assai taglienti vengono poi rivolte contro il Goadby e contro il Prince (questi ha scritto una breve prefazione al citato « Bulletin » della Boston S. P. R.), per aver essi mirato a creare nel lettore l’impressione che l’A. S. P. R. abbia voluto sottrarsi alle proprie responsabilità in questa complicata e delicata controversia. Circa la quale, quindi, non è possibile pronunziarsi per ora in modo definitivo, se pure è lecito muovere al riguardo alcune osservazioni – diremo così – marginali.

Le quali osservazioni saranno facilmente prevedibili da chi sa come noi, e la Direzione stessa di questa rivista, la pensino in merito a certi «smascheramenti» a carattere scandalistico. Nel caso particolare poi di « Margery », resta da vedere come l’eventuale (e non ancora dimostrata) scoperta di un trucco deliberato e cosciente da parte di questa medium possa infirmare gli altri innumerevoli fenomeni da essa presentati, nelle più svariate condizioni e con i controlli più diversi. Ammettiamo per un momento che le due impronte di « Walter» (pollice destro e pollice sinistro) siano state prodotte fraudolentemente: è con ciò dimostrata la fraudolenza delle altre impronte, di « Walter» e non sue, ottenute con «Margery»? Resta forse dimostrata, in particolare, la fraudolenza di quelle ottenute a comando, con estrazione a sorte, nell’oscurità, di un dito su dieci? (cfr. questa rivista, n. 4, 1932, p. 182 segg.); o quelle ottenute mentre la medium era legata con cerotti inamovibili – mani, dita e piedi – alla sedia? (ibid., n. 5, 1931, p. 242 segg.). Resta dimostrata, per limitarci a casi recentissimi, la fraudolenza delle riproduzioni di mani intere intrecciate, positive e in rilievo, ma con le impronte palmari, quasiché si fossero ripiegate all’indietro, di cui riferisce il numero di settembre, 1932, del citato «Journal », e che non sarebbe certo possibile produrre artificialmente durante il corso della seduta? E ciò per non ricordare i fenomeni di impronte in scatole chiuse, di «corrispondenze incrociate », di apporto ed asporto di oggetti, di « voce diretta », e via discorrendo, dei quali abbiamo più volte riferito in queste pagine, e che contribuiscono a completare il quadro di questa eccezionale medianità? Ripetiamo: troppo spesso un singolo fatto dubbio, o anche la constatazione di un fenomeno fraudolento, fa dimenticare del tutto innumerevoli altri fatti o fenomeni, cui la spiegazione propria a quel fatto o fenomeno non si applica. Né vale affermare che la frode, constatata in un caso, resta presunta negli altri: occorre dimostrarlo, o quanto meno dimostrarne la possibilità in base ad ipotesi che non siano cervellotiche o gratuite. Per conto nostro, attendiamo l’esito dell’inchiesta dell’A. S. P. R., e le eventuali nuove critiche degli avversari, dispostissimi ad accettare quelle conclusioni, anche scoraggianti, che ci sembrassero persuasive – ma per nulla affatto disposti a «gettar a mare» una medianità ricca e complessa in base ad accertamenti particolari, che non menomano questa ricchezza e che non semplificano questa complessità.
Emilio Servadio

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