Un nuovo metodo di fotografia con gli infrarossi.
Luce e Ombra 1933

Lo espone Lord Rayleigh, F.R.S., nel numero di gennaio 1933 dei « Proceeding’s » della S.P.R. Partendo dalle ormai ben note ricerche dell’Osty sulla medianità di Rudi Schneider, l’illustre autore ricorda che l’uso dei raggi infrarossi ha, in quelle esperienze, dato risultati negativi, nel senso fotografico, avendo essi semplicemente provato che il medium si comportava in modo regolare e non fraudolento. Come adoperare, allora, i raggi infrarossi a scopo di accertamento fotografico positivo, nello stato attuale della Ricerca?
La definizione di « infrarosso » non risponde a limiti precisi, osserva intanto Lord Rayleigh. Il Helmholtz aveva posto il limite di visibilità umana alla lunghezza d’onda di 8120 unità Angstrom, ma convenzionalmente si considerano come infrarossi i raggi compresi tra la linea A Fraunhofer dello spettro solare e 7661 Angstrom. In pratica, non essendoci un modo esatto di limitare una determinata lunghezza d’onda, occorre adoperare filtri (Lord Rayleigh consiglia un filtro di cristallo azzurro di cobalto insieme a una lastra di vetro rosso che elimina i raggi azzurri), e lastre mediamente sensibili a onde intorno agli 8000 Angstrom (preparate dalla ditta Ilford).
Resta però sempre la difficoltà di diffondere nell’ambiente radiazioni infrarosse tali da consentire una breve esposizione delle lastre sensibili. In massima, la diffusione di radiazioni sufficienti allo scopo implica quella di una certa quantità di luce visibile: ma allora non si otterrebbe evidentemente quanto si desiderava, cioè la ripresa di fotografie nell’oscurità.
Per uscire da questo, che sembra un circolo vizioso, Lord Rayleigh propone per ora di cercar di ottenere delle fotografie a «silhouette», nero su bianco, degli oggetti che si frappongano alle radiazioni infrarosse. Poiché le esperienze del dr. Osty hanno stabilito che una radiazione infrarossa di 10.000 unità Angstrom o meno può essere assorbita, e nel contempo tollerata, dalla «sostanza» invisibile, si potranno condensare per mezzo di lenti i raggi infrarossi, e riuscir così ad ottenere l’impressione di una lastra speciale in un tempo relativamente breve.
Lord Rayleigh consiglia, a questo scopo, di interporre tra la sorgente degli infrarossi e la lente dell’apparecchio fotografico un’altra lente biconvessa di conveniente ampiezza, che raccolga i raggi e li faccia convergere verso l’obbiettivo della macchina adoperata. L’oggetto da fotografare si troverebbe, naturalmente, tra le due lenti, in prossimità della maggiore; le lenti e la sorgente degli infrarossi sarebbero coassiali (v. fig. 1).
Circa le dimensioni della lente maggiore interposta, Lord Rayleigh dà alcune indicazioni che omettiamo, poiché evidentemente si tratta di rapporti che vanno esaminati caso per caso, a seconda dello spazio disponibile, dell’apparecchio fotografico adoperato, e via discorrendo.
Evidentemente con tale metodo l’oggetto da fotografare verrà a trovarsi, per così dire, contro luce, e apparirà quindi in nero sul fondo bianco della porzione di lastra non esposta agli infrarossi. Vari altri particolari sono dati da Lord Rayleigh circa l’installazione pratica da lui curata; i progressi tecnici tuttora in corso permetteranno a chi eventualmente s’interessasse a queste applicazioni di adoperare quei materiali che risultassero più efficienti all’epoca dell’uso.
Perchè la presenza dell’oggetto da fotografare sia immancabilmente e immediatamente avvertita sarà poi opportuna, prosegue l’autore, l’installazione (specie in un laboratorio) di un apparato fotoelettrico. Basterà porre una seconda sorgente d’infrarossi accanto alla prima, in modo che il fascio di raggi venga anch’esso raccolto dalla lente intermedia e converga sulla cellula fotoelettrica, posta corrispettivamente accanto all’apparecchio fotografico (v. fig. 2). Alla cellula fotoelettrica può corrispondere, come fu fatto all’Institut Métapsychique International, un galvanometro; e in base alle segnalazioni di questo potrà venir presa quella fotografia o quella serie di fotografie che si riterranno necessarie. Poiché una fotografia a «silhouette del tipo descritto può aversi in 1/100 di secondo, potrebb’essere eventualmente ammissibile anche una ripresa cinematografica, sempreché essa venga giudicata opportuna.
Questo, per ora, conclude Lord Rayleigh, è l’unico sistema con il quale si possano ottenere praticamente delle fotografie nell’oscurità, mediante gli infrarossi, e con limitata esposizione. Sebbene ristrette al limite consentito dal campo della lente biconvessa, è sperabile che fotografie di tal sorta possano esser prese, a documentare sedute medianiche di carattere fisico.
Per conto nostro, non possiamo che aderire a questo punto di vista, sebbene qualche dubbio ci rimanga circa l’applicazione dell’ingegnoso sistema nelle condizioni, spesso tutt’altro che facili a «dominare », di molte sedute medianiche. E particolarmente ci sorprende di leggere un simile articolo proprio nei «Proceedings » della S.P.R., i cui recenti atteggiamenti nei confronti della medianità a effetti fisici sono ben noti. Che sia questo l’indice di un mutamento di rotta? Francamente, non lo crediamo affatto; e saremmo piuttosto inclini a pensare che si tratti di un’offa abbastanza a buon mercato (poi che un metodo di osservazione è del tutto indipendente dai fenomeni che con esso possano eventualmente osservarsi), gettata in pasto ai numerosi ricercatori i quali hanno appunto rimproverato alla Società inglese il suo disinteresse o addirittura la sua ostilità nei confronti di una buona parte delle nostre ricerche. Attendiamo comunque con curiosità e speranza vivissime che a così suggestive premesse facciano seguito esperienze altrettanto interessanti e, di più, fattive.
EMILIO SERVADIO.

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