Una svolta in metapsichica
Luce e Ombra 1947

La Metapsichica è stata ed è ancor in buona parte quasi, si potrebbe dire, per definizione – lo studio del sopranormale. Il Richet, accennando ai fenomeni studiati dalla Metapsichica, li chiama ancora (1930) «les faits mystérieux, inexplicables, inhabituels, qui, de toute antiquité, ont hanté l’esprit des hommes». Questi fenomeni, già agli inizi del periodo propriamente scientifico della Metapsichica, vale a dire a cominciare dagli studi di Sir William Crookes, erano stati divisi in due gruppi: quello dei fenomeni soggettivi, o mentali e quello dei fenomeni oggettivi, o fisici. Soggetti straordinari, eccezionali – sensitivi o medium che fossero – erano gli individui con i quali i metapsichisti avevano a che fare: giacché era col loro concorso che si intendeva in un primo tempo accertare, in un secondo tempo approfondire, il sopranormale psichico o psicofisico. Gli individui considerati normali venivano talvolta interpellati, è vero, ma solo in quarto potessero riferire su fatti extranormali loro accaduti – come p. es. un qualche fatto di telepatia spontanea o, più comunemente, qualora si ritenessero idonei a servire da garanti e da testimoni per le ricerche altrui.
Non si può dire che tale impostazione della Metapsichica non abbia dato buoni frutti, checché ne pensassero o ne pensino gli avversari di questa giovane e audace esplorazione scientifica. Poco a poco, difatti, alcuni fenomeni un tempo non riconosciuti dalla «scienza ufficiale» venivano considerati come possibili da una grande maggioranza di studiosi anche estranei alla Metapsichica – p. es., la telepatia. La documentazione, iniziata dalla Società Inglese di Ricerche Psichiche già nel secolo scorso, relativa a casi di telepatia spontanea, si accrebbe enormemente nei primi decenni di questo, e disponiamo ormai al riguardo di un materiale che basterebbe da solo ad alimentare parecchi nuovi studi e classificazioni.

I fenomeni soggettivi…

Accanto e di pari passo con le ricerche sui fenomeni di telepatia spontanea ne vennero fatte altre su quelli di telepatia provocata: il francese Raoul Warcollier, già prima della guerra, era riuscito se non proprio ad isolare, certo a indicare con sufficiente approssimazione alcune tipiche « tendenze » del fenomeno telepatico, descrivendole in una serie di documentatissimi studi.
La facoltà di « chiaroveggenza » genericamente intesa, quella cioè che sembra presupporre se non addirittura un « sesto senso », come pensò alquanto prematuramente il Richet, certo una ricettività o sensibilità nascosta («criptestesia », come appunto la denominò Richet) fu, come ai solito, particolarmente verificata studiando soggetti eccezionali. Tra questi soggetti, parecchi probabilmente ricorderanno la famosa medium americana Mrs. Piper, la quale eccelleva nel dare i particolari più impensati e stupefacenti sulla vita delle persone che vedeva per la prima volta; l’inglese Mrs. Osborne Leonard, la cui « specialità » consisteva e consiste nell’enunciare passi di libri scelti completamente a caso e situati in biblioteche sconosciute a lei e a tutti i presenti… Fra i numerosi soggetti chiaroveggenti studiati a fondo nei quindici o vent’anni che precedettero l’ultima guerra non si può ignorare il famoso ingegnere polacco Ossowietzki, su cui tanto investigarono i dottori Gustavo Geley ed Eugenio Osty; né il francese Forthuny, che introdusse alcune nuove forme di chiaroveggenza, e persino di «lucidità precognitiva ». Il dottor Osty, dopo moltissime esperienze con ogni sorta di chiaroveggenti, esprimeva il parere che « dietro le individualità umane che i nostri sensi ritagliano nella continuità della natura, s’intravede un immenso mondo mentale, che sottende le apparenze, e nel quale le entità particolari sembrano collegarsi in una inconcepibile vita psichica collettiva. E in quest’ampia vita latente dei pensieri, del pensiero, che i soggetti attingono inconsciamente la sostanza delle loro rivelazioni… ».

…e quelli oggettivi.


Anche nell’altro settore della Metapsichica, quello oggettivo, abbiamo due aspetti, o « momenti »: a quello sommariamente accertativo succede grado a grado la registrazione dei fenomeni, sempre più fine e precisa con io svilupparsi della fisica e dell’elettrotecnica applicate. Qui, è l’inglese Crookes che apre la via, e studia seriamente, con tutta la sua autorità di scienziato già famoso, movimenti di oggetti senza contatto prodotti dal medium Home, misurandone l’intensità con una speciale bilancia a molla, circa ottanta anni or sono. L’Italia dice la sua parola in questa sede per merito di alcuni studiosi di chiarissima fama, quali Lombroso, Morselli, Bottazzi: ma forse soprattutto perché è una donna italiana, la celebre medium Eusapia Paladino, quella che attira per lungo tempo l’attenzione di moltissimi studiosi sugli strani, molteplici, indiscutibili fenomeni delle sue sedute. In epoche più recenti, occorre menzionare tra gli altri gli studi sulla medium americana « Margery » e quelli sui due fratelli austriaci; Willy e Rudi Schneider; questi, in particolare, fu studiato da tutti i principali metapsichisti d’Europa, cominciando dallo Schrenck-Notzing per finire col dottor Osty e con la S. P. R.
Uno tra i più notevoli passi compiuti nell’ « attacco » ai fenomeni fisici nella medianità nell’immediato anteguerra è stato appunto la ricerca effettuata dal dott. Eugenio Osty, col concorso del figlio ing. Marcello, sul medium Rudi Schneider all’Istituto Metapsichico Internazionale di Parigi. Lo Schneider, durante le sedute, entrava in uno stato di trance con respirazione estremamente rapida e, di quando in quando, emetteva una «sostanza», o « forza » X, che poteva spostare oggetti a distanza. Grazie a un dispositivo- complicato e molto ingegnoso, i due studiosi francesi riuscirono a dimostrare che questa forza o sostanza, anche nella sua fase invisibile, anche allorché non causava spostamenti di oggetti – quando cioè era praticamente inavvertibile ai sensi degli astanti – poteva tuttavia intercettare delle radiazioni infrarosse; e che queste intercettazioni potevano essere registrate mediante apparecchi di precisione. La «sostanza» – mostrarono ancora gli sperimentatori – si sviluppava secondo ritmi i quali erano in rapporto di covariazione con i cicli respiratori del soggetto; era diretta dalla personalità preconscia od inconscia del medium e trasmetteva un’energia irradiata dal soggetto stesso.

Lo studio diretto dei soggetti.

Lo studio diretto di questi sensitivi, di questi medium, fu un’altra esigenza che si rese vieppiù sentita in Metapsichica nel periodo che stiamo considerando. Non era un’esigenza nuova, giacché l’opportunità di un esame psicologico e neuropsichiatrico dei soggetti medianici era apparsa chiara prima ancora che si pubblicasse, nel 1900, il memorabile studio di Teodoro Flournoy sulla medium ginevrina Elisa Muller, più nota sotto lo pseudonimo di Elena Smith. Ma più recentemente, si era indagato su varie possibili relazioni tra facoltà metapsichiche o medianiche e caratteristiche fisiologiche, ad esempio il metabolismo basale, o la pressione sanguigna; si era tentato di valutare comparativamente le influenze, sulle anzidette facoltà, di varie sostanze chimiche, quali il cloralosio, lo scopocloralosio, persino certi alcaloidi rari o poco noti come la mescalina. Più interessanti ancora furono i tentativi volti a stabilire confronti fra le personalità consuete, di veglia, di singoli medium, e le loro personalità di trance, ossia le cosiddette «entità» medianiche, alternantisi con le prime. Serie di esperienze, con risultati che diedero luogo volta a volta a soddisfazione e a delusione, furono fatte con la medium inglese Eileen Garrett, la quale si prestò con buona grazia e notevole dose di abnegazione. In America, si tentò di stabilire un confronto fra certe reazioni fisiologiche (sierologiche, sanguigne) del soggetto allo stato di veglia, e quelle delle personalità di trance, e si credette a un certo momento di aver trovato delle differenze sensibili persino di carattere biochimico: ma le esperienze non poterono essere continuate o riprese per l’ovvia ragione che il soggetto non può esser sottoposto a esse ripetutamente senza che ciò, nuoccia alla sua salute. Più interessanti, e più approfonditi, gli studi condotti secondo i metodi, della scuola associazionistica di Zurigo per stabilire dei confronti grafici, e numerico-statistici, fra personalità di veglia e di trance. Furono fatte al riguardo esperienze con i medium, già menzionati, Eileen Garrett e Rudi Schneider. Al soggetto venivano lette 100 parole-stimolo, secondo gli standards adoperati a suo tempo da Jung a Zurigo, e si registravano le sue parole-reazione nonché i singoli tempi di reazione. Speciali galvanometri registravano gli stati emozionali del soggetto nelle varie risposte. L’intera serie di prove veniva poi ripetuta quando il soggetto era in trance, e applicata alle « personalità » o « entità » manifestantisi nella trance. I risultati venivano confrontati mediante elaborazione statistica, ed eventuale traduzione in grafici. Le conclusioni sembrarono in un primo tempo positive, ma le elaborazioni matematiche dei dati ottenuti vennero poi invalidate da specialisti competenti, e per quanto ci risulta non stata raggiunta al riguardo, a tutt’oggi, una conclusione decisiva.

Apparecchi e sistemi di controllo.

Tra i sistemi più elaborati di controllo per salvaguardarsi dalle frodi dei soggetti si può menzionare quello elettrico escogitato in un primo tempo da Karl Krall e Schrenck-Notzing a Monaco di Baviera, e poi sviluppato ed esteso anche agli sperimentatori da Harry Price, a Londra. Esso consiste nel contatto permanente che il medium, e tutti gli astanti, debbono mantenere con un circuito elettrico, il quale alimenta un quadro di lampadine. Le persone presenti rivestono speciali guanti e calzature, e mantengono il contatto con i braccioli delle singole poltrone e con apposite placche su cui poggiano i piedi. Se un arto viene sollevato, la lampadina corrispondente nel quadro si spegne, e il movimento viene così denunciato automaticamente. Oggi, questo e simili sistemi di controllo appaiono superati grazie alla possibilità di effettuare fotografie ed anche cinematografie nella oscurità più completa, mediante l’uso dei raggi infrarossi e di emulsioni sensibili appunto a tale genere di radiazioni.
Questo, il panorama degli studi metapsichici sino a circa un decennio o un quindicennio fa: panorama caratterizzato da un perfezionamento assai notevole di tutti i mezzi d’indagine; dall’accertamento sempre pii preciso di alcune categorie di fenomeni; dallo studio sempre più accurato delle circostanze e dei soggetti condizionanti i fenomeni stessi. A questo stadio, la Metapsichica può paragonarsi alla progressiva individuazione di filoni auriferi in un vasto territorio inesplorato, e ritenuto privo, come tale, di qualsiasi possibilità di diverso sfruttamento. La Metapsichica, ripetiamo, è a questo punto ancora la ricerca dell’eccezionale e dell’extra-normale; e lo studio del soggetto raro; è l’accertamento, tutt’al più, dell’epifenomeno. I fatti indagati dalla Metapsichica sono straordinari e non ripetibili a volontà – irritano perciò talvolta gli studiosi, ad es. i fisici, abituati a controllare volontariamente le condizioni delle loro esperienze; e malgrado i progressi compiuti in sede accertativa, la scienza « ufficiale » non può inglobarli. La stessa scienza ufficiale che aveva considerato freddamente, nel 1922, il « Traité de Métapsychique » di Richet, mantiene le sue riserve, dieci anni dopo, di fronte alla pubblicazione del magistrale lavoro di Eugenio e Marcello Osty sul medium Rudi Schneider, lavoro intitolato « I poteri sconosciuti dello spirito sulla materia ». « Spirito » sulla « materia »? Che spirito? Quale materia? In quali condizioni? Ancora quelle, sebbene modificate dagli apparecchi e dalle radiazioni infrarosse, delle sedute medianiche!? Come fare ad accogliere tutto ciò negli ambienti tradizionali della Sorbona o del Collegio di Francia?

Rhine cambia strada.

Tuttavia, cinque anni prima che s’iniziasse la seconda guerra mondiale, si era avuto in un laboratorio americano l’inizio di una nuova impostazione di ricerca. Il laboratorio era quello di psicologia della Duke University, a Durham, nella North Carolina, e lo scienziato che aveva preso la direzione delle nuove investigazioni era il prof. J. B. Rhine.
L’oggetto di tali investigazioni non era nuovo. Il problema postosi dal Rhine era il seguente: possibile che una persona percepisca o reagisca ad oggetti od eventi indipendentemente dai sensi riconosciuti? A questa eventuale percezione o reazione, che ricomprende come si vede tanto i casi di telepatia quanto quelli di chiaroveggenza in senso tradizionale, il Rhine dava il nome generico di « percezione extra-sensoriale »: in inglese, extra-sensory perception, donde l’abbreviazione ESP, divenuta poi d’uso generale.
Dove cominciava la novità, era nei metodi escogitati dal Rhine per rispondere al quesito. Se si potessero applicare in questa sede i termini militari, diremmo che lo scienziato americano si decise in favore di un attacco frontale, sistematico e con l’impiego di larghe masse. In altre parole, egli escluse il « caso sporadico », l’individuo « eccezionale », lo studio del singolo chiaroveggente di gran fama. È possibile – egli si chiese ancora – ottenere, quando si sperimenta su più soggetti per vedere se questi percepiscono o reagiscono a stimoli esteriori sconosciuti, in condizioni che escludono con certezza l’uso dei processi sensoriali noti – è possibile in tali circostanze ottenere risultati i quali abbiano un, significato statistico?
La novità di questa impostazione consiste dunque, è bene tenerlo presente, non nell’oggetto della ricerca, ma, nell’uso sistematico, in misura e su scala sino allora neanche lontanamente immaginate, dei metodi quantitativi, matematici e statistici. E questo stesso uso, veniva reso possibile dalle geniali tecniche inaugurate e poi sempre più perfezionate dal Rhine e dai suoi collaboratori: tecniche basate: 1) sul numero limitato e fisso degli oggetti, simboli o altro materiale su cui doveva esercitarsi la presunta percezione extra-sensoriale; 2) sul numero larghissimo di prove effettuate con gli stessi soggetti o con gruppi omogenei di soggetti; 3) sulla introduzione razionale e progressiva di variazioni, ed escogitazioni tecniche volte ad isolare e definire via via, e con sempre maggior precisione, fasi o fattori della ricerca generale, le cosiddette variabili indipendenti.
Il materiale usato dalla scuola di Durham per accertare la presenza o meno di facoltà ESP in soggetti e gruppi di soggetti è consistito sin dall’inizio, generalmente, in speciali mazzi standardizzati di carte da gioco: mazzi di 25 carte con cinque diversi simboli, o con cinque diversi colori. I simboli di queste carte, che prendono il nome di carte Zener, sono rispettivamente un circolo, un rettangolo, una onda, una croce e una stella.
Questi, od altri oggetti con cui si sperimenta secondo i metodi della scuola di Durham, debbono naturalmente esser trattati in modo da escludere al 100 per cento la normale percezione per le vie dei sensi. A tale scopo sono stati escogitati molti mezzi: dalla chiusura in buste opache sigillate all’interposizione di schermi di legno o alla separazione delle carte dai soggetti ponendo le une e gli altri in ambienti diversi. Recentemente, si manifestata la tendenza ad eliminare per quanto possibile ogni contatto diretto con il materiale da esperimento, cosicché non solo non si consente ai soggetti di toccare le carte prima delle esperienze, ma queste vengono addirittura mescolate, distribuite, segnalate, classificate con apposite macchine.
Che cosa si richiede dai soggetti? Che essi, ad esempio, dichiarino quelli che secondo loro sono i simboli di una serie di carte che non possono vedere né toccare; oppure che avendo essi in mano un mazzo di carte, dispongano queste secondo un ordine ad libitum, che verrà poi paragonato a quello di un altro mazzo di carte già ordinate in altro ambiente. Anche qui, i sistemi sono stati e sono svariatissimi. In una serie di esperienze organizzate da Mac Farland, il soggetto, aveva a sua disposizione cinque tasti elettrici corrispondenti ai cinque simboli standard. In una stanza lontana, lo sperimentatore scopriva via via le carte comunicando al soggetto ogni alzata di carta a mezzo di un segnale elettrico. Il soggetto rispondeva premendo quello dei cinque tasti che a suo avviso doveva corrispondere alla carta alzata.
Sul trattamento matematico-statistico dei risultati delle prove una massa imponente di pubblicazioni si è andata accumulando dal 1935 sino ad oggi. Ricorderemo al riguardo alcuni principii ed alcuni dati tra quelli fondamentali o più interessanti.

Cinque carte, e migliaia di prove.

Il criterio statistico base seguito dalla scuola di Durham è il seguente. Data la distribuzione delle carte-simboli nei mazzi da venticinque, è evidente che la probabilità media di indovinare una carta è 1:5. In un numero limitato di colpi, tale media potrà subire forti deviazioni; ma non così in un numero molto grande, e tanto maggiore esso sarà, tanto più dovrà avvicinarsi il numero dei colpi indovinati a quello previsto dal calcolo delle probabilità. Se invece, in molte esperienze condotte in condizioni diverse di tempo, luogo, persone, si verifica che il numero dei colpi indovinati eccede sistematicamente non soltanto il rapporto di 1:5, ma anche il limite entro il quale detta media dovrebbe oscillare secondo il calcolo delle probabilità – eliminato ogni altro possibile fattore di perturbabazione e d’interferenza è lecito pensare in prima approssimazione all’eventualità di facoltà di percezione extra-sensoriale possedute dal soggetto o dai soggetti, per cui si rende possibile l’anzidetto notevole scarto da ciò che vorrebbe il calcolo statistico delle probabilità.
Ora, le esperienze della scuola di Durham si sono svolte e si svolgono per numeri straordinariamente alti. In una serie di prove istituite dal Pratt già nel 1935 furono sperimentati 174 soggetti e si effettuarono 150.000 chiamate di carte, in base alle quali si poté scegliere un particolare soggetto come il più adatto e si condussero ulteriori esperimenti. Su 7.800 ulteriori prove effettuate si ottenne il 22,4 per cento di risultati corretti con una deviazione positiva, rispetto al valore che era da attendersi secondo il calcolo delle probabilità, di 188. Il rapporto critico, ossia il rapporto fra la deviazione totale e quella probabilistica, fu di 5,3: esso indica che vi sono 2.500.000 probabilità contro una che il risultato ottenuto non fu dovuto al caso.
In un volume pubblicato nel 1940, il Rhine riferisce che nei sei, anni precedenti nel solo laboratorio della Duke University vennero fatte 999.674 prove, mentre 2.371.826 venivano eseguite in altri laboratori secondo le stesse tecniche, con un totale, nel giro di pochi anni, di 3.371.500. Dal 1940 ad oggi si può calcolare che questo numero stato più che raddoppiato.

Gli accertamenti.

Dal punto di vista dei fenomeni da accertare, le esperienze della scuola di Durham si dividono in vari gruppi, a seconda che si siano rivolte alla ESP in genere, con possibilità quindi sia di chiaroveggenza, sia di telepatia; ovvero alla telepatia o alla chiaroveggenza pure; ovvero ancora alla precognizione. E’ interessante notare che mentre si sono avute prove innumerevoli a favore dell’esistenza di facoltà « pure » sia di chiaroveggenza, sia di precognizione, non è stato possibile sino ad oggi ottenere una prova altrettanto granitica a favore di una telepatia « pura ». Ciò non significa, beninteso, che la telepatia non esista; ma la possibilità di isolarla, rispetto a possibili estrinsecazioni della facoltà di chiaroveggenza in genere, non stata ancora dimostrata in modo convincente.
Risulta invece dimostrata nel modo più assoluto, dopo poco più di dieci anni di fecondo lavoro, la percezione extra-sensoriale in quanto tale. Le esperienze del Laboratorio di Durham sono state riprese da diecine di altri laboratori americani; esse sono state condotte su centinaia e migliaia di soggetti e sulle più varie categorie di individui: giovani, vecchi e bambini: maschi e femmine; sani e ammalati; ipertiroidei e ipotiroidei; medium e non medium; superintelligenti e sub-intelligenti; normali e psicopatici. Alle critiche metodologiche gli sperimentatori hanno risposto perfezionando incessantemente la tecnica, e respingendo una dopo l’altra, sulla base dei fatti, le contro-ipotesi, che possono tuttavia ridursi alle seguenti: 1) il caso; 2) difetti di selezione; 3) manipolazioni da parte del soggetto; 4) difettoso mescolamento delle carte; ) errori nei protocolli delle esperienze; 6) introduzione di percezioni consuete; 7) incompetenza degli sperimentatori; 8) impostazione in genere e conclusioni della ricerca. Come abbiamo già accennato, nessuna di queste ipotesi, né da sola né con altre, ha potuto reqgere di fronte alla ripetizione delle esperienze in condizioni svariate cd ingegnosissime, e di fronte alla sistematicità con cui i risultati si ripetevano. Anche se si volesse tener conto, scrive il Rhine, dei soli risultati in cui diverse persone, indipendentemente, tennero nota delle chiamate e dei confronti con le carte chiave, si sono avute a tutto il 1940 220.455 prove, con una media positiva di 5,23, una deviazione di 2.090 e un rapporto critico di 11, 12, il che dà una probabilità di miliardi contro uno che i risultati non sono dovuti al caso.
Raggiunta quindi la sicurezza dell’esistenza della ESP e della sua dimostrabilità, gli sperimentatori si sono posti serie di quesiti relativi alle modalità di funzionamento, alle condizioni favorevoli o sfavorevoli e, infine, alla natura del fenomeno studiato. A questo riguardo, ben s’intende, siamo ancora lontani dall’aver raggiunto conclusioni finali. Menzioneremo talune di quelle più generali e più sicure.
In primo luogo, si è invariabilmente constatato che nelle esperienze ESP a numero predeterminato si ha all’inizio un’alta percentuale di scarti positivi rispetto a ciò che vorrebbe il « caso »; che quindi questa percentuale diminuisce, e che risale infine verso il termine dell’esperimento. Ciò è in armonia con tutto quel che sappiamo relativamente al lavoro fisica è mentale in genere; ma il ripetersi stesso di queste frequenze e curve statistiche è una prova di più contro le ipotesi differenziali, e in genere contro l’ipotesi del caso, il quale darebbe ripartizioni uniformi di scarti lungo tutta la serie, e non già maggiori ai principio e alla fine di essa.
Quanto ai soggetti sperimentati, è chiaro ormai che mentre vi sono individui i quali presentano possibilità di ESP in modo particolarmente spiccato, ed altri invece che sembrano esserne dotati in grado minimo, la facoltà non si associa necessariamente ad alcuna delle varie categorie di soggetti: né l’età, né il sesso, né la razza, né il grado dell’intelligenza, né il fatto di essere normali o nevrotici, ciechi o veggenti, ipnotizzabili o non ipnotizzabili – nulla di tutto ciò sembra condizionare od escludere necessariamente la percezione extrasensoriale. La quale, quindi, appare sempre più non già come una facoltà isolata, straordinaria o privilegiata; ma, in grado maggiore o minore, come una proprietà profondamente radicata della personalità umana in tutte le sue differentissime forme e manifestazioni.
Tra le condizioni che influenzano i risultati condizioni che gli sperimentatori si sono sforzati via via di isolare e di dimostrare stanno: lo stato fisico dei soggetti (ad esempio, è stato regolarmente trovato che l’influenza della caffeina è favorevole alla ESP, mentre certi narcotici le sono fortemente sfavorevoli); le motivazioni emotive o sentimentali, come ad es. ricompense, emulazioni, incoraggiamenti tra quelle favorevoli, e frustrazioni, rifiuto di dare informazioni, lunghezza eccessiva delle prove tra quelle sfavorevoli; relazioni personali tra soggetti e sperimentatori (la simpatia è elemento favorevole, e cosi pure l’isolamento nelle prove). Potremmo menzionare moltissime altre di queste variabili: ma non appare necessario. Com’è ovvio, le ricerche basate sui metodi della scuola di Durham mirano appunto a questo: a determinare sempre più precisamente il valore delle singole variabili indipendenti in modo da avvicinarsi lentamente a quello che è lo scopo ultimo dell’investigazione: la compilazione cioè di una« carta generale » della ESP, in cui si renda conto esatto, sulla base di regolari frequenze e curve statistiche, del massimo numero possibile di fattori influenzanti. Tale carta del futuro sarà per così dire il « ritratto » della facoltà ESP, cosI come l’avranno delineato gli studi convergenti di centinaia di sperimentatori, su migliaia di soggetti, in milioni e forse miliardi di esperienze.
Giova avvertire, a questo punto, che la piena comprensione e l’accurato studio, delle esperienze della scuola di Durham presuppongono una notevole familiarità con i procedimenti matematici e statistici odierni, e che esse raggiungono al riguardo un grado di « tecnicità » tale da respingere senz’altro i profani. In questa rassegna, ci siamo limitati a considerazioni statistiche elementari: ma il trattamento statistico dei risultati delle esperienze americane è estremamente alto ed elaborato, come chiunque può constatare percorrendo i lavori di Rhine, e quelli pubblicati da vari anni a questa parte nel Journal of Parapsychology, edito dallo speciale dipartimento della Duke University. Ricorderemo ancora che sin dal 1937 l’ Istituto Americano di Statistica Matematica, la cui autorità è mondiale, ha esaminato i metodi della scuola di Durham e li ha dichiarati scientificamente impeccabili. E’ doveroso qui menzionare che l’unico italiano il quale si sia occupato con conoscenza di causa, in qualità di statistico, delle esperienze del Rhine, è il Prof. Giovanni Schepis, della Università. di Roma.
Una delle conclusioni più importanti a cui si è giunti in tema di ESP è indubbiamente la seguente: tutte le esperienze tendono a mostrare che la ESP non ha nulla di un fenomeno fisico. Allo stato attuale delle nostre conoscenze fisiche, non vi è alcun ipotetico legame energetico fra stimolo e percipiente il quale soddisfi a tutte le condizioni nelle quali ha luogo la percezione extra-sensoriale. Nessun accorgimento fisico, ad esempio, impedisce la ESP: non forme, non dimensioni, non celamenti degli oggetti-stimolo; non il fattore distanza (le esperienze riescono egualmente se i soggetti sono nella stessa stanza come se sono separati da centinaia di chilometri). Tutto tende a indicare che il processo in atto è extra-fisico – se non si vuol supporre che si tratti di un processo fisico notevolmente dissimile da tutti i processi fisici sinora noti.
Psicologicamente, il processo di percezione extra-sensoriale è totalmente inconscio e i metodi introspettivi non ci apprendono – nulla a suo riguardo. Sebbene sia soggetto sino a un certo punto alla volontà – in quanto può esser diretto verso un dato ordine di stimoli e con l’intenzione di indovinare o di sbagliare – la sua immediata attivazione è spontanea e involontaria. Il soggetto non è in grado di dire se è in procinto o meno di percepire extrasensorialmente, né può dire retrospettivamente se ciò è accaduto o meno nelle prove già compiute.
Questa, di cui abbiamo tracciato il profilo, è soltanto una parte, e non la più rivoluzionaria, delle ricerche della scuola di Durham: ricerche le quali già occupano, come si è detto, una vastissima letteratura, in Italia purtroppo ancora insufficientemente nota. Prima di considerare l’attività più recente della medesima scuola, vorremmo insistere sulla « svolta » che essa ha recato in Metapsichica. Dallo studio del singolo, dello straordinario, dell’irripetibile, del sopranormale, la ricerca si sposta con i metodi americani allo studio delle masse, dell’ordinario, del riproducibile, del normale. Cade cosí, tra l’altro, una delle più forti obiezioni della « scienza ufficiale » – alla Metapsichica, giacché la dimostrazione della ESP non dipende più dalla presenza occasionale e fortunata di un soggetto – con le sue personali caratteristiche e idiosincrasie -; non più da circostanze fortuite e non riproducibili. Qualsiasi sperimentatore o gruppo di sperimentatori competenti – purché ne abbia la pazienza, i mezzi ed il tempo – può riprendere le prove, constatare ad libitum per proprio conto la validità dei risultati raggiunti a Durham e altrove, affiancarsi infine, come in qualsiasi altro ramo della scienza, alle ricerche già compiute, contribuendovi e facendole ulteriormente progredire.

Critiche, e nuovi orientamenti.

L’unica critica di carattere metodologico che si sarebbe potuta fare a questa, linea d’indagine era che essa rischia di trascurare lo studio in profondità dei singoli soggetti, e in genere i contributi che la psicologia dell’inconscio, e in particolare la psicoanalisi, ha recato alla conoscenza dei processi incoscienti ideo-affettivi: i quali evidentemente debbono avere la loro funzione nei fenomeni ESP, così come l’hanno in tutte le manifestazioni della vita psichica individuale e collettiva. Fu osservato, ad esempio, da alcuni studiosi indipendentemente, che non era giusto trascurare, negli esperimenti ESP basati su simboli, i significati profondi, le relazioni simboliche nucleari, che in tema di simbolismo sono stati accertati dalla psicoanalisi: significati e relazioni aventi valore sia generale, sia particolare; per cui la scelta anche di semplici simboli geometrici, ad es. un circolo anziché un trapezio, o viceversa, ottempera a particolari preferenze e idiosincasie anche del tutto soggettive, e di solito completamente inconscie, che occorre valutare per le variazioni e rettifiche dei risultati, come eventualmente per la scelta del materiale da esperimento. Occorre tuttavia riconoscere che, questi criteri si sono fatti sempre più strada anche in seno alla scuola di Durham. Recentemente, ad esempio, le indagini compiute con simboli aventi particolare valore affettivo cosciente, come un cuore trafitto, una svàstika, una bandiera nazionale, ecc., sono state integrate con studi « in profondità » relativi ai significati e alle ripercussioni incoscienti che i simboli stessi avevano per i soggetti in esperimento.
Mentre fervevano le discussioni intorno alla facoltà ESP, di cui rendevano conto le ampie e numerose pubblicazioni americane ed anche inglesi, gli sperimentatori di Durham stavano preparando in silenzio una specie di ulteriore « bomba atomica » da gettare nel campo scientifico. Attesero dieci anni a render noti i loro risultati: e cominciarono a pubblicarli circa 3 anni fa, in articoli apparsi e che tuttora vanno apparendo nel Journal of Parapsychology.

L’effetto PK.

Si tratta del complemento, dell’integrazione quasi fatale e inevitabile della facoltà ESP. Si tratta non più della percezione, per vie extra-sensoriali, di realtà oggettive, ma dell’azione diretta, fuor da qualsiasi via conosciuta, della psiche su questa realtà, della mente sulla materia. Si tratta di un effetto psico-motorio extra-conduttivo, o più brevemente di un effetto psico-cinetico. A questo effetto viene dato oggi il contrassegno, nelle ricerche parapsicologiche e metapsichiche, di effetto PK.
Anche in questo fenomeno vi erano state in metapsichica ampie indicazioni, con quelle manifestazioni medianiche a cui il Richet aveva dato il nome di telekinesìe, o telecinèsi: movimenti di oggetti, cioè, a distanza dal soggetto o medium. Di simili fenomeni v’erano riferimenti nelle vite dei Santi, in relazioni su yoghi e mistici orientali: ma tutto ci era, quanto e ancor più dei fatti di chiaroveggenza e di medianità soggettiva, difficile a riscontrarsi, vago, irripetibile, dipendente da facoltà saltuarie di individui rari ed eccezionali, e via discorrendo.
Una singolare coincidenza forni al Rhine e ai suoi collaboratori la prima idea di un metodo semplice per indagare, su larghe masse e facendo uso dello strumento matematico-statistico, intorno alla presunta facoltà psico-cinetica. Essi tennero presente quanto un giocatore di dadi aveva loro dichiarato: avere egli, come tanti giocatori, l’idea che in una certa misura l’atteggiamento, il desiderio ed altri fattori psichici influissero sui risultati. A prima vista, l’idea sembra puerile, di tipo animistico-magico, ridicola. Ebbene, dopo ormai dodici anni di ricerche gli sperimentatori americani affermano, e noi con loro, che non vi è alcun fatto in parapsicologia o in psicologia che possa ritenersi più certo e più sicuramente dimostrato e dimostrabile!
Le ricerche sull’effetto PK cominciarono a Durham nel 1934.
Come unità di prova fu scelta la serie di 24 colpi di dado. Altri termini degli esperimenti furono:
1) scopo del soggetto: cercar di esercitare mentalmente una influenza sulla caduta dei dadi; 2) scartò probabile: numero di coincidenze per serie secondo il calcolo delle probabilità; 3) eliminazione delle possibilità di difetti nei dadi; 4) eliminazione di errori, o di risultati falsati da abilità o da inganno.
Nelle prime prove effettuate dal Rhine col concorso della moglie, dott.ssa Luisa, si effettuarono 10.812 lanci di due dadi, con l’intesa che si doveva cercare di ottenere cifre superiori1 a 6. La probabilità di colpi indovinati sarebbe stata evidentemente di 5 per ogni 12 colpi, e il totale dei colpi indovinati avrebbe dovuto essere di 4.505, con una deviazione in più o in meno di 51,33. Invece il numero totale dei colpi indovinati fu di 4.951 con una deviazione di 446 e un rapporto critico di 8,69. Tale rapporto critico indica che vi sono mille miliardi di probabilità contro uno che il risultato non è dovuto al caso.
In una relazione pubblicata da miss Humphrey nel Journal of Parapsychology del marzo 1944 si legge che su un totale di 700.000 colpi si ebbe un rapporto critico di ben 22,95, il che corrisponde ad uno contro un numero formato da 1 seguito da 100 zeri. Per avere un’idea di che cosa ciò significhi probabilisticamente, si pensi ad una intera composizione tipografica, in lettere mobili, della « Divina Commedia ». Le lettere che la compongono vengono ammucchiate alla rinfusa. Orbene, che i risultati Humphrey sull’effetto PK siano dovuti al caso è altrettanto probabile quanto il fatto che un bambino analfabeta, prendendo le lettere tipografiche dal mucchio e mettendole una accanto all’altra, ricomponga la «Divina Commedia »!
Come viene eliminata l’ipotesi di imperfezione nei dadi? E’ molto semplice: adoperando gli stessi dadi in prove con scopi diversi. In una serie si cerca, ad esempio, di ottenere numeri superiori a sei. Nella serie successiva, numeri inferiori. In un’altra serie ancora, si cerca di ottenere risultati totali di 7, ossia combinazioni di sei ed uno, di cinque e due, di quattro e tre. Ora, è evidentemente impossibile che un difetto nei dadi possa falsare i risultati di tutt’e tre questi tipi di esperienze. Se difetto vi fosse, si dovrebbe manifestare causando, ad esempio, regolari scarti in più in una serie, e regolari scarti in meno nella serie con scopi opposti. Invece, si trovarono eccedenze, e rapporti critici non attribuibili al caso, in tutt’e tre le serie!
Contro l’ipotesi di un’abile manipolazione nel getto dei dadi sta il fatto che nella maggior parte delle prove i dadi furono gettati da una coppa, o ruotati elettricamente in una gabbia metallica, o fatti scendere lungo un piano inclinato scabroso.

La costante QD.

Ma qualsiasi obiezione cade infine in seguito alla scoperta, effettuata da miss Humphrey nel 1942, di una sistematica distribuzione « quartistica » dei risultati. Ecco di che cosa si tratta.
In psicologia sono stati studiati fatti come il seguente: quando impariamo a memoria una poesia composta di più strofe, la prima è la più facile, la successiva lo è meno, quelle del centro – e specialmente quelle verso la fine della zona centrale – sono le più difficili a mandarsi a mente. Anche negli studi sulla facoltà ESP sono stati studiati e discussi questi « effetti di posizione ». Ma nell’indagine sull’effetto PK essi sono apparsi luminosamente. Si è osservato un declino della media quartistica delle coincidenze da sinistra verso destra nella registrazione dei risultati, ad eguale declino è stato osservato nelle colonne. Cosicché sia che si esamini la distribuzione dei colpi indovinati in direzione orizzontale della pagina che in direzione verticale, si riscontra che nel quarto di pagina superiore a sinistra (cioè nel primo quadrante) si hanno gli scarti positivi più alti, mentre i più bassi sono nel quarto di pagina inferiore a destra. Nel secondo e nel terzo quadrante si ha un declino graduale.
In seguito alle osservazioni di miss Humphrey su quella che è stata chiamata la « distribuzione per quarti » (quarter distribution, o più brevemente QD), tutti gli studi sull’effetto PK sono stati riesaminati, e si è trovato che la QD è una loro costante. Essa è stata rappresentata in modo graficamente dimostrativo da quattro parallelepipedi di differente altezza, la cui elevazione rispetto alla base rappresenta lo scarto dei risultati rispetto alla probabilità, e il cui confronto rappresenta le entità rispettive degli scarti secondo la quarter distribution. La più importante misura di questo effetto QD è la rapidità del declino diagonale indicato dalla differenza tra il primo e il quarto quadrante: differenza che rispetto alla probabilità dà un rapporto critico medio di 5,66, corrispondente a 1 contro diversi milioni.
Si noti che questa distribuzione per quarti non è stata minimamente prevista nei primi anni delle ricerche sull’effetto PK. Di conseguenza, è assolutamente escluso che essa possa spiegarsi con artifizi, con errori, con la lunghezza o brevità arbitraria delle serie, ecc. ecc. In ogni modo, gli studi su questo particolare aspetto del problema continuano, al pari di tutta quanta l’investigazione dell’effetto psicocinetico.
Per ora, le osservazioni del Rhine e dei suoi collaboratori sull’effetto PK si possono riassumere come segue. L’effetto PK sembra essere strettamente collegato con la ESP. Le deviazioni PK sono più modeste, ma anche più regolari, di quelle riscontrate nelle esperienze ESP: cosicché il loro valore significativo numerico è in fine un poco maggiore. Ma l’effetto PK è rispetto alla ESP ciò che la reazione motoria è rispetto alla percezione sensoriale. E come una azione muscolare non può agire intelligentemente senza una costante guida percettiva, cosi il PK non può supporsi senza un’attività ESP sempre presente che ne guidi l’influenza secondo gli scopi, del soggetto. E’ evidente che nessun processo percettivo può dare un aiuto apprezzabile allorquando i dadi vengono agitati e lanciati: quindi se i dadi appaiono, quantitativamente, per larghe masse, influenzati e diretti, ciò deve risultare da una combinazione di facoltà ESP e PK possedute dal soggetto.

Parallelismi, e nuove prospettive

Sono interessantissimi, a questo riguardo, i parallelismi trovati tra facoltà ESP ed effetto PK quanto alle persone, alle suggestioni, alle condizioni fisiche, all’impossibilità di aiuto per via introspettiva. Ma quello che più colpisca è che anche nell’effetto PK non si riesce a trovare una concordanza con ciò che dovremmo aspettarci dai fenomeni del mondo fisico. Che i dadi siano molto più piccoli o molto più grossi, molto più leggeri o molto più pesanti della media, ad esempio, non altera affatto i risultati. Le prove sono favorevoli sia che ne vengano usati due, sia che se ne adoprino 20 e persino 60 contemporaneamente Se si lanciano due dadi di dimensioni diverse, l’effetto PK non si verifica affatto più facilmente sul più piccolo. Insomma, tutti gli studi comparativi fatti sin qui tendono a dimostrare che l’effetto PK appartiene anch’esso al mondo dei fenomeni psichici, e non a quello dei fenomeni fisici – sebbene occorra per forza pensare che a un certo punto vi deve pur essere un legame, un punto di transizione, tra i due. Il tempo o lo spazio non influenzano la facoltà ESP; il peso, la misura, il numero non sembrano influenzare l’effetto psicocinetico.
Come la metapsichica obiettiva o fisica, nel senso tradizionale già da noi indicato, è complementare di quella soggettiva o mentale, così è il fenomeno PK rispetto all’ ESP. Queste due sigle si stagliano oggi luminose nel cielo della Metapsichica, indicando che un punto morto è stato superato, e che la Metapsichica, mercé l’uso dei metodi quantitativi e statistici già adoperati con tanto successo in altre branche della scienza, sta entrando vittoriosamente nel campo prettamente scientifico, dato che i suoi, due aspetti fenomenologici fondamentali, la possibilità di una percezione extra-sensoriale, e quella di un’azione diretta dal piano psichico a quello fisico, sono stati finalmente strappati all’incertezza del «caso singolo », all’alea della « manifestazione eccezionale », e portati su un piano di universalità, di misurabilità e di ripetibilità.
La Metapsichica dell’immediato futuro appare già oggi, grazie alla « svolta » descritta, paragonabile a quel che è stata l’astronomia dopo l’introduzione del telescopio. Non saremmo sorpresi se tra non molti anni lo studio dei medium e dei sensitivi come tali non costituisse più il « problema centrale » dei laboratori metapsichici, parecchi dei quali vanno già attrezzandosi, per ulteriori ricerche delle facoltà già descritte in masse sempre più vaste di individui qualsiasi.
La via per cui si avanza la Metapsichica diverge dunque sempre più, diverge sicuramente, inesorabilmente, da quella di coloro che in essa cercano ancora il sensazionale, il misterioso, lo strabiliante. Come già il Crookes oppose a suo tempo, al clamore incomposto di spiritisti e di antispiritisti, la fredda testimonianza delle scale graduate e degli strumenti di precisione, così oggi alla brama del fenomenale e della manifestazione gli Americani oppongono la ricerca delle covariazioni e il confronto dei rapporti critici.
L’avvenire della Metapsichica è in queste, e in consimili impostazioni. Ed è anche nell’investigazione psicologica e psicoanalitica di tutto ciò che in questo campo ancora rimane – e rimarrà per lungo tempo – fuori dalle possibilità di sperimentazione escogitate dagli Americani. È ad esempio, nel superamento dialettico, su base psicologica, dell’antitesi tra fenomeno «autentico» e fenomeno « fraudolento », poiché per un psicoanalista i moventi inconsci di un fenomeno, fraudolento sono altrettanto interessanti quanto quelli di un fenomeno autentico.
Tutto questo costituisce, o va costituendo, la nuova Metapsichica, la Metapsichica di oggi e di domani.
Prof. Emilio Servadio
Psicoanalista, Via Tagliamento, 76.
Roma.

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