Quei cari fantasmi della vecchia Inghilterra
Molti fra i turisti americani che sbarcano nell’isola chiedono alle agenzie di viaggio di poter conoscere i più famosi “lenzuoli” inglesi
Il Tempo 09/07/1959

Che l’Inghilterra sia la dimora tradizionale del fantasmi è largamente noto. Non c’è Dama bianca o spettro del continente europeo che non impallidisca di fronte alle abituali apparizioni notturne di certi storici castelli scozzesi. Un giornalista americano riferì recentemente con gran serietà (ma non sappiamo con quale fondamento) che una comitiva di turisti statunitensi si meravigliò moltissimo di non trovare, a Londra, un’agenzia che potesse garantir loro, per una congrua somma di denaro, l’incontro con un celebre fantasma, che si dice frequenti assai spesso un teatro vicino allo Strand. Le caratteristiche della dignità e dell’ostinatezza, proprie agli spettri inglesi, sono state illustrate in modo definitivo da Oscar Wilde, nello indimenticabile, lungo racconto umoristico, Il fantasma di Canterville
Ma se l’Inghilterra è il Paese in cui i fantasmi sono presi sul serio, e in cui il « Times » non esita a pubblicare la lettera dell’ammiraglio a riposo contenente la descrizione di « alcuni stani eventi » nel Perthshire o nel Sussex, essa è altresì la terra dei «cacciatori di spiriti» più pazienti e pervicaci che esistano. Di fronte a un presunto caso di intestazione – con fantasma o meno, ma in ogni caso con il tradizionale corredo di oggetti spostati, rumori inspiegabili e finestre che sbattono – taluni studiosi inglesi sembrano diventare altrettanti Sherlock Holmes, e non sono soddisfatti sino a tanto che non hanno « investigato » tutto l’investigabile, dall’A alla Zeta. I risultati di un simile puntiglioso e quasi ossessivo rigore sono per solito – ahimé! – assolutamente deleteri per i malcapitati fantasmi, dei quali non rimangono, alla fine, se non tracce indosabili, e avanzi di leggenda.

Nel presbiterio

Queste considerazioni hanno ricevuto ampia conferma da ben quattro volumi.
Il primo in ordine di data è il risultato degli sforzi combinati dl ben tre famosi « cacciatori di fantasmi »: Eric J. Dingwall, Kathleen M. Goldney e Trevor H. Hall. Si intitola The Haunting of Borley Rectory (L’infestazione del presbiterio dl Borley) e l’ha pubblicato Duckworth a Londra. Ha avuto grande successo ed è stato già tradotto in varie lingue. Esso pone termine a una lunghissima storia, sulla quale già esisteva una letteratura imponente, scatenata esattamente trent’anni fa da un noto studioso di metapsichica, Harry Price. Questi, sulla scorta dl notizie già trapelate circa «strani fenomeni» che si sarebbero verificati nel Presbiterio dl Borley, situato in posizione isolata sul confine tra Essex e Suffolk, si recò sul posto nel giugno del 1929, insieme con un redattore del Daily Mirror. Entrambi riferirono al ritorno, di aver presenziato a violente e inspiegabili manifestazioni di tipo infestatorio, come lancio di pietre e di altri oggetti, « messaggi » battuti mediante colpi sui muri o sopra uno specchio, e roba del genere. Queste dichiarazioni, e l’alone dl leggenda che circondava il Presbiterio (in cui sarebbero stati messi a morte, nel Quattro o nel Cinquecento, una suora ed un monaco indegni), sollevarono immenso scalpore, e attirarono a Borley centinaia di persone. Price pubblicò, oltre a vari scritti, ben due libri sui « fenomeni di Borley », il primo dei quali intitolato La casa più infestata d’Inghilterra; e nel 1937 prese addirittura in affitto il Presbiterio, che era rimasto disabitato. Nel 1939, dopo un anno dalla partenza dl Price, l’edifizio fu interamente distrutto da un incendio; il che non fece certo diminuire l’interesse per Borley, le sue leggende, e i suoi presunti fenomeni; e l’interesse continuò anche dopo la morte di Harry Price, avvenuta nel 1948.
Le conclusioni della minuziosa, estenuante ricerca retrospettiva fatta dai tre studiosi inglesi (con sopraluoghi, interrogatori di testimoni, controlli dl pubblicazioni ormai quasi introvabili, eccetera) sono non soltanto del tutto negative nei riguardi dei presunti « fenomeni di Borley » e dei relativi « spiriti infestanti », ma – rincresce dirlo – assai poco tenere verso Harry Price, che viene fortemente sospettato di avere lui stesso, in più di un’occasione, « simulato » artatamente questa o quella manifestazione a scopo più che altro reclamistico, giacché si trattava di un uomo che univa a un’intensa curiosità per tutto ciò che sapeva di « extranormale » un’altra dose di esibizionismo e di desiderio di notorietà.
E sebbene dispiaccia mettere sotto accusa – o anche semplicemente sospettare uno studioso defunto, e che pertanto non può contrattaccare, bisogna ammettere che nel caso del Presbiterio di Borley, come in altri il comportamento di Price non è stato certo impeccabile.

Si modernizzano

Non fa meraviglia, perciò, che in un altro libro sui fantasmi, intitolato: Four modern Ghosts (Quattro fantasmi moderni), a cura di Eric J. Dingwall e di Trevor H. Hall (anch’esso pubblicato da Duckworth), si rivedano, in particolare, le bucce a un altro famoso «caso» riferito dal Price in un suo libro uscito nel 1939: quello del fantasma – o per meglio dire materializzazione medianica – di una bambina di sei anni, in condizioni controllate dallo stesso Price (che era un esperto d’illusionismo) e tali, secondo l’Autore, da non poter sollevare critiche ed obiezioni. Dato che Harry Price si era più volte fatto conoscere come un « duro a convincere » (soprattutto per quanto riguardava i fenomeni medianici di tipo fisico), il « caso Rosalie » ebbe enormi ripercussioni e fu commentato con grande entusiasmo anche da certi spiritisti nostrani, che videro in esso una magnifica conferma delle loro tesi. Purtroppo, nel libro di Dingwall e Hall il « caso Rosalie » è ridotto a zero, e la loro conclusione – che esso sia stato semplicemente inventato dal Price – appare non soltanto ben fondata, ma pressoché confermata da alcune frasi scritte dallo stesso Price, e fedelmente riportate.
Gli altri tre « fantasmi » del volume sono trattati con maggior riguardo che non l’immaginaria Rosalie: ma per nessuno di essi i due compatrioti di Sherlock Holmes si sentono di dare la loro garanzia. I « fenomeni » consentono varie ipotesi, che occorre ovviamente esaurire prima di interpretarli come dovuti ad agenzie extranaturali, per non dire extraumane…

Voli perfidi

Anche il noto psicoanalista americano Nandor Fodor si è lanciato « sulla pista dello spirito infestatorlo » (traduzione esatta del titolo del libro On the Trail gf the Poltergeist, pubblicato dalla Citadel Press di New York), Il caso studiato dal Fodor, e la tecnica da lui adoperata per vederci chiaro, differiscono in modo notevole rispetto a quelli degli autori già citati. Qui si trattava di una donna, certa Pat Forbes, in presenza della quale si verificavano curiose e spesso impressionanti manifestazioni di tipo persecutorio (rotture improvvise di oggetti apparentemente non toccati da alcuno, «voli» di tazze, bicchieri e altre suppellettili, subitanee graffiature sul corpo del soggetto, ecc.). Fodor partì dall’ipotesi – analiticamente impeccabile – secondo cui i « fenomeni », veri o falsi che fossero, dovevano essere condizionati da acuti conflitti inconsci della protagonista. Il suo intervento portò a risultati che sembrarono dargli ragione: i fenomeni scomparvero per non più ripetersi; e Freud stesso, al quale Fodor mostrò a suo tempo la prima stesura del suo rapporto, manifestò in una calorosa lettera il suo interesse e la sua approvazione. Anche in questo caso, come, si vede, i «fantasmi» non erano che nell’immaginazione inconscia del soggetto – dato e non sempre concesso che i conflitti rimossi dl Pat Forbes potessero manifestarsi in modi inconsueti anche sui piano fisico…
Il quarto dei volumi qui passati in rassegna è di una donna, la signora A. M. W. Stirling, e s’intitola molto sbrigativamente Ghosts vivisected (« Fantasmi vivisezionati »). E’ anch’esso un’edizione della Citadel Press di New York. L’Autrice si muove da maestra nel bel mezzo dl fantasmi antichi e moderni, e parla molte volte per conoscenza diretta di un certo tipo di società inglese (piuttosto altolocata, e sovente proprietaria di turriti manieri), in mezzo alla quale certe storie di fantasmi suonano addirittura familiari: per esempio, il famoso caso di Beavor Lodge, di cui s’interessarono parecchie persone eminenti, e fra queste John Ruskin. Benché la signora Stirling manifesti, nei riguardi del mondo fantasmatico in cui disinvoltamente si muove, una simpatia alquanto maggiore che non i suoi colleghi menzionati, essa conclude, saviamente, affermando che « i fantasmi sono presumibilmente prodotti fittizi della stessa mente subconscia che ci fornisce i sogni. Certi stati anormali producono visioni, e cose che a molta gente appaiono eventi soprannaturali…». Anche dalle pagine di quest’opera, dunque, spira per i fantasmi una aria non molto più corroborante di quella, addirittura micidiale, che circola nelle altre tre.
EMILIO SERVADIO

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