L’aggressività nelle nevrosi
Psiche, Anno IV, n°17-18, feb.1951

Non è compito di questo lavoro esaminare da un punto di vista sistematico la teoria psicoanalitica degli istinti, e i principali punti di vista dei vari psicoanalisti in merito al posto che tale teoria assegna all’aggressività. In una conferenza, tenuta il 13 maggio scorso all’Istituto di Psicologia dell’Università di Roma, e che è stata pubblicata nella rivista «Psiche» (n. 11-11-13, 1950), ho cercato di « fare il punto» su tale tema, e non credo sia il caso di ripetersi.
Tuttavia non è possibile, dovendo dare un ragguaglio sulla funzione degli impulsi aggressivi nell’eziopatogenesi e nella struttura delle nevrosi, quale si è venuta man mano precisando in psicoanalisi, prescindere del tutto, specie all’inizio, da considerazioni teoriche sull’aggressività umana in quanto tale. Qualsiasi formulazione in merito porta con sé, poco o tanto, rilievi e prese di posizione di ordine più generale.
L’esempio più ragguardevole in proposito, del resto, ci viene da Freud, le cui idee sull’aggressività sia nelle nevrosi, sia in sé considerata, si modificarono, come è noto, radicalmente nel giro di circa 20 anni. Ricordiamo la sua prima dichiarazione, in polemica con Adler, contenuta nell’Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (1909). Scriveva allora Freud: « Adler, in un suo scritto recente, ha esposto la tesi che l’angoscia sorge dalla soppressione di quello che egli chiama “l’istinto aggressivo”, e attraverso una generalizzazione sintetica egli attribuisce a tale istinto una funzione fondamentale negli eventi umani, “nella vita reale come nella nevrosi”. Dato che siamo giunti alla conclusione che nel nostro caso di fobia l’angoscia, deve spiegarsi come dovuta alla rimozione delle tendenze aggressive di Hans (quelle ostili contro il padre e quelle sadistiche contro la madre), sembrerebbe che avessimo arrecato una impressionante conferma alle vedute di Adler. Tuttavia io non mi sento di approvarle, e le considero una generalizzazione tale da fuorviare. Io non mi sento di ammettere l’esistenza di uno speciale istinto aggressivo accanto a quelli a noi familiari dell’autoconservazione e del sesso, e su un piede di parità con essi… Malgrado tutte le incertezze ed oscurità della nostra teoria degli istinti, io preferirei per ora aderire alla consueta veduta, che lascia ad ogni istinto il suo potere di diventare aggressivo; e sarei incline a riconoscere i due istinti che furono rimossi in Hans quali componenti familiari della libido sessuale ».
Con la sua consueta franchezza, Freud, dopo aver enunciato le sue nuove vedute sugli istinti nelle classiche opere « Di là dal principio del piacere» (1920) e « L’IO e l’Es» (1923), riconobbe infine appieno, nel libro « Il disagio nella civiltà» (1930), l’esistenza di un istinto aggressivo autonomo e, al tempo stesso, la sua funzione eziopatogenica:
« Io so – egli scrive – che noi abbiamo sempre sotto i nostri occhi manifestazioni dell’istinto distruttivo fuso con l’erotismo, diretto al di fuori e in dentro nel sadismo e nel masochismo; ma non posso più comprendere come ci sia stato possibile trascurare l’universalità dell’aggressività e della distruttività non erotiche, e non aver dato loro il giusto significato nella nostra interpretazione della vita…»; E più oltre: «I sintomi delle nevrosi, come abbiamo appreso, sono essenzialmente soddisfazioni sostitutive di desideri sessuali non realizzati. Nel corso del nostro lavoro analitico abbiamo trovato con sorpresa che forse ogni nevrosi maschera una certa quantità di sentimento inconscio di colpa, che a sua volta rinforza i sintomi sfruttandoli come punizioni. Si è adesso inclini a proporre la seguente possibile formulazione: quando una tendenza istintuale è sottoposta a rimozione, i suoi elementi libidici sono trasformati in sintomi e le sue componenti aggressive in sentimento di colpa. Anche se questa affermazione è solo approssimativa, essa merita il nostro interesse ». Ed ancora: « Dopo tutto, solo l’aggressione, soppressa e fatta propria dal Super-Io, è quella che si trasforma in senso di colpa. Noi potremmo, io ne sono convinto, capire in un modo più semplice e più penetrante molti processi psichici, se limitassimo le scoperte psicoanalitiche relative, al sentimento di colpa alla sua derivazione dai soli impulsi aggressivi» .
E’ assai notevole che Freud, come in tante altre occasioni, abbia anche qui indicato la via sulla quale dovevano muoversi molte ricerche analitiche successive. Ed è strano che quegli analisti – oggi per la verità in numero sempre minore – i quali considerano eterodossi o «deviazionisti» coloro che assegnano all’aggressività una funzione di primo piano nella radice infantile e nella struttura delle nevrosi, sembrino aver dimenticato che il primo ad aver messo in rilievo, e con parole inequivocabili, tale funzione, è stato proprio Freud. Occorre però anche ricordare, per debito di obiettività, che Adler, sin dal 1908, nel suo lavoro « L’impulso aggressivo nella vita e nelle nevrosi », aveva tentato di spiegare con le introflessioni e le vicissitudini dell’aggressività vari fenomeni nevrotici, e diversi processi psicologici anche normali. A differenza di Freud, Adler non riconobbe tuttavia mai l’unilateralità delle sue vedute, e il grave errore da lui commesso nel trascurare totalmente la parte svolta dell’istinto sessuale in tale fenomenologia.

Per la formulazione di una teoria delle nevrosi che tenga nel debito conto il fattore aggressivo, non sembra essenziale una discussione sull’esistenza o meno di un istinto primario della morte – postulata da Freud e ancor oggi sostenuta da alcuni psicoanalisti -; o al quesito se l’impulso aggressivo sia veramente autonomo – come ritengono molti analisti – o sia solo un aspetto di un’unica istintività fondamentale, della quale l’altra manifestazione sarebbe l’impulso sessuale. Il fatto, chiaramente messo in luce da Freud; che noi ci troviamo costantemente ad avere a che fare con una commistione di impulsi sessuali, ed impulsi aggressivi, conferisce un interesse prevalentemente teorico alla questione, e così pure dicasi del quesito se gli impulsi aggressivi siano primari, come è quasi unanimemente ammesso in psicoanalisi, oppure reattivi sin, dall’inizio: se, cioè, abbiamo un’esistenza indipendente, o no, dagli stimoli sgradevoli e dalle frustrazioni che li pongono chiaramente in moto sin dalla prima infanzia. Per il nostro scopo basterà osservare: 1) che la distinzione tra impulsi aggressivi ed impulsi sessuali si è mostrata e si, mostra assai conveniente per qualsiasi descrizione fenomenologica, mentre l’uso indiscriminato del termine « sadismo » è suscettibile di ingenerare equivoci in chi non sia bene informato; 2) che sebbene l’osservazione ci mostri, sin dal primo giorno di vita, l’aggressività del neonato quale reazione a stimoli sgradevoli o a frustrazioni, tuttavia l’estensione e l’intensità degli impulsi aggressivi, sia nel bambino, sia nell’adulto nevrotico ed anche normale, ci induce a considerare estremamente probabile che l’istinto aggressivo sia una dotazione biologica, connessa al fatto e alla nozione fondamentali della vita come lotta. Pensare a come si comporterebbe un individuo dalla cui vita fosse soppresso ogni e qualsiasi stimolo sgradevole o frustrazione, è pensare utopisticamente, e non ha per noi alcun interesse.

La partecipazione degli impulsi aggressivi alla costruzione della personalità si ritrova in tutti gli stadi evolutivi dell’essere a partire dalla nascita. Il neonato, non appena comincia a respirare, grida, e il suo grido è di collera osserva Menninger. Subito dopo, e volta a volta la fame, le necessità di evacuazione, quelle relative alla pulizia, costituiscono altrettante sorgenti possibili di insoddisfazione e di dispiacere che provocheranno altrettante reazioni di aggressività: reazioni le quali, secondo il mio modo di vedere, sono quasi sempre altamente sproporzionate allo stimolo, in quanto mettono in movimento le energie aggressive fondamentali, psicobiologiche, così come un piccolo disturbo in un circuito elettrico può provocare gravi e allarmanti fenomeni di induttanza e di scarica.
La situazione fondamentale del neonato può dunque descriversi come segue. Il suo primo rapporto oggettuale (con la mammella materna) è di necessità un rapporto ambivalente, in cui si alternano o si fondono impulsi libidici e spinte aggressive e distruttive. Il bambino ha bisogno del seno materno e di tutto ciò che esso gli dà come nutrimento, calore, ecc. Al tempo stesso, reagisce aggressivamente alle inevitabili frustrazioni subite in tale fase. Come ebbi occasione di menzionare sommariamente nel mio lavoro sul «Complesso edipico», presentato al 1° Congresso Italiano di Psicoanalisi, il bambino, già in questa tenera età, tende ad incorporare oralmente, e a «internalizzare» psichicamente, le sue prime esperienze oggettuali. In caso di disturbo, rivolge aggressività sia all’oggetto esterno, sia a quello interno, e per difendersi quindi dalla sua stessa aggressività internalizzata, proietta impulsi aggressivi sull’oggetto, che diventa, o si conferma ulteriormente, « cattivo ». Le prime angosce e i primi sentimenti di colpa infantili, nonché i nuclei del Super-Io severo e « punitivo », sorgono appunto in seguito all’introiezione di oggetti « cattivi », che si schierano accanto e contro quelli « buoni », e la vita psichica inconscia del bambino si rende, quindi, ben presto largamente indipendente dalle circostanze esterne, Secondo Melanie Klein, alla, quale la psicoanalisi è debitrice delle più notevoli scoperte e deduzioni in proposito, intorno al sesto mese di vita, e in particolare all’epoca del divezzamento, il bambino presenta gli aspetti apicali di una situazione ch’essa chiama, la « posizione depressiva », in cui gli impulsi libidici sarebbero pressoché sommersi dall’aggressività internalizzata. Da tale posizione centrale scaturirebbero fenomenologicamente i più vari momenti e atteggiamenti evolutivi, ed è intorno a questa fase che si stabilirebbero i nuclei di ogni futura nevrosi o psicosi.
Queste vedute non sono accettate da tutti gli psicoanalisti, ma il loro fondamento metapsicologico si trova chiaramente enunciato in lavori di Freud, di Abraham e di Ferenczi. Già nell’opera Di là dal principio del piacere, Freud descrive la divisione che avviene nell’Es, per cui una parte dall’attività istintiva entra in conflitto con l’altra. Tale divisione è fatale, perchè solo in parte l’organismo riesce a estrovertire la distruttività e a dirigerla contro gli oggetti. Ma anche se vi riuscisse appieno, i processi introiettivi causerebbero comunque una nuova internalizzazione di aggressività, e un aumento della tensione interna. Si noti, inoltre, che nel primissimo periodo della vita la distinzione tra io e Non-Io manca, o è scarsamente delineata.
Su questa piattaforma metapsicologica possiamo, basarci per comprendere il carattere straordinariamente vario e fantastico della vita interiore del bambino nel primo anno. Nel già citato lavoro sul « Complesso edipico », io ho menzionato talune delle più comuni fantasie infantili, a coloritura spesso estremamente sado-masochistica, e come queste si ritrovino in una quantità di sogni, miti e favole. Le immagini dell’orco, del lupo divoratore, del drago ecc., non sono altro che i primitivi oggetti cattivi internalizzati, che entrano a far parte del Super-Io nucleare, e dietro i quali si celano le immagini parziali: o totali delle madre e del padre.

Da ciò che abbiamo sinora molto sommariamente esposto, risulta già chiara la parte fondamentale svolta dagli impulsi aggressivi nella prima infanzia. Se vogliamo adesso considerare le cose da un angolo più propriamente psicopatologico, non potremo non convenire con Melanie Klein e con altri che il bambino nel primo anno passa attraverso fasi che corrispondono notevolmente a quelle che nell’adulto si definiscono come psicosi e nevrosi, Non dobbiamo avere paura di chiamare le cose col loro nome, O i processi che abbiamo descritti corrispondono alla realtà, o non vi corrispondono Ora, quasi nessun analista si sente più di negare tale corrispondenza, e io ho notato, con soddisfazione che persino taluni dei primi avversari della «scuola inglese» di psicoanalisi si sono in tempi recenti grandemente avvicinati a queste tesi Lo stesso Nacht, che pur mostra dubbi circa il valore generale della «posizione depressiva» descritta da Melanie Klein, e che in una sua nota qualifica di « eccellente » l’acerba (e secondo me assai poco serena) critica di Glover alle teorie kleiniane, accetta in pieno le tesi dell’ambivalenza primitiva infantile, della precoce internalizzazione dell’aggressività, dei nuclei edipici del Super-Io e della funzione «modellatrice» di quei primi stadi evolutivi psico-istintuali, e indica la « impressionante analogia che esiste fra la descrizione della “situazione depressiva” e il contenuto di certi deliri paranoidi o cenestopatici, o le fantasie di certi schizofrenici».
Ma perché dovrebb’esservi «analogia», e non rapporto causale? Anche in questo caso, nulla di assolutamente nuovo sotto il sole. Nel 1926, ne La questione dell’analisi dei profani, Freud esprimeva l’opinione che «l’emergenza di una nevrosi nell’infanzia fosse non già l’eccezione ma la regola. Essa sembra una cosa che non possa essere evitata nel corso dello sviluppo…». Il fatto che l’individuo. che noi chiamiamo normale abbia superato, con i suoi mezzi tali eventi infantili non significa che essi non abbiano di per sè una connotazione patologica, e, non possano costituire, nei casi meno favorevoli, quelli che siamo abituati a chiamare «nuclei infantili» delle nevrosi dell’adulto. Le stesse conclamate «nevrosi infantili» non costituirebbero se non un mancato superamento di fasi nevrotiche o psicotiche della primissima infanzia.
Le situazioni nevrotiche infantili ben potrebbero essere, a loro volta, reazioni di difesa successive alle fasi di tipo psicotico descritte. Il bambino, secondo Melanie Klein, reagisce alla posizione depressiva con manifestazioni che essa chiama «maniacali», e in questa alternanza di momenti depressivi e momenti maniacali essa vede, tra: l’altro, la radice infantile della psicosi maniaco-depressiva. Nella nevrosi ossessiva si avrebbe, in particolare, sempre secondo la Klein, una difesa, contro angosce di tipo paranoide, provocate cioè dalla proiezione dell’aggressività su oggetti considerati. persecutori.
Un’ulteriore ,disamina di questi problemi ci porterebbe troppo lontano. Conveniamo. che si tratta di, un lavoro per buona parte ancora da svolgere, e a cui le osservazioni geniali di Melanie Klein hanno aperto soltanto la via. Qui accontentiamoci di considerare ancora la funzione, dell’aggressività nelle fasi infantili in cui le nevrosi dell’adulto, prendono radice.

Abbiamo già accennato al fatto che i limiti entro i quali il bambino piccolo può sfogare all’esterno la propria aggressività sono abbastanza ristretti: anzitutto a causa della non netta distinzione tra Io e Non-Io nella primissima infanzia; e in secondo luogo perchè esso è portato fatalmente a internalizzare e far suoi, nella fase orale, gli stessi oggetti contro i quali rivolge la sua aggressione. Aggiungiamo ora un terzo elemento, che interviene cronologicamente più tardi: la opposizione reale dei genitori o degli educatori alle sue manifestazioni aggressive. Se infatti sino ad una certa epoca coloro che hanno cura del bambino non si oppongono a tali manifestazioni, ben presto si adopereranno a frenarle, e già nel secondo anno, e nel migliore dei casi, il bambino si troverà a non poter attaccare o distruggere, nella misura in cui vorrebbe, gli oggetti a lui circostanti; e ciò non soltanto in seguito a divieti, minacce e punizioni, ma anche per tema di perdita di amore da parte degli adulti di cui ha più bisogno.
Hanno dunque ragione Hartmann, Kris e Loewenstein quando scrivono: « Tutti i rapporti umani sembrano costantemente colorati dal fatto che le prime relazioni d’amore nella vita del bambino si sono formate in un’epoca in cui coloro che esso ama sono quegli stessi che gli dispensano nello stesso tempo soddisfazioni e insoddisfazione».
Dato che ci occupiamo dell’aggressività nelle nevrosi, dovremo di necessità trascurare ciò che avviene nei casi normali, in cui l’aggressività viene «legata» dalla libido, parzialmente sublimizzata, e parzialmente deflessa verso obiettivi e scopi compatibili col benessere sia dell’individuo, sia del suo ambiente; e dovremo altresì trascurare il problema degli sbocchi criminali dell’aggressività, che hanno formato, fra l’altro, oggetto di un recente congresso internazionale.. Nella nevrosi, l’individuo non riesce a canalizzare l’eccedenza della sua aggressività se non per vie traverse, e il risultato di questi distornamenti e introflessioni sarà la formazione del sintomo. Lo stesso sintomo nevrotico racchiude in sé aggressività deviata e ingorgata, e contiene dunque elementi di autopunizione legati a sentimenti di colpa e a masochismo psichico. Ciò appare tanto più evidente, quanto più profondo è il nucleo della nevrosi: molto più, perciò, nelle forme depressive e melanconiche, e nelle nevrosi ossessive; meno nelle fobie e ancor meno nell’isterismo di conversione – forme in cui l’impulso aggressivo è maggiormente (ma sempre incompletamente) amalgamato con la libido. In termini kleiniani, potremmo dire che quanto meno profonda, evolutivamente, è la radice della nevrosi, tanto meno sfavorevole è la coesistenza degli oggetti buoni e cattivi internalizzati, e tanto meno lesivo dell’integrità dell’Io è il sistema difensivo adottato, ancorché l’Io sembri comunque offrirsi come vittima dell’aggressività non liquidata. Giova qui ricordare le penetranti anticipazioni di Rado, che sin dal 1934, in un lavoro presentato al Congresso Internazionale di Lucerna, formulò il «Tentativo di una teoria masochistica delle nevrosi » A tale concezione si sono in tempi più recenti ravvicinati tutti coloro che hanno. sottolineato quanto nei nevrotici siano immanenti il sentimento di colpevolezza e il bisogno di sofferenza e di autopunizione Anche Nacht chiama « masochistico». il ripiegamento sullo individuo della propria aggressività, e ne. indica la funzione nella eziologia di varie nevrosi. E Maryse Choisy, nel suo Anello di Policrate, generalizza queste vedute e attribuisce a tale meccanismo non soltanto i sentimenti di colpa, le autopunizioni e le sofferenze dei nevrotici, ma una gran parte del dolore che l’uomo, da tempo,-immemorabile, ha costantemente inflitto a ,se stesso.
In un’attenta considerazione psicopatologica della funzione dei fattori aggressivi nelle nevrosi si deve tuttavia costantemente badare, a mio avviso, a quel che è primario e a quel che è reattivo o difensivo. Ciò che Melanie Klein sembra aver alquanto trascurato, è la libidizzazione masochistica cui il bambino – e, nell’inconscio, il nevrotico adulto – appare spesso sottoporre l’aggressività proiettata. Io non sono convinto, come Bergler, che questo desiderio di soffrire sia primario.; ma convengo pienamente con lui quando afferma che molte volte l’aggressività centrifuga è più apparente che reale, e serve a nascondere un. più profondo desiderio di sofferenza. Questo desiderio, Bergler lo riconduce a un primitivo e irriducibile atteggiamento orale-passivo del bambino, a cui nel maschio corrisponderebbero, per esempio nelle fasi successive a quella orale, il desiderio di essere penetrato., e l’identificazione sul modo femminile (complesso edipico negativo). A mio modo di vedere, tali atteggiamenti contro i quali, come giustamente nota Bergler, si levano difese pseudo-aggressive – sono essi stessi un primo tentativo di accomodamento «masochistico» del bambino di fronte agli oggetti da cui si immagina minacciato o aggredito. Ma la vera, aggressione è pur sempre primaria. «Il bambino» è giunto ad affermare Bergler «percepisce l’atto di essere allattato come una aggressione materna». Non credo. A mio avviso il bambino cerca originariamente il seno materno con libido mista ad aggressività, e solo in un secondo tempo, dopo aver sperimentato insoddisfazione, il seno materno può, per proiezione, apparirgli «cattivo», cioè aggressivo. Il bambino cerca allora; tra l’altro, di libidizzare masochisticamente le sue esperienze, e si difende alternativamente dall’accettazione di questa posizione masochistica con nuova aggressione e sadismo Una bambina. Di due mesi, da me osservata, presentò per circa 10 minuti queste alternanze. La madre tardava ad allattarla. La bambina, allora, dopo aver pianto disperatamente, succhiava con frenesia le sue dita .e pareva per un momento, ma non completamente, placarsi; poi allontanava con rabbia la sua mano, e ricominciava a piangere, e così fece a varie riprese. Metapsicologicamente, potremmo dire che essa cercava, volta a volta, uno sfogo aggressivo contro l’oggetto, poi di assuefarsi all’oggetto cattivo mediante una carica di.libido orale (posizione masochistica); e quindi gli rivolgeva una carica, aggressiva secondaria (sadistica). Con questa aggressività secondaria abbiamo spesso a che fare. nei nevrotici adulti, Attraverso l’analisi, appare l’atteggiamento masochistico, che a mio avviso è terribilmente difficile a liquidare, perchè la sua liquidazione ripone temporaneamente l’individuo in una situazione di disimpasto quasi completo degli impulsi primari. Solo attraverso un costante distanziamento e un’accurata interpretazione del transfert, si possono ottenere nuove e più soddisfacenti fusioni di aggressività e di libido, staccare il soggetto dalle posizioni sado-masochistiche, e condurlo ad assumere atteggiamenti istintuali di tipo adulto.

Dopo questa esposizione a carattere soprattutto teoretico, ma che era pur necessaria per intendersi, e, credo, utile non foss’altro per i momenti euristici che contiene, passiamo ora a descrivere sommariamente alcuni aspetti e quesiti fenomenologici che presentano le nevrosi dell’adulto quando consideriamo in esse la funzione degli impulsi aggressivi.
Nell’Isterismo di conversione l’elemento aggressivo appare spesso sia nel carattere doloroso dei sintomi, sia come componente degli impulsi rimossi, sia – infine – nella identificazione inconscia del soggetto o di una parte del suo corpo con l’oggetto o parte dell’oggetto, inconsciamente aggrediti L’arto apparentemente paralizzato è sovente ai tempo stesso l’oggetto di un’autopunizione, e il sostituto simbolico di una parte della persona originariamente osteggiata (ad es., del membro paterno). L’assalto isterico rappresenta, fra l’altro, una scarica di aggressività.
Nell’isterismo di angoscia e nelle fobie troviamo tutta una gamma di eccedenze dell’impulso aggressivo rispetto alla libido, gamma probabilmente relativa al minore o maggior grado di regressione. Freud aveva visto giusto allorché additava gli elementi aggressivi nella situazione fobica del piccolo Hans. Come è noto, il sintomo fobico non è che un tentativo di obiettivare l’angoscia, e debbo dire che nella mia pratica non ho ancora trovato un caso di isterismo d’angoscia senza idee fobiche. Naturalmente, anche il grado di obiettivazione è variabile: meno accentuato nelle paure fobiche di ammalarsi, di morire, o di impazzire; chiarissimo nelle fobie di animali, o verso particolari tipi di individui o di oggetti, o nell’agorafobia. L’auto-aggressione appare più interiorizzata nei primi casi (più gravi), meno nei secondi, nei quali è almeno parzialmente estroflessa. Tuttavia gli oggetti primari, inconsciamente aggrediti nella paura ad esempio di morire o di essere uccisi, possono essere attaccati indirettamente anche nelle fobie in cui una persona assolve la funzione di «protettore». La madre che accompagna per la strada la figlia agorafobica elimina la paura, ma ridiventa al tempo stesso inibitrice rispetto agli impulsi rimossi, e quindi è oggetto di aggressione.
Nelle nevrosi ossessive troviamo, unanimemente riconosciuta in psicoanalisi, una struttura dinamica essenzialmente.sado-masochistica, in cui Nacht rileva i punti seguenti: 1) un Super-lo crudele, il, cui sadismo è alimentato da una forte aggressività introflessa: 2) ambivalenza affettiva, che risulta da un tipico disimpasto di impulsi aggressivi ed erotici; 3) il significato del sintomo ossessivo (o il suo vantaggio economico) quale soddisfazione libidica regressiva; 4) la funzione «espiatoria» del cerimoniale ossessivo.
Questa descrizione a mio avviso è incompleta. Oltre alle ben note caratteristiche dell’introflessione dell’aggressività attraverso il Super-lo, e della funzione riparatrice degli atti cerimoniali (sindrome indiscutibilmente autopunitiva), troviamo nella nevrosi ossessiva forti aliquote di aggressività anche da parte dell’Io contro il Super-lo, spesso difficili a riconoscersi perché inestricabilmente connesse con le manovre espiatorie. Negli stessi cerimoniali si tenta di ridurre ad absurdum i comandi del Super-lo; l’abitudine degli ossessivi di chiedere consigli al primo venuto cela deprezzamento dei consigli stessi (e ciò va tenuto conto nell’analisi del transfert); negli atteggiamenti ossessivi, infine, riappaiono non solo impulsi libidici, ma anche forti impulsi aggressivi rimossi, come nel caso di un mio analizzando il quale, in apparenza per cercare consiglio ed aiuto, letteralmente torturava il padre con lunghissimi racconti dei propri problemi e delle proprie sofferenze ;o come in quello, riferitomi da un collega, in cui il paziente, soffrendone, si sentiva costretto a telefonare circa trenta volte ai giorno alla propria moglie. Del resto, anche indirettamente, si sa bene quale somma di tormenti infliggano gli ossessivi ai loro familiari, o alle persone che li circondano!
Anche nel caso di questa nevrosi, come in quelli delle nevrosi prima menzionate, occorre sempre, analiticamente, risalire dagli atteggiamenti aggressivi secondari a quelli masochistici e primari, mettendo in luce i desideri passivo-masochistici che hanno preceduto alcuni meccanismi auto-aggressivi ed auto-punitivi della nevrosi adulta, e i tentativi più o meno riusciti di estrovertire l’aggressività.
I tre momenti aggressività primaria, libidizzazione masochistica, auto ed etero-aggressività secondarie – cui abbiamo più volte accennato, si ravvisano in modo particolarmente chiaro nelle sindromi depressive. La descrizione classica del meccanismo fondamentale della depressione melancolica è ben nota. Il melancolico ha introiettato l’oggetto perduto, inconsciamente odiato, e aggredisce, in se stesso, colui o colei in cui si identifica. O, per esprimerci nei termini di Glover: « Il Super-lo attacca l’Io, ma nello stesso tempo attacca l’oggetto introiettato nell’lo… In tal modo (esso) ripete la fase infantile dell’introiezione d’immagini oggettuali (genitoriali) che non può più amare se non a prezzo di una frustrazione intollerabile..,».
Tale meccanismo appare maggiormente chiaro se lo esprimiamo in termini più aggiornati. In quella che Melanine Klein chiama la posizione depressiva infantile il soggetto, come abbiamo indicato, è quasi sommerso dall’aggressività da esso rivolta agli oggetti internalizzati (madre) e dai conseguenti sentimenti di colpa. Le autoaccuse della posizione depressiva, secondo Melanie Klein, sono, più ancora che interiorizzazioni di quelle prima rivolte contro l’oggetto, dirette contro l’aggressività dell’Es, che ha distrutto o potrebbe distruggere l’oggetto amato. La situazione è aggravata dalle periodiche sottrazioni della mammella durante l’allattamento, e raggiunge il suo apice all’epoca del divezzamento. Vediamo dunque che nel melancolico, o in quella melancolia in statu nascendi che è la posizione depressiva, il soggetto è masochistica mente legato all’oggetto insoddisfacente, e che la sua aggressività reattiva non riesce quasi affatto ad estroflettersi a causa del livello orale-incorporativo a cui si svolgono i processi, e dell’intolleranza del Super-lo primitivo. Il melancolico grave è inattivo, non ha appetito, è insensibile a qualsiasi soddisfazione. Solo indirettamente esso può far soffrire chi lo circonda, rendendo l’ambiente partecipe del suo stato di frustrazione, lamentandosi e, d’altronde, rimanendo sempre scontento di ciò che l’ambiente gli prodiga, e ripristinando così continuamente lo stato di frustrazione primitivo.

Non sembra possibile, dato il carattere di questa relazione, diffondersi ad indicare, sia pur schematicamente, come abbiamo fatto sin qui, il giuoco degli impulsi aggressivi in altre forme di nevrosi: ad esempio, in varie nevrosi di carattere, nelle disfunzioni psico-sessuali, e in molte sindromi psicosomatiche. Di fatto, sarebbe necessaria un’ampia trattazione specifica per ognuna di tutte queste forme nosologiche, mentre in questa sede abbiamo voluto dare, dopo un excursus psicopatologico generale, soltanto alcuni esempi di come i criteri introdotti possano applicarsi allo studio di importanti affezioni nevrotiche. Più opportuna, probabilmente, sarà la descrizione di un caso clinico da me investigato, con particolare riguardo ai meccanismi aggressivi ed auto-aggressivi in esso rilevabili.
Si tratta di una signora ventitreenne, che chiameremo Diana, divorziata da tre anni, e risposata da un anno. Il padre è morto quando essa aveva undici anni; la madre, convivente con lei e col marito, ha una nevrosi di carattere, con tratti ossessivi e, a volte, di tipo paranoide.
La sorella, di otto anni maggiore, vive lontano, e anch’essa è divorziata. Il padre era un tipo incostante. Scarsamente fedele, giocatore. Diana ha avuto un terribile incidente di culla nel settimo mese – incidente in cui ha subito, una grave mutilazione al viso Prima del matrimonio ha avuto rapporti con altri tre o quattro uomini – rapporti più o meno brevi, e tutti troncati per circostanze apparentemente esterne.
Diana è venuta in analisi denunciando una diffusa nevrosi di carattere, con frequenti esplosioni di aggressività specialmente verso il marito e la madre, e gelosia morbosa nei riguardi del marito. Si dichiara impossibilitata ad avere figli, dopo tre o quattro aborti procurati. Il suo atteggiamento è estrovertito e gaio, a volte lievemente insolente. Veste con estrema eleganza, si mostra assai sicura di sé, e ostenta un notevole cinismo nei riguardi delle sue avventure preconiugali, dichiarandosi disposta a ricominciare per rendere la pariglia al marito, che secondo lei è un donnaiuolo impenitente.

L’analisi scopre facilmente il carattere reattivo di tanta aggressività. Diana non può realmente amare nessuno, date le terribili esperienze d’infanzia in cui si è sentita aggredita dalla madre, che essa rende responsabile della mutilazione subita, e a cui è mancato improvvisamente il latte in quella circostanza L’idea di essere stata aggredita si è estesa a tutto il mondo della sua infanzia, in cui essa si è trovata a dover subire più di un intervento chirurgico. Verso il sesso maschile, in particolare, la sua aggressività si manifesta nel deprezzare l’uomo, da cui desidera soltanto il proprio godimento sessuale, e il marito, del quale mette in luce solo i tratti negativi. Nessun uomo le ha mai dato un senso di sicurezza: meno di tutti. il padre, che avrebbe dovuto essere il sostegno della famiglia, e per il cui comportamento la famiglia stessa, invece, temeva continuamente l’abbandono e la rovina morale e finanziaria.
La gelosia nei riguardi del marito ripete, naturalmente: in primo luogo la sua aggressività infantile nei confronti della figura paterna malsicura. Diana vuol controllarlo, essere certa ch’egli è sempre e soltanto a sua disposizione. Quando pensa di tradirlo, desidera, coscientemente, di vendicarsi, punirlo delle sue (vere o presunte) infedeltà, mostrare a se stessa come avrebbe dovuto comportarsi quella sciocca di sua madre, che invece è rimasta fedele, a suo padre per tutta la vita.
Ma sotto questa corazza di aggressività si celano motivi ben diversi. L’analisi mette in luce anzitutto alcune, inconsce determinanti omossessuali, nella sua gelosia, non molto importanti a dire il vero, e soprattutto inerenti ai pericoli da Diana percepiti nell’accettazione completa. Della sua femminilità, che a causa della mutilazione subita non.può scindere dall’idea di evirazione, La, scoperta di queste componenti accentua l’aggressività verso, il marito e verso l’uomo, divenuti rivali, che essa. vuole evirare e di cui vuole, appropriarsi il membro. Il suo desiderio di rappresaglia contro il marito, in questo periodo, la porta ad incontrare uomini giovani; che tuttavia si manifestano del tutto o quasi.inibiti, probabilmente in seguito: alla loro percezione inconscia degli stessi desideri di evirazione, immanenti: nella protagonista.
Il progresso ulteriore dell’analisi rivela motivi ancora più profondi. Appaiono tratti incorporativi, orali e oculari, nel suo insaziato desiderio del membro maschile, e nel suo interesse per le avventure del marito. Essa; vuole, per così dire, continuamente un cibo fallico. Ma non è soddisfatta, ogni suo atteggiamento, d’infedeltà le provoca angosce fortissime, di cui cerca di liberarsi attraverso nuove avventure. La sua, angoscia diventa insostenibile, se il marito parla di separazione.
Appaiono infine a questo punto i meccanismi primari, inerenti alla fase orale. Diana ha cercato disperatamente di libidizzare i suoi traumi infantili, la perdita del seno materno, gli oggetti insoddisfatti esterni ed. interni. Sotto lo aspetto della donna aggressiva, «,fallica»,: impavida, si cela la bambina angosciata e terrorizzata, e il nucleo della sua nevrosi, che la psicoanalisi deve attaccare e distruggere, è proprio il masochismo ch’essa nasconde, la sua ricerca inconsapevole di situazioni in cui. sarà ulteriormente frustrata. Il Super-lo primitivo, che apparentemente le permette di prendere ogni iniziativa, la costringe viceversa a non poter sfuggire alle frustrazioni. Si scopre così che alla base. Della sua gelosia e dell’aggressività verso il marito c’è un bisogno di sperimentare, o d’inventare, nuove situazioni di sofferenza; lo tradisce, apparentemente per evirarlo, ma in fondo, per essere da lui maltrattata e vilipesa – magari nella, sua fantasia, Ciò che in fondo vuole dagli uomini è «non tanto farli soffrire, quanto riceverne motivi di sofferenza. Si proclama libera e indipendente, e va in cerca. di situazioni in cui più acuta appare la sua dipendenza dal marito, dalla madre e dalle circostanze esterne.
Naturalmente questi diversi momenti strutturali della sua nevrosi si riscontrano via via nella situazione analitica e nel transfert. In un primo tempo. essa manifesta verso l’analista atteggiamenti di sicurezza e di dominazione, mostra la sua intelligenza (in verità non comune), «intellettualizza» l’analisi. Ma volta a volta appare il desiderio – così contrario alle sue intenzioni coscienti – che l’analista la deluda, che l’analisi fallisca e costituisca per lei un’ulteriore esperienza mancata. Più d’una volta, razionalizzandone i motivi, pensa di troncare l’analisi, Infine ha dei sogni in cui l’analista la possiede mostrandole in pari tempo indifferenza, o in cui egli presenzia, rendendoli impossibili, ai suoi rapporti sessuali col marito.
Dopo che sono state sufficientemente esplorate anche queste posizioni nucleari per mezzo dell’analisi, Diana, che anche in base a parere ginecologico si riteneva impossibilitata ad avere figli, e oscillava tra il desiderio di sottoporsi a un atto operatorio (coazione a ripetere!) e quello di seguitare a poter avere rapporti sessuali.senza timore di conseguenze, rimane incinta, e ne reca trionfante la notizia all’analista.
Vediamo in questo una svolta decisiva delle sue posizioni istintuali. Diventare madre significherà per lei non soltanto trovare finalmente un oggetto buono, e accettabile, ma uscire dalla situazione masochistica, poter liberare, per lo meno in buona parte, la sua libido dalla sua aggressività, integrare quindi i suoi impulsi nell’Io rafforzato, identificarsi con la madre superando l’angoscia derivante dall’aggressività infantile diretta contro la stessa figura materna, moderare il suo Super-Io, rinsaldare positivamente il suo legame col marito.

***

Sebbene schematico, e a mio avviso più destinato ad aprire un capitolo di psicoanalisi che non a chiuderlo, questo lavoro non può non prendere in sommario esame almeno alcuni dei criteri analitici e pratici che discendono da quanto abbiamo esposto.
Nel lavoro analitico occorre, in primo luogo, una volta ottenuta una sufficiente comprensione della struttura essenziale della nevrosi, attaccare le difese che l’Io, attraverso uno o.più dei vari meccanismi che Anna Freud ha descritti in una .sua opera ormai classica, oppone inconsciamente agli impulsi aggressivi.
E’ necessario tuttavia far sì che l’aggressività in, tal modo liberata non vada ad aumentare i processi autopunitivi che l’analisi invece intende indebolire e distruggere. Ciò non si può fare se non attraverso un attento sfruttamento del transfert, evitando di creare situazioni d’indulgenza e di sostegno, che se appagano inconsce esigenze di controtransfert nell’analista non provetto, impediscono in un primo tempo al transfert negativo di manifestarsi, e in un secondo tempo, fatalmente, rafforzano il bisogno inconscio di frustrazione: poiché l’analizzando o si. attaccherà, sine die all’analista, o gli rivolgerà, noti appena questi tenterà di negargli i suoi «doni» affettivi, nuova, aggressività in modo infantile, sentendosi in pari tempo colpevole e rafforzando il proprio masochismo.
Attraverso l’analisi serena delle manifestazioni negative del transfert, si ottiene invece la progressiva presa, di coscienza anzitutto dei sentimenti di colpa, e dell’auto-aggressività, e poi delle posizioni masochistiche primarie, dalle quali procede il bisogno di aggredire. Prima di questa, analisi, qualsiasi soddisfazione -positiva è inconsciamente respinta, data la coazione ,che spinge il nevrotico a ripristinare costantemente situazioni frustranee. Come osserva Nacht, il, soggetto deve .prender coscienza che per lui l’odio – contro se stesso: e contro altrui — «è diventato necessario quanto l’amore». Il cerchio malefico:.frustrazione-aggressività-frustrazione – non può esser rotto se non con l’analisi del transfert, che a poco a poco, apre, la via agli investimenti libidici positivi.
In tale analisi, è necessario per quanto possibile considerare accuratamente a quale «momento» appartenga l’aggressività manifestata. Specie – nelle sindromi depressive, ci troviamo spesso dinnanzi al seguente quadro: il paziente presenta «difese di carattere» che assumono la forma di docilità, arrendevolezza, gentilezza; queste difese celano, naturalmente, atteggiamenti ed impulsi aggressivi, ma sono in relazione col masochismo primario. Sarebbe un grave errore interpretarle in funzione di questo. Occorre anzitutto, specie nel transfert, operare una comparsa alla coscienza e una estroversione dell’aggressività reattiva; e solo in un secondo tempo si potrà indicare al soggetto che tale aggressività serviva a sua volta di copertura al suo bisogno intrinseco di sofferenza.
In un caso di depressione da me analizzato, la signorina L., durante la seduta analitica, manifestò il desiderio di prendere una statuetta che si trovava, sopra un mobile e di coricarla. Dato che l’analisi aveva in quel periodo a che fare con gli aspetti più superficiali dell’aggressività, io interpretai subito quell’idea come il desiderio di mettere me in una posizione passiva, ed L. accettò tale interpretazione. Avrebbe invece non compreso o respinto quella, indubbiamente altrettanto giusta ma molto più nucleare, secondo cui la statuetta coricata raffigurava il soggetto stesso, L., così come lo voleva il suo inconscio masochismo.

***

Altri psicoanalisti hanno enunciato, o vorranno enunciare, suggerimenti e deduzioni di carattere profilattico in merito alla auto-aggressività, masochistica del singolo o del gruppo, e ai modi sia di temperarla, sia d’impedirne, le manifestazioni reattive sul piano sociale. Non v’è dubbio che un miglior, comportamento dei genitori, una loro maggiore sensibilità alle esigenze infantili, una loro cura, non, tanto, nell’evitare frustrazioni al bambino quanto nel deflettere, canalizzare, sublimizzare la sua aggressività potranno portare a situazioni d’infanzia meno favorevoli all’insorgere delle nevrosi nell’età adulta. Non dobbiamo, tuttavia, essere troppo ottimisti, perchè l’ottimismo è generatore di illusioni. Solo considerando il compito ,che ci spetta come estremamente difficile, noi potremo mobilitare le nostre energie psichiche per assolverlo nel modo,migliore; potremo esercitare un’influenza benefica, più indiretta che diretta, sulle generazioni venture; potremo ottenere un mondo più sano da genitori più sani; e, soprattutto, nella lotta, contro le forze individuali e collettive di distruzione, potremo impiegare costruttivamente, sotto il segno dell’amore, la nostra stessa aggressività.

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