G. Banissoni
Aggressività e conoscenza
Rivista di Scienze applicate all’educazione fisica e giovanile, Roma, settembre-dicembre 1933.
Rivista di Psicoanalisi n.2 – 1934

Il Banissoni ha tenuto la sua prolusione all’anno accademico 1933-34 dell’Accademia Fascista di Educazione fisica e giovanile su uno dei temi più interessanti che possa oggi proporsi tanto lo psicologo quanto l’uomo colto in genere. Il “fattore” aggressività appare in primo piano nella vita contemporanea. Studiarlo, conoscerne per quanto è possibile le origini, valutarne la portata, vedere se e come si possa utilizzarlo a fini culturali e sociali, è quanto hanno fatto e fanno numerosi ricercatori, sulla cui linea si pone il Banissoni che ne riassume e ne integra con molta acutezza le conclusioni.
Dopo aver osservato che sull’aggressività si sono pronunziati in misura molto maggiore filosofi moralisti, uomini politici ecc. che non persone di scienza, il Banissoni si rivolge agli autori che si sono occupati degli istinti, e ricorda in proposito le definizioni e le classifiche di De Sanctis, di Lipmann. di Bühler, di Piéron, di Mc Dougall, ecc.; per soffermarsi più lungamente sulle recenti formulazioni di Freud: questi, come è noto, nel 1920 (Jenseits des Lustprinzips) è venuto a “una nuova divisione degli istinti: istinti di vita e istinti di morte, con non più uno, ma due ben distinti dinamismi propulsivi: la libido e l’aggressione, soggiacenti però ad una comune necessità: la coazione a ripetere, la forza d’inerzia della materia vivente”. L’aggressività appare dunque come facente parte di un istinto primario, che per essa si estroverte, ed è “una forza che non si può distruggere, come nessuna forza si può distruggere”. Si tratta piuttosto di vedere come si può regolarla. Sulla scorta del Mc Dougall e del Hose, il Banissoni fa osservare che alcuni esempi di una regolazione del genere si trovano anche presso tribù selvagge, in cui la deviazione dell’aggressività è tanto una valvola di sicurezza per evitare dissidi interni, quanto un coefficiente attivo per il mantenimento di un livello sociale superiore.
Ma l’aggressività, prosegue il Banissoni “è suscettibile, oltre che di deviazioni, di mescolanze, di rimozioni, di repressioni, di sublimazioni, processi atti a servire alla vita, a tonificarla a rinvigorirla, a migliorarla. Vi è a questo proposito, una tecnica, una economia, una regolazione dinamica degli istinti, che chi vuole valorizzare questa profonda e inestinguibile sorgente di forze individuali e sociali deve conoscere”.
Il Banissoni si sofferma particolarmente sul processo di sublimazione; ne ricorda vari esempi, dal giuoco allo sport, all’insegnamento, all’apostolato: e menziona, quale esempio di sublimazione “più vivo, grandioso, più attuale, quello dato dal Fascismo”: esempio che trova “la più compendiosa ed espressiva testimonianza” nelle parole del Duce a Littoria: “son queste le battaglie che io prediligo”. Il relatore sottolinea opportunamente il fatto che nella sublimazione non vi è perdita di energia, ma solo trasformazione, e si fonda per la sua dimostrazione tanto su accertamenti scientifici quanto su pratiche osservazioni, desunte dalla propria quotidiana esperienza.
Infine il Banissoni esamina quella particolare sublimazione dell’aggressività che specialmente interessa gli studiosi: “La sublimazione dell’aggressività nell’apprendere, nello studio, nella ricerca scientifica”. Mediante il metodo sperimentale il ricercatore aggredisce veramente la natura, per uno scopo altamente morale. “Ecco il passivo accumulo del materiale di nozioni allacciato a qualcosa di vivo: l’istinto di conquista, di possesso. Il sapere come bella e pacifica preda, come oggetto della nostra paziente diuturna fatica, come mezzo di arricchimento, di ampliamento di domini, di possibilità… Quando noi facciamo defluire verso l’arido astratto concetto di conoscenza il concetto di una sempre zampillante forza istintiva: l’aggressività, ecco rendersi più accetto tutto il sapere e la sua acquisizione”. D’altra parte “la conoscenza, il sapere non hanno soltanto aggressività in quelle manifestazioni di punta che sono la ricerca di nuovi veri, l’indagine di laboratorio, la soluzione di un problema, ma, secondo noi, ogni processo conoscitivo si può legittimamente ricollegare all’istante aggressivo”.
Su quest’ultimo punto il Banissoni particolarmente si diffonde, facendo notare che già “la semplice sensazione è la conquista di una realtà presente ed attuale”, e che tale conquista prosegue ed è in atto in ogni processo conoscitivo, s’intende in modo più o meno evidente. Egli insiste, poi, perché venga compiuto nella psicologia sperimentale “un sistematico, esplicito ricollegamento di ogni singola funzione psichica (ma particolarmente di quelle legate alla conoscenza) a singole specifiche tendenze istintive. E cita, ad appoggio della sua concezione della conoscenza come aggressività i pareri di De Sanctis, di Weiss, di Uxküll.
La bella relazione del Banissoni, corredata di molte note illustrative e di una bibliografia aggiornata, in cui si tiene il dovuto conto (come del resto in tutto il lavoro) dei contributi arrecati dalla Psicoanalisi all’importante problema, va consigliata a tutti coloro cui interessino gli odierni sviluppi della psicologia scientifica e le sue vaste applicazioni educative e sociali.
EMILIO SERVADIO

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