Il Fascino infallibile arma di tutte le donne
Arianna aprile 1969

Belle si nasce ma affascinanti si diventa. Il segreto? Lo conosceva già Cleopatra e ogni donna, anche la meno bella, lo può intuire. Queste pagine vogliono essere una piccola guida a quella segreta qualità femminile che i francesi chiamano charme.

COSA NE PENSA LO PSICOLOGO: ALLE ORIGINI C’È UN PIZZICO DI “MAGIA”

Qualche volta, il significato di un fenomeno comincia ad apparirci più chiaro se ci si riferisce da vicino alla parola che lo esprime, e ai suoi significati originari. Il termine fascino, come tutti sanno, deriva dal latino « fascinum ». Il primo significato del vocabolo – si noti – è stato quello di « malia » e di « influenza malefica ». Solo in tempi più recenti esso ha assunto connotazioni positive anziché negative, ed è venuto ad esprimere potenza di attrazione e di seduzione.
Vogliamo provare, allora, a indagare per un momento sugli aspetti ritenuti « malefici » del fascino, nella speranza che tale indagine ci aiuterà a meglio comprenderne gli aspetti benefici? Gli elementi negativi di un processo ci aiutano spesso a capire meglio quelli positivi, così come la patologia allarga le nostre conoscenze della fisiologia, e la natura dei fenomeni luminosi si approfondisce studiando le eclissi.
Nel suo aspetto temuto e tenebroso, il « fascino » fa tutt’uno col malocchio.
Coloro a cui si attribuisce tale potere (da moltissimi ritenuto obiettivo, ma mai, peraltro, documentato in sede scientifica), sono spesso individui di aspetto ripugnante, ma soprattutto persone insoddisfatte, malevole, invidiose (parola, quest’ultima, che deriva dal latino « in » e « video », ossia « guardo con propositi lesivi »). Tuttavia è praticamente impossibile definire con esattezza le caratteristiche di colui o colei a cui si attribuisce il fascino malefico, o malocchio, proprio come è difficile, se non impossibile, descrivere con esattezza i tratti specifici di coloro dei quali si dice, in senso positivo, che esercitano un « fascino » speciale.

Difesa quasi impossibile a una minaccia che ci può fuggire

Si ha dunque l’impressione che, in un caso come nell’altro, convenga spostare alquanto l’accento, e rivolgersi a quello che avviene non tanto nel soggetto che « affascina », quanto in colui o coloro che si ritengono o vengono « affascinati », pur tenendo presente che in entrambi i casi si tratta di relazioni binomiali, nelle quali, cioè, non è praticamente possibile separare con un taglio netto il soggetto attivo dal soggetto passivo.
In che cosa consiste, dunque, la « paura » del fascino malefico, del malocchio? Ricerche psicologiche e psicoanalitiche approfondite hanno appurato che quello che si teme da colui o colei a cui si attribuisce il malocchio è, a un certo livello della psiche inconscia, l’essere lesi o menomati o mutilati in organi o funzioni vitali, specialmente per quel che si riferisce alla propagazione della specie. E’ stato osservato che le presunte « vittime » del malocchio sono prevalentemente individui deboli (come bambini, o ammalati), o persone in particolari condizioni (magari transitorie) di debolezza e vulnerabilità (per esempio, le donne in stato interessante). Uno degli elementi più decisivi a prova della tesi anzidetta è costituito dagli oggetti e dai gesti « difensivi » adoperati in vastissime aree di cultura per « stornare » il malocchio. Basta riflettere ai gesti e agli amuleti a ciò preposti per constatare che il « materiale » in questione ha regolarmente a che fare (in modo diretto, oppure simbolico) con attività od organi inerenti alla conservazione e alla propagazione. Si direbbe che la persona che si sente inconsciamente minacciata voglia, effettuando un dato gesto, o toccando – quasi per una ricerca d’aiuto – un amuleto, riaffermare l’esistenza e l’integrità di quello che, nella sua fantasia, è stato preso di mira.
A questo livello, abbiamo dunque una presunta minaccia, e la corrispondente difesa.
Ma non si tratta del livello psicologico più profondo. Come chi scrive ha avuto modo di dimostrare già diversi anni or sono, la paura del malocchio ha origini ancor più radicali, e può ricondursi a fasi di evoluzione psichica in cui « guardare » o «essere guardati » corrispondono a « mangiare » o « essere mangiati ». Sono equazioni, queste, di cui troviamo ampie tracce in espressioni popolari e adulte come « mangiare con gli occhi », « sguardi famelici », e simili. Se ci si riferisce all’infanzia, constatiamo che il bambino « divora con gli occhi », assai spesso, e anche molto aggressivamente, quando nelle sue prime esplorazioni della realtà circostante vuole « impadronirsi » degli oggetti che lo attorniano e costituire così il suo patrimonio psichico. Ma il bambino può anche immaginare che « altri » possano avere nei « suoi » riguardi le medesime velleità e intenzioni, per dir così, « cannibalistiche »: immagina e teme, cioè, di poter essere egli stesso divorato (si noti che da ciò, in sostanza, derivano le infinite elaborazioni delle fiabe, relative al tema dell’orco o della strega che mangiano i bambini). Naturalmente, questi meccanismi sono inconsci nell’adulto, e se nella maggioranza dei casi ne rimangono soltanto tracce, in molte persone non è così, e le antiche paure infantili possono risorgere in forma derivata. Una di queste forme è, appunto, la paura del malocchio, ossia del « fascino » negativo ed esiziale. E’ la paura diffusa, arcaica, universale ed inconscia di una aggressività vogliosa, di tipo orale-incorporativo. E’ l’antico terrore di essere mangiati.
Giunti a questo punto, abbiamo individuato sia due livelli del « fascino », considerato nel suo aspetto negativo e temibile, sia i meccanismi psicologici fondamentali che agiscono rispettivamente all’uno e all’altro livello. Al livello meno profondo – ma pur sempre inconscio – il fascino malevolo si potrebbe definire come un minaccioso invito a lasciarsi danneggiare, specie per quanto riguarda, come si è detto, gli organi e le funzioni vitali e genetiche. A tale presunta intenzione l’individuo reagisce con una netta ripulsa, accompagnata da angoscia, e con una serie di comportamenti atti a difendersi contro l’immaginaria minaccia. Sul piano arcaico, la paura e la resistenza sono ancor più radicali: si tratta di resistere a una presunta minaccia di annullamento: di impedire cioè (sempre beninteso nella fantasia) che l’ « altro » ci attiri, ci assorba, ci annulli in sé, come avviene tra il « Pescatore Verde » e il malcapitato Pinocchio.
Se è vera la nostra ipotesi di partenza che cioè lo studio di taluni aspetti negativi di un fenomeno può aiutarci a comprendere meglio quelli positivi-, dovremmo ora poter applicare ciò che abbiamo detto al problema del « fascino » così come è generalmente inteso, e cioè al misterioso fenomeno della «attrazione», che molti subiscono nei riguardi di certe persone. E’ chiaro che se le nostre tesi sono esatte, la loro riprova dovrebbe ora scaturire in via, per così dire, sperimentale. Al posto di qualche cosa che si teme, dovremmo trovare qualche cosa che si è disposti ad accettare; in luogo della paura, dovremmo trovare l’attrazione e il desiderio. E tutto ciò precisamente ai due fondamentali livelli psicologici ai quali si svolgono i fenomeni che abbiamo sinora considerati.

Una molla che attrae con la stessa tecnica dell’ipnotismo

Ed è proprio così! A un certo livello, troviamo che coloro che esercitano il « fascino » gradito ed accettabile, non solo non minacciano l’integrità di organi e di funzioni vitali, ma, anzi, tendono a stimolarne il valore e l’attività. Di fatto, il « fascino » di una donna è, per antonomasia, fascino sessuale: il quale, come tutti sanno, non proviene necessariamente dalla bellezza pittorica o statuaria, ma da un assieme di caratteristiche le quali stanno propriamente al polo opposto di quelle degli individui considerati portatori di « malocchio ».
Questi – abbiamo detto – sono o vengono immaginati invidiosi, insoddisfatti, rivendicativi, « captativi »: quelli appaiono spesso psicologicamente ricchi, irradianti, dispensatori di energia.
A livelli più profondi, troviamo qualche cosa che può a tutta prima notevolmente sorprendere e sconcertare. Troviamo, cioè, che nelle nostre fantasie più inconscie, noi saremmo, in fondo, disposti addirittura a lasciarci « divorare » da coloro che esercitano su di noi uno speciale fascino. E’ mai possibile ciò? E’ possibile, cioè, che la paura più grave, quella del proprio annullamento, possa convertirsi in desiderio, disposizione, attrazione?
Pare proprio di sì. Se si guardano le cose da vicino, si deve constatare che nelle vicende dell’amore normale, la suprema, reciproca « dedizione » dell’amato all’amata, e viceversa, corrisponde a un desiderio di perdersi nell’altro, di annullarsi nell’altro. Si tratta, beninteso, di momenti fugaci, dopo i quali gli impulsi conservativi posti alla difesa dell’Io riprendono ovviamente il sopravvento. Ma si direbbe che alcuni individui stimolino particolarmente negli altri la tendenza regressiva a venir meno alla « consistenza » del proprio Io, e ad accettare la « signoria » dell’altro, fino, per così dire, a immaginare con gioia che l’altro possa possederci, e noi di perderci nell’altro.
Ma per l’uomo, in particolare, non è forse vero che nell’apice dell’atto d’amore egli viene parzialmente incorporato dalla donna, e simbolicamente assorbito in lei, al punto che un geniale discepolo di Freud, il Ferenczi, ha visto l’oscuro intendimento dell’esperienza sessuale come un ritorno transitorio a stati di pre-individuazione, e di oceanica fusione degli esseri?
In sostanza, dunque: ha fascino chi ci appare talmente atto a « dare », che l’« altro » si sente a sua volta trascinato a concedersi, a offrire il più vivo di sé, e a rinunziare alla fin fine a se stesso.
Molto si potrebbe ancora dire sulla fenomenologia del fascino. E’ noto, ad esempio, che esso si apparenta un poco a certi meccanismi ipnotici, per cui mentre da un lato si dice talvolta che la persona la quale ha subito il fascino è « come ipnotizzata », si dice altresì che certi ipnotizzatori posseggono un « fascino » speciale. E’ curioso osservare, a questo proposito, che una delle forme più tradizionali e note di ipnosi si basa sulla influenza dello sguardo, proprio come il malocchio! L’ipnotizzatore, riteniamo, si trova per così dire al crocevia tra il fascinatore benevolo e quello malevolo. In fondo, dell’ipnotizzatore tutti hanno un po’ paura, anche se – sapendo in sostanza che si tratta di « esperimenti », o addirittura di curiosità salottiera (come avveniva in passato, quando certi ipnotisti davano rappresentazioni in pubblici teatri) – la reazione è assai meno negativa di quella che la gente ha nei riguardi dei presunti portatori di malocchio.
Ma il vero fascino – quello che apprezziamo, quello che ha dato origine a questa disamina – è esente anche da queste piccole o grandi ansie e dai predetti spauracchi. E’, come abbiamo accennato, irradiazione, dono e letizia. Al limite, si potrebbe forse pensare che colui o colei che esercita il fascino più alto e sublime è proprio il personaggio che può dire, protendendo le mani: « Vieni da me, unisciti a me, concediti tutto a me, e abbi fiducia: perché da me sarai non già distrutto, ma rivitalizzato, e fortificato nella tua più viva e vitale essenza ».
Emilio Servadio

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