La fotografia all’infrarosso e la ricerca psichica.
Luce e Ombra 1933

Nel fascicolo di maggio-giugno, 1933, della « Revue Métapsychique », Paul Voigt dedica un interessante articolo al tema segnato in margine: tema più che mai d’attualità dopo le recenti esperienze alla S.P.R. con Rudi Schneider, nelle quali l’uso dei raggi infrarossi ha confermato in pieno le constatazioni primamente fatte dal dottore Osty all’Institut Mitapsychique International.

Dopo aver ricordato che la luce visibile comprende lunghezze d’onda da 0,760 a 0,400 p. (micron), il Voigt informa che la casa A. G. F. A. (A. C. Farbenindustrie) ha messo in commercio ben 33 tipi di lastre sensibili ai raggi infrarossi, con un massimo di sensibilità da 0,730 a 0,810 u. La stessa casa può fornire, su ordinazione, lastre la cui sensibilità massima è circa di 0,855 u.. Il Voigt consiglia, per le lunghezze d’onda da 0,700 a 0,800 u., la lastra Agfa 730 rapida. Ma la più importante dal nostro punto di vista sembra essere la lastra 810 (zona da 0,730 a 0,950 u.), che investe il campo delle grandi lunghezze d’onda. In una nota redazionale, la rivista avverte che altre case inglesi e francesi (Ilford, Guilleminot) fabbricano lastre analoghe.

La sorgente luminosa (becco Auer, lampade a filamento di carbone, a vapore di mercurio, ecc.) andrà schermata con filtri, i quali vengono indicati dal Voigt mediante numeri (83, 84, 85, con eliminazione progressiva delle lunghezze d’onda sotto 0,720, 0,745, 0,755 u.): riteniamo che questi numeri corrispondano a prodotti commerciali della stessa casa Agfa. Il rivelatore Agfa Glycine è il più adatto, secondo il relatore, per lo sviluppo, che per le lastre 0,810 andrà compiuto nell’oscurità. Le altre operazioni sono analoghe a quelle della fotografia comune.

Queste informazioni del Vaigt (altre ne omettiamo perchè non essenziali al tema qui trattato) si prestano a varie considerazioni sulle attuali pratiche possibilità della fotografia all’infrarosso al servizio della Ricerca psichica. Riteniamo opportuno scindere in due parti l’argomento, esaminando da un lato il problema della fotografia della «sostanza invisibile», dall’altro quello della fotografia in genere nel corso delle sedute medianiche a effetti fisici.

I tentativi sinora compiuti per fotografare all’infrarosso la «Sostanza invisibile» sono tutti falliti. Come i lettori probabilmente ricordano, all’Institut Métapsychique fallì in modo assoluto anche il

tentativo di fotografarla mediante la luce di magnesio, disponendo di apparecchi e di lastre quali una lunghissima pratica ha ormai reso perfetti e ultrasensibili: tantoché l’inutilità delle prove compiute indusse gli sperimentatori ad assumere come fine quello che non era stato dapprima se non un mezzo, a misurare cioè le variazioni arrecate dalla misteriosa sostanza nel fascio di raggi infrarossi adoperati in un primo tempo semplicemente come detectors. Dopo di allora, gli unici tentativi di fotografare all’infrarosso la «sostanza invisibile» sono stati compiuti alla S.P.R.: e lo stato attuale della tecnica avendo consigliato la rinunzia alla fotografia diretta, perchè non abbastanza rapida, fu adottato il metodo à silhouette ideato da Lord Rayleigh e da noi illustrato riassuntivamente nel fascicolo di marzo della presente Rivista. Me neppure con questo metodo si riuscì a fotografare la sostanza (cfr. le relazioni nel numero di agosto, 1933, de « La Ricerca Psichica »). Le cause dell’insuccesso furono ipoteticamente attribuite o a scarsa densità della sostanza, o a insufficiente sensibilità delle lastre, o alla forma forse in fotografabile del «quid » da registrare. In un’altra nota all’articolo del Yoigt, la redazione della «Revue Métapsychique» fa osservare appunto che la quantità d’infrarosso intercettata dalla «sostanza » oscilla abitualmente tra 5 e 30 %, il che rappresenta un’opacità assai debole, e che inoltre la qualità di radiazioni abitualmente intercettate è quella avente lunghezze d’onda da 1 u. a vari u.: radiazioni per le quali le lastre fotografiche esistenti non sono sensibili (il massimo di sensibilità, abbiamo visto, essendo di 0,950 u.). Crediamo dunque che per un tempo non breve la fotografia all’infrarosso della sostanza invisibile non si potrà ottenere.

Quanto alla fotografia all’infrarosso dei fenomeni in genere che possono svolgersi nel corso di sedute medianiche a effetti fisici, appare ormai chiaro che la rapidità delle lastre è in ragione inversa dell’oscurità dell’ambiente. Se il locale dove la seduta si svolge vien tenuto completamente all’oscuro (ossia qualora il fascio d’infrarossi adoperato abbia lunghezze d’onda al di qua dalla zona visibile), il tempo di esposizione è necessariamente piuttosto lungo, e si abbrevia soltanto permettendo a un certo gruppo di radiazioni visibili il passaggio oltre i filtri. Si vede subito quali siano gli inconvenienti di tale situazione: da un lato è ben difficile ottenere fenomeni i quali si prestino a immobilizzarsi per un tempo abbastanza lungo di fronte agli obiettivi fotografici; d’altro lato è noto che intensificando l’illuminazione dell’ambiente i fenomeni tendono in genere a diminuire d’intensità e a rendersi più fugaci. E’ dunque una specie di circolo vizioso, quello in cui attualmente ci troviamo. Da esso non si potrà uscire se non intensificando le ricerche nel senso di accrescere quanto più possibile la sensibilità e la rapidità delle lastre e delle pellicole adoperate.

Dal rapido esame compiuto non si deve concludere in un senso troppo pessimistico circa le possibilità venture della fotografia all’infrarosso posta al servizio delle ricerche psichiche. Ma occorre perseverare nei perfezionamenti tecnici, i quali soli potranno mettere in grado gli sperimentatori, in un giorno che ci auguriamo non lontano, di prendere serie di fotografie rapide, o addirittura cinematografie, nell’oscurità o nella quasi oscurità, in modo da ottenere quei gruppi di documenti inoppugnabili circa i fenomeni medianici di ordine fisico, che allo stato attuale delle esperienze non è stato sinora possibile conseguire.

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