Credere nel mago-guaritore ovvero al medico burocrate?
Il Tempo 06/11/1962

Talvolta fa più breccia il taumaturgo, capace di infondere speranza, che non il dottorino in medicina o il famoso chirurgo, spesso inariditi da questioni di mutue o di altri problemi

Nella rubrica magico-occultistico-esoterica di un settimanale italiano figurano abbastanza spesso lettere e appelli di laureati, professionisti, o comunque gente d’ingegno e di cultura. Sono dunque tramontati i tempi in cui, per definizione, certe cose erano, come allora i diceva, «roba da donnette».
Sembrerebbe proprio di sì. E come si potrebbe non pensarlo scorrendo, ad esempio, l’elenco dei clienti e degli estimatori di un noto « guaritore » italiano, il «mago di Napoli»? Tale elenco è stato reso recentemente di pubblica ragione, in occasione del ricorso in appello del «mago» contro una condanna penale piuttosto severa. Si è potuto così constatare sino a qual punto l’attività del «guaritore» abbia fatto breccia e sia stata accolta e accettata press’a poco a tutti i livelli della scala sociale. Nomi di altissimi funzionari si alternano a quelli di principi di sangue e di artisti celebri; né mancano illustri docenti universitari, e un notevole numero di medici, due o tre dei quali decisamente famosi. Crediamo che ben pochi professionisti di notorietà internazionale possano vantare «albi d’oro» del genere!…
Data questa situazione di fatto, si pensa che chi giudica (magistrato, o studioso, o anche semplice uomo della strada) possa trovarsi di fronte a un preciso dilemma: o il «mago» di largo seguito è veramente un essere eccezionale, dotato di « poteri misteriosi che in qualche modo s’impongono, anche se la «scienza ufficiale» non riesce ad ammetterli; ovvero molte persone più o meno colte, rispettabili, o addirittura celebri, vanno «ridimensionate», e considerate alla stregua di gentucola ignorante, facile vittima di un qualsiasi abile imbroglione. Si deve convenir che posto in questi termini, il quesito riesce assai penoso: da un lato lo studioso serio, non meno che l’uomo di buon senso, hanno non soltanto il diritto ma il dovere di essere guardinghi e scettici di fronte a certe presunte «facoltà» occulte, tuttora ignote alla scienza; dall’altro, francamente ripugna pensare che l’alto magistrato A, o il notissirr scrittore B siano diventa tutt’a un tratto dei semiallocchi, pronti e disposti a farsi menare per il naso da un «indovino» o da un presunto taumaturgo, sia pure di gran classe, e a rilasciargli certificati più o meno entusiastici.

Inconscia esigenza

Più volte, in passato, ci è venuto perciò in mente che questione stessa andasse formulata in altri modi, e che il problema psicologico del rapporto fra il «mago» e i suoi clienti non potesse essere inquadrato in termini così netti e semplicistici. Molte osservazioni – ed anche una indagine diretta sui «maghi-guartori» di una zona alquanto arretrata d’Italia (il contado lucano) – ci hanno in primo luogo convinti che la semplice tesi della «suggestione», mediante la quale si vorrebbe spiegare un certo tipo di successi terapeutici dei guaritori, non esaurisce affatto il nostro campo d’indagine. Nel rapporto cliente-guaritore ci è sembrato piuttosto di poter ravvisare, ingrandito, un particolare elemento che s’inserisce o – per meglio dire «vorrebbe» inserirsi – in ogni qualsiasi rapporto fra ammalato e medico, ma che buona parte della medicina moderna non accoglie e non appaga: quello dell’inconscia «proiezione», sulla persona del terapeuta, di un’immagine interna di genitore onnipotente, di grande incantatore, mago della tribù. Nella stragrande maggioranza delle persone, tale inconscia esigenza (quella, cioè, di poter vede in qualche modo nel medico non soltanto l’uomo di scienza, ma il magico benefattore e taumaturgo) è tuttora vivissima, come chiunque può notare allorché sente persone anche coltissime e intelligenti invocare dal medico non già la «cura», ma addirittura il «miracolo»… Soltanto, occorre ammettere che un certo andamento della medicina moderna – nella sua parte più gelida, burocratica e mutualistica – non solo non soddisfa la suddetta profonda aspirazione, ma la frustra e tende a soffocarla sin dall’inizio. Non saremmo psicologi se non ricordassimo, a questo punto, che una tendenza essenziale e potente dello psichismo umano trova sempre, se ostacolata, una qualche via d’espressione. Orbene: a nostro avviso é proprio qui che s’inserisce la «funzione psicosociale» se così possiamo chiamarla – della personalità del guaritore. Costui offre al paziente, che inconsciamente cerca il taumaturgo, e non lo trova nel medico «burocrate» della mutua, o nell’impassibile e indaffaratissimo direttore di clinica, proprio ciò cui quegli aspira: vale a dire non soltanto un migliore rapporto umano, più affettuoso e più saldo, ma un «inquadramento» diverso, emozionale e magico, misterioso ed arcaico, dell’eterno conflitto fra malattia e salute (che a certi livelli profondi, tuttora enigmatici, della personalità, diventa un vero conflitto fra «male» e «bene»).

Spinte interiori

Il nostro guaritore, in altre parole, tende a soddisfare la componente «mistica» di antichissima origine, e tuttora insopprimibile – del rapporto terapeuta-malato: quella componente che il medico moderno, più ancora che non quello dell’Ottocento, o dei secoli trascorsi, non è quasi mai in grado di accogliere e, di appagare!
Solo da questo punto di vi sta si può comprendere, finalmente, perché nella clientela di certi «maghi» famosi figurino anche personalità di primo piano, individui d’intelligenza brillante, e persino scienziati. Non v’è persona al mondo, per quanto colta e intelligente e ragionante, che sia del tutto priva di esigenze e aspirazioni inconscie ed irrazionali, e che non possa pertanto manifestare, in date occasioni, ciò che appartiene e alla parte più oscura – e, in un certo senso, più primitiva, – della personalità. Nulla può avere a che fare il sapere giuridico, o la cultura filosofica o con l’aspirazione a guarire, a uscire ad ogni costo dal «male», che è tale da spingere in fine il chiaro magistrato, o il cattedratico universitario, a cercare anch’egli inconsciamente, in questo o quel «mago», non tanto l’uomo che «sa», quanto l’uomo che «può». Giudicare tal genere di spinte interiori come prova di incapacità ragionativa, di deficit intellettuale, non ha propriamente senso: così come sarebbe assurdo giudicare intellettualmente deficitaria una persona solo perché superstiziosa. Tutti sappiamo che la superstizione, anch’essa, appartiene non già al piano dell’intelligenza e della coscienza, ma a quello delle emozioni e dell’inconscio, comune in un modo o nell’altro a tutta l’umanità. Nessuno si meraviglia nell’apprendere che uomini come Napoleone, o come D’Annunzio, fossero superstiziosi. Per motivi non troppo dissimili, non ci si dovrebbe perciò sorprendere di trovare tra i clienti di un «mago» anche molte «illustrazioni» della cultura o dell’arte…
Ci auguriamo che le considerazioni qui esposte possano alquanto aiutare chi ci legge ad uscire dalle gravi difficoltà e dagli sconcertanti dilemmi che il problema del «mago» o del «guaritore» famoso, e dei suoi non meno famosi ma ben altrimenti qualificati – ammiratori-sostenitori, può a tutta prima suscitare.
Emilio Servadio

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