Realtà contro il mito nell’ istinto materno
Il Tempo 15/11/1962
Secondo l’esperienza psicologica e psicoanalitica, si può sostenere che non tutte le donne sono capaci di amare i figli per se stessi, quali che essi siano
In margine· all’assoluzione nel processo di Liegi

Quasi tutti coloro che si sono occupati dell’ormai· « storico » processo di Liegi, e che hanno commentato l’azione dei coniugi Van de Putte, hanno concluso deplorando, in linea pregiudiziale e di diritto, l’assoluzione dei genitori omicidi – in base al principio dell’illiceità dell’omicidio se non nei rari casi che la legge prevede (come, ad esempio, la legittima difesa), e nella giustificata convinzione che se si ammette la soppressione del figlio difettoso o deforme, non si può sapere sin dove tale· ammissione potrebbe condurre. A questo proposito, il Pubblico Ministero di Liegi ha avuto parole veramente inoppugnabili: «· Chi potrà stabilire – egli ha detto – fino· a qual punto debba essere deforme un essere umano perché una giuria assolva chi l’uccide? ».
Ma altri – specialmente donne – hanno invece lasciato prevalere le considerazioni sentimentali ed emozionali.
Diciamo subito che mentre le argomentazioni giuridiche sfavorevoli all’assoluzione dei· Van de Putte sembrano fondate ed irrefutabili (basti leggere l’esposizione che ne ha fatto il chiaro professor Remo Pannain, ne Il Tempo del 12 corrente), quelle relative alla « Posizione psicologica » dei genitori omicidi ci sono apparse singolarmente deboli, intessute di frasi fatte, e indicative assai più di un « pensare desideroso » (il wishful thinking degli Inglesi), che non di una vera conoscenza scientifica del problema.
Prescindiamo senz’altro dalle considerazioni di ordine teologico ed etico, e vediamo che cosa è stato dello e scritto da parecchi in sede psicologica, e persino biologica. Molti, come si sa, hanno tirato in ballo l’ « amor materno »· – anzi, l’ « istinto materno » – affermandone la nobiltà e l’universalità e sostenendo che esso implica il rispetto della prole, anche sfortunata, persino nelle specie animali.
Chi pensa così mostra in primo luogo dl non conoscere la biologia, né le scienze naturali, né la psicologia scientifica. Mostra, inoltre, di scambiare per legge universale biopsicologica quello che non è se non perfezionamento, sublimazione e punto d’arrivo per una schiera relativamente ristretta dl esseri umani.

Vari livelli

Occorre mettersi anzitutto bene in mente che nelle specie animali, la prole è soltanto un prolungamento e per cosi dire un’appendice dei genitori, e che il rapporto di questi con quella – nei casi più favorevoli – cessa quando i figli diventano indipendenti.
« L’interesse della mucca o della pecora per il suo vitello o per il suo agnello svanisce immediatamente appena viene appagato il bisogno, puramente· fisico, che essa prova dl sentirsi vicino il piccolo, cosicché questo comportamento, apparentemente su base affettiva, si può ridurre a una semplice reazione fisiologica alla· separazione » scrive la dottoressa Helene Deutsch nella sua classica opera La psicologia della donna. La pecora allatta qualsiasi agnellino non· suo, purché sull’estraneo sia attaccato un pezzo di pelle del suo nato. Quello che conta, dunque, è il contatto, è la vicinanza, è la soddisfazione olfattiva e tattile, è la elementare identificazione – piaccia non piaccia agli idealizzatori dell’« amor materno »· al livello animale.
Se prendiamo in considerazione possibili atteggiamenti «aggressivi», degli animali· verso la prole, assistiamo al· fragoroso crollo di un altro mito. A non pochi animali bisogna sottrarre la prole perchè non la danneggino o, se· affamati, non la divorino. Molti altri – e qui il discorso diventa particolarmente significativo – tendono a sopprimere sistematicamente· i figli che presentino difetti o deformità, o che siano semplicemente in soprannumero, o· che appaiano comunque ingombranti. Per coloro che ragionano di «amore incondizionato» degli animali per la prole, citiamo le seguenti righe dell’opere del professor Lidio Cipriani in Vita ignorata te degli uomini e degli animali:
« … Notai in parecchie specie (di uccelli) un contegno impressionante… in determinate circostanze… sopprimono la nidiata. L’uccisione avviene a mezzo di semi o di insetti velenosi, rintracciabili poi nello stomaco delle vittime. Propinato il veleno, gli adulti se ne vanno per sempre, come sicuri dell’effetto sui figli; e questi muoiono in breve, emettendo bava dal becco .. .»
Al livello animale, troviamo dunque un rapporto madre-figli, o genitori-figli, estremamente elementare, nel quale il fattore attaccamento è spesso contraddetto da altri fattori, per cui la prole può essere trascurata, aggredita, o deliberatamente soppressa. Fra questi fattori, la deformità del neonato gioca indubbiamente un ruolo assai importante, come prova una ormai vasta messe di precise osservazioni.
Se ora dal piano animale passiamo a quello umano, troviamo vari atteggiamenti e comportamenti (molto spesso inconsci), assai distanti dallo idealistico « amor materno » così come lo suppongono, lo accarezzano e lo descrivono – universalizzandolo – molte persone anche di ottima cultura. Pur se si prescinde da veri e propri casi patologici, come quelli di madri che nutrono verso i figli non già amore ma ostilità e odio, e che li opprimono e li tormentano moralmente o fisicamente (sino agli esempi estremi dl torture talvolta mortali), constatiamo, a un esame psicologico approfondito, l’esistenza dl numerosissime donne per le quali i figli sono tutt’altro che personalità distinte, da far sviluppare e autonomizzare nel pieno riconoscimento della loro dignità soggettiva ed umana. Qualche volta il figlio è per la donna, non molto diversamente che per l’animale, un semplice prolungamento del « sé », da tener vicino e da nutrire. Altre volte esso è una specie di giocattolo, ossia poco più che un sostituto della bambola dell’infanzia. Per certe donne il bambino è soltanto un mezzo con cui si supera un sentimento d’inferiorità, o con cui si pensa di tenere avvinto e legato un uomo. Altre donne (e sono più numerose di quanto si creda) hanno per· la prole un amore possessivo e oppressivo, come per cose od esseri da tenere ben stretti e custoditi, e che si tema di vedere un giorno diventare autonomi e allontanarsi. Moltissime donne, infine, tendono per lo meno a protrarre quel periodo iniziale nel quale, per profonde ed essenziali ragioni bio-psicologiche, il bambino – scrive la dottoressa Helene Deutsch – « è per la madre una parte del suo proprio io ».

Pro e contro

Ma se le cose, come é ormai indicato da una vasta esperienza psicologica e psicoanalitica, stanno in questi termini; se è provato, cioè, che numerosissime donne vedono nel bambino, specie se molto piccolo, un riflesso del proprio io o un’appendice in cui si compiacciono con maggiore o minore narcisismo, con maggiore o minore possessività – come ci si può attendere che se una donna, appartenente alla maggioranza, non si scateni, di fronte ad un proprio neonato gravemente deforme una reazione di paura e di disconoscimento, simile a quella di chi scoprisse improvvisamente una ripugnante escrescenza sul proprio stesso corpo? Si vuole o non si vuole – ammettere per contro, dopo quel che abbiamo cercato di indicare, che una reazione diversa ed opposta – una reazione non solo di sopportazione, ma di amore protettivo e di dedizione sacrificale per il neonato deforme o mostruoso – potrebbe essere quella di donne eccezionali, ma che non la si può in alcun caso presumere, o indicare come legge psicologica, e tanto meno biologica? E dove vanno a finire allora, i bei discorsi su ciò avrebbe dovuto sentire la signora Van de Putte – donna e non eroina, donna e non santa – sulla base di un « modello » di istinto o di amor materno, che non ha riscontro nelle specie animali, e che non si può neppure applicare, generalmente parlando, alla specie umana? Ecco perché, nel proprio oscuro sentimento – per loro stesse inspiegabile – molte persone (e moltissime donne)· hanno solidarizzato con i Van de Putte e con la sentenza di assoluzione, anche se il comandamento del « non uccidere » non ha potuto non suonare perentorio e irrefutabile alla loro ragione. E il « caso Van de Punte » prova appunto, una volta ancora, che sentici col sentimento e ragione possono darsi battaglia nell’animo dell’uomo – poiché è della condizione umana la divisione fra ciò che è e ciò che potrebbe o dovrebbe essere, tra quel che ancora ci lega all’animalità e quel che può sollevarci verso le vette più alte della vita spirituale.
Emilio
Servadio

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