Il nome dimenticato
Rivista Italiana di Psicoanalisi, anno II, 1933

Un mio conoscente, che chiamerò A., si trova in treno, e narra ad un suo compagno di viaggio di aver passato giorni piacevoli a Vienna. L’interlocutore gli chiede in quale albergo abbia alloggiato. A. ricorda la strada, dice di essersi trovato bene in quell’albergo, ma per quanti sforzi faccia non riesce a ricordarne il nome, e rinunzia quindi a dare l’indicazione richiesta.
L’analisi di questa dimenticanza comincia con l’elenco delle parole sostitutive, che ad A, vengono in mente al posto del nome obliato. Queste parole sono: Berescid, Greber, streben, nero.
Prima ancora di aver cominciato ad associare con i singoli vocaboli, A, ricorda improvvisamente il nome dell’albergo: Erzherzog· Rainer.
1) Erzherzog: «Herz» = cuore (a questo punto A. dice: «Anche coscientemente mi rendevo conto che la dimenticanza era insorta perchè quest’albergo mi fu consigliato da una donna, una signora viennese, che mi ha fatto poi molto soffrire». Osservò che ciò non è sufficiente, che quella signora gli avrà menzionato molti altri nomi e cose da lui perfettamente ricordati, e che occorre quindi analizzare questo oblio particolare, e i suoi motivi specifici. L’analisi riprende. «Herz» viene associato a cuore, a pene di cuore, a questa signora che ha fatto soffrire A. Di tutta la parola Erzherzog, A. osserva che è difficile a pronunziare: «Erz» è senz’acca, «Herz» con l’acca. Interpreto: «difficoltà» (A. presenta molte «difficoltà» per quel che si riferisce ai suoi rapporti con la donna e alla vita sessuale in genere), Erzherzog = arciduca, ricorda ancora ad A. l’arciduca Rodolfo d’Austria, la tragedia di Mayerling. Le associazioni danno dunque: pene di cuore, difficoltà, tragedie amorose.
2) Rainer: associa soltanto a «rain», che pronunzia volutamente, all’inglese e cui connette, con subitaneo trapasso, le «lacrime» (rain = pioggia).
Si aggiunga che «albergo» è un evidentissimo, simbolo femminile.
Già da queste associazioni il «lapsus» appare chiaro: carico di significati tristi e luttuosi per l’inconscio, questo nome era tra i più indicati ad essere rimosso. Esso toccava parecchi dei complessi e conflitti, già in parte analizzati, di A.: complesso di evirazione, forte sentimento di colpa che gli creava ogni sorta di «difficoltà» e di eventi spiacevoli di fronte alla donna …
Ma l’analisi proseguì nei riguardi delle parole sostitutive, che tutte, senza eccezione, contenevano l’elemento «er». Questo elemento appare tre volte nel nome Erzherzog Rainer ed è evidentemente sostitutivo di Herz, «cuore».
Berescid il soggetto non associa alcunché: si tratta di ·un vocabolo ebraico di cui ignora il senso.
Chiaritogli il significato del termine (che vuol, dire «in principio», prime parole dell’Antico Testamento), il soggetto, israelita, dice che esso non gli ricorda alcunché, di specifico, ma solo che il marito della signora in discorso (divorziata) era un’israelita. Gli dico che la parola può forse riferirsi alla, sua reazione contro le recenti persecuzioni tedesche antisemite; A. non respinge questa interpretazione, ma non ne è persuaso. Aggiunge che a suo avviso, il «principio» potrebbe riferirsi: a) al primo uomo che ha avuto relazione con quella signora; b) al principio in cui si trovava, all’epoca del suo viaggio a Vienna, la relazione tra la signora e lui. Il significato del vocabolo Berescid gli era del resto già noto: si trattava di una rimozione ulteriore.
Greber A. associa un grande negozio omonimo di stoffa per signora; associa femminilità, donna lussuosa, Greta Garbo, donna fatale e funesta.
streben («tendere a qualche cosa aspirare») associa le proprie lotte contro le tendenze istintive, le proprie aspirazioni.
nero associa «morte», e niente altro.
Già formalmente connessi con la parola obliata, i vocaboli sostitutivi confermano, come si vede, quale fosse la costellazione psichica da cui provenivano le inibizioni. E la breve analisi compiuta, (che qui non possiamo integrare con altri dati relativi al soggetto) fornisce un’ulteriore riprova del determinismo dei «lapsus» postulato e dimostrato primamente da Freud.

Emilio Servadio

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