Psicoanalisi dei « Tre porcellini »
Circoli n°4, luglio-agosto 1934

L’America prima, poi il mondo, sono stati conquistati non molto tempo fa da un cartone animato a colori di Walt Disney, I tre porcellini che riproduce, nella forma modernissima consentita dalla attuale tecnica cinematografica, una favola tra quelle che più allietarono la nostra infanzia. Fatto il debito posto all’arte di Disney e al divertente ritornello che ancor oggi spesso ci ripetono orchestrine e pianisti dilettanti, non si può non cercare di veder più chiaro nella piacevole fantasia, che, come tutto ciò che trova vastissimi e impreveduti consensi nell’animo umano, è suscettibile d’interpretazione e di analisi Il metodo psicoanalitico è stato applicato soventi volte, e talora con grande successo, ai miti, alle leggende e alle favole. Invenzioni come quella della Bella dormente nel bosco o di « Fior-di-neve » hanno trovato i loro interpreti e decifratori. Occorre notare che i miti e le favole sono più facilmente interpretabili che non le creazioni artistiche od i sogni, poiché mentre quelli si valgono quasi sempre di simboli universali e assoluti, i secondi con altrettanta frequenza contengono profonde « equazioni personali », cosicché per comprenderli appieno occorre il contesto di associazioni spontanee dell’artista o del sognatore ai singoli particolari. Naturalmente vi sono eccezioni tanto per l’una quanto per l’altra categoria: un tessuto di leggende come i Nibelunghi offre notevoli difficoltà d’interpretazione, mentre artisti quali Poe o Baudelaire lasciano facilmente trasparire i motivi inconsci delle loro creazioni, che ritornano in esse con l’insistenza ossessiva dei sogni traumatici o dei deliri di persecuzione. Tipico della favola è l’anonimato. Non staremo qui a riprendere la discussione circa la paternità collettiva o individuale dei canti, delle leggende, dei miti popolari. Contro la concezione, tipicamente romantica, della favola come « prodotto collettivo », si fa valere oggi l’idea, più logica e razionale, che ogni mito, ogni favola, ogni leggenda, abbia avuto un creatore personale, e che altri creatori vi abbiano eventualmente aggiunto questi o quei particolari. Tuttavia è certo che quanto più una favola trova eco nell’inconscio della massa, quanto più cioè tocca dei « complessi » comuni a tutta l’umanità, tanto più essa si distacca dal suo autore primordiale e diventa « voce del popolo ». E’ altresì noto che personaggi o narrazioni di cui si conosce perfettamente l’autore, tendono talora a staccarsi da chi ha dato loro vita, e divengono patrimonio spirituale della collettività. Basti l’esempio di Don Chisciotte, o quello di Don Abbondio. Chi è l’autore della favola « I tre porcellini »? Può esser benissimo che una ricerca erudita riesca a identificarlo; ma a tutti apparirà chiaro quanto poco una simile notizia aggiungerebbe alla «partecipazione» della folla alla favola stessa. Il fatto che l’autore di « Pierino porcospino », sia il Dr. Heinrich Hoffmann è assolutamente secondario per i bambini o per i grandi che ne leggono le avventure.
« I tre porcellini », in altre parole, partecipano della vita autonoma dei miti e delle favole, sono cioè anch’essi espressione di un’esigenza diffusa e collettiva. Lo stesso creatore dell’ attuale, «cartone animato», Walt Disney, è menzionato raramente da coloro che partecipano ad altri il piacere provato nell’assistere al grazioso spettacolo. Posti quindi « I tre porcellini » sullo stesso piano di una favola anonima, i problemi che si pongono all’analista sono due: il primo, e più importante, è l’interpretazione della favola come tale; il secondo è l’accertamento del suo valore « attuale », dei motivi, cioè, per cui esso è diventato un tema favorito delle masse.

Chi non ha familiarità con i concetti psicoanalitici farebbe bene, qui, a smetter di leggere, poiché quanto stiamo per esporre gli apparirà assurdo, gratuito o incomprensibile. Per gli altri ci accontenteremo di pochi richiami a osservazioni e accertamenti divenuti ormai patrimonio della psicoanalisi e tali da giustificare appieno quanto andremo dicendo. I tre porcellini, considerati quali personaggi della favola omonima, ci appaiono anzitutto come individui infantili e perfettamente simili. Il loro comportamento in serio alla fiaba è quello di bambini cui piace fare il chiasso intrecciare dei balletti a girotondo, suonare o cantare ariette gaie, dar corso insomma, in tutto e per tutto, al “principio del piacere ». Uno solo fa eccezione: quello di cui anche nella canzone che accompagna il film si dice che « non aveva tempo di suonare e cantare, perchè il lavoro e il divertimento non si mescolano »; quello, insomma, che continuando nella nostra similitudine potrebbe apparire come un fratello più saggio o maggiore, comunque più intelligente e più forte, tale da costituire l’appoggio e la protezione degli altri due. Che degli animali possano rappresentare dei bambini non sembrerà strano a chi rifletta come questa equivalenza si riscontri tradizionalmente a partire dal mito di Abramo e Isacco per giungere alle tante favole in cui la cattiva strega trasforma dei bimbi in animali, a all’evidente significato sostitutivo che il cagnolino o il gattino acquistano per le vecchie zitelle. Dire a un bimbo « sei un porcellino », a mo’ di dolce rimprovero, crediamo anzi sia l’espressione comparativa più usata dalle madri e dalle nutrici.
Ma i porcellini della favola non possono non colpire l’analista, oltre che per il loro infantilismo, anche per il loro numero; il classico numero 3, in cui infiniti documenti e osservazioni hanno permesso di ravvisare un simbolo fallico. Su questo punto i richiami sono inutili: il simbolismo del numero 3 è forse il più noto e chiaro di quanti la psicoanalisi abbia accertato (I).
Ecco dunque i tre porcellini rappresentare sia « i bambini » in genere, in una delle prime fasi spensierate della loro esistenza nel mondo, sia una primigenia attività fallica di conquista e di possesso, che li spinge ad affermarsi, a costruire la propria casa ed ad infischiarsi del « grosso cattivo lupo ».
Che cosa rappresentano le tre casette, che sono in realtà una replica sempre più accentuata e rinforzata di un unico motivo, quello della “casa” protettrice? Che cosa rappresenta il « cattivo lupo »? Non è difficile rispondere: la casa, simbolo notissimo della donna, rappresenta la madre, in cui i porcellini vogliono trovar rifugio contro gli assalti del lupo; e questo rappresenta il « padre crudele », che simile a tutti gli orchi delle novelle e al Saturno dell’antico mito vuoi divorare i bambini, ossia contendere ad essi, con ogni mezzo e giungendo alla loro evirazione o anche alla loro completa disintegrazione ed eliminazione, l’attività fallica e il possesso della casa e della madre.
La classica rivalità edipica traspare dunque chiarissima in questo quadro, sol che non ci si limiti al suo aspetto esteriore. E gli altri particolari confermano tutti, senza eccezione, l’ipotesi centrale.
Infatti: il film ha inizio con l’attività costruttrice, inframezzata da lazzi e balletti, dei tre porcellini-bambini. Subito dopo la scena diventa drammatica: prima uno, poi l’altro dei porcellini prendono possesso della casetta-madre, e il lupo-padre cattivo contende loro tale possesso, minaccia, urla, spaventa, e finisce col mettere in attività il terribile « soffio », che anch’esso è simbolo di potenza maschile, creatrice o distruttrice, come è stato fra l’altro dimostrato da un brillante saggio di Jones sulla concezione per mezzo del soffio e attraverso l’orecchio (2), e come testimoniano p.es. le idee dei pensatori greci o indiani cui potere generatore del pneuma o del prana. Il soffio del lupo riesce, nei primi due casi, ad aver la meglio, e ad obbligare i porcellini a rinunziare alla casa, che viene rovinata e devastata (concezione sadico dell’unione sessuale, propria di tutti i bambini, indistintamente sino a una certa età). Nell’ultimo caso, invece, il lupo trova l’uscio sbarrato e non riesce a penetrare nella robusta casa fabbricata dal porcellino più saggio e più forte, fratello infimo e lontano dei grandi ribelli di tipo filiale della leggenda, da Giove a Prometeo a Ulisse a Sigfrido. Non solo, ma in quest’ultima scena il soffio non agisce più, il grande cattivo lupo perde il fato e ci affloscia, ossia diventa evirato e impotente (cfr. la bella interpretazione che dà Marie Bonaparte della “confessione d’impotenza” di Edgar Poe nella novella intitolata appunto “Perdita di fiato” ) (3). Compie un ultimo tentativo per penetrare nella casa e giungere al « focolare », sua parte più intinta; ma proprio per quella via i porcellini lo sconfiggono definitivamente, usando contro di lui un liquido bruciante (probabilmente l’orina, che ha tante profonde connessioni col fuoco e col bruciare in genere, nonché con l’orgoglio e con l’ambizione (cfr. i miti di Prometeo e di Erostrafo, e la favola di Gargantua). Il grosso cattivo lupo è reso definitivamente imbelle, impotente, inerme: non resta al padre cattivo che la fuga e l’ignominia: è ciò che egli compie, mentre i porcellini intonano una canzonetta di vittoria e mentre il più ardito e saggio dei tre, l’unico che possa assumere fra loro una parte di capo e di padrone, si diverte a spaventarli ancora una volta in tono minore, imitando i picchi alla porta, minacciosi e terrorizzanti, dell’avversario scomparso.

Riferita conte alla situazione edipica, e al trionfo finale dei figli sul padre nella conquista della casa e della donna, la favola dei “Tre porcellini » contiene già in sè elementi tali da soddisfare profonde aspirazioni inconscie delle masse. Si aggiunga che il suo contenuto, in sé altamente drammatico, è tradotto nella forma più rosea e fiabesca, mascherato con sì felici accorgimenti da riuscire gradevolissimo a chiunque, appunto per la sua apparente « innocenza ». Tale suo carattere è del resto comune a molti racconti mitici o leggendari. Ma il suo grande successo attuale è verosimilmente dovuto a una ulteriore determinazione. In vari periodici ci è stato dato di leggere una tesi interpretativa non psicoanalitica dei « Tre porcellini », in cui si cerca di dimostrare come il « grosso cattivo lupo » rappresenti la crisi americana e mondiale, che prima si sfoga e distrugge, ma che infine viene debellata e sconfitta, in una peana di costruzione e di ricostruzione. In questa tesi c’è indubbiamente del vero, ma essa va completata con dati analitici. E’ cosa risaputa che per l’inconscio dell’uomo civile, non meno che per la consapevolezza del primitivo, le cause dei grandi malesseri e delle grandi calamità non sono mai riducibili in termini completamente razionali. Se ne attribuisce la colpa sia alla divinità, sia al demonio, sia al capo-tribù o al principe, sia allo stato, concepito come entità astratta e superumana. Ma tanto la divinità quanto il demonio e quanto lo stato così concepii non sono altro che la proiezione di quella che per il bambino è la massima autorità, arbitra del bene e del male, onnipotente, da cui si può attendere ogni cosa buona come ogni cosa cattiva, ossia l’autorità paterna. Non si son visti, storicamente, moltissimi casi in cui la ribellione delle masse all’autorità era del tutto ingiustificata razionalmente, poiché né il principe, né i rappresentanti del popolo, né lo stato erano colpevoli degli eventi? Così non può destar meraviglia che nelle masse attuali sia diffusa inconsciamente una persuasione; che la colpa del malessere odierno, cioè, sia di un’autorità superiore che vuole il male dei propri figli anziché il bene. E’ quindi verosimile che la favola dei « Tre porcellini » sia sovradeterminata, che cioè sul tema eterno della rivalità edipica s’innesti, attraverso essa, il tema attuale del diffuso risentimento delle folle verso ipotetici responsabili della crisi. In tal modo il significato dell’allegra storiella acquisterebbe valore più concreto, troverebbe echi ampi e profondi in diversi strati dell’inconscio collettivo. Ad ogni modo è essenziale ricordare che solo l’interpretazione psicoanalitica può in qualche modo spiegare l’adesione delle masse a espressioni del genere di quella qui considerata. Prescindendo da essa, si cade in approssimazioni, in tentativi poco più che verbalistici, si esce fuori dalla luce fredda e notomizzatrice che ci viene da Freud.

Note

1). Cfr E.Weiss: Elementi di Psicoanalisi, 2.a ed., Milano 1933, p.52-53.

2) Die Empfagnis der Jungfrau Maria durch das Ohr, in Jarhb. Der Psychoanalyse, 1914.

3) Marie Bonaparte: Edgar Poe, Parigi 1933, vol. II, p.467 segg.

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