Il dovere della vita e il diritto alla felicità
Il Tempo 09/09/1956

Ciò che riteniamo « giusto » è sovente il riflesso di conflitti interiori, tutt’altro che razionali – Alla ricerca di un difficile equilibrio.
La benda sugli occhi

La Giustizia è rappresentata sovente come una donna bendata, che regge una bilancia in perfetto equilibrio. E’ questa una immagine suggestiva di ciò che l’uomo spera e si attende: che cioè due gruppi di forze contrastanti – odio e amore, male e bene, delitto e pena – possano compensarsi a vicenda, senza residui e senza eccedenze, secondo una legge assoluta, non influenzabile da circostanze esterne.
Sin dagli albori della storia, questa ricerca di un equilibri, tra forze antagonistiche è stata propria della specie umana, e appare legata alla stessa condizione dell’uomo quale animale sociale. Le limitazioni che l’individuo singolo ha dovuto imporsi per salvaguardare l’esistenza del gruppo, e, col gruppo, quella di sé medesimo, hanno fatto sorgere anche in epoche lontane il principio che tali limitazioni dovessero avere carattere generale, e che ciò che valeva per uno non potesse non valere per ognuno.
Tuttavia l’uomo non si è mai sentito, né in passato, né ai nostri tempi, soddisfatto circa la reale obiettività dei suoi criteri di giustizia. Anche prima che le moderne indagini psicologiche avessero dimostrato l’esistenza e la permanenza di fortissimi istinti asociali ed egoistici nella personalità umana, l’uomo ha avvertito la fragilità dei suoi freni e l’imprecisione delle sue misure.
Le moderne ricerche psicologiche e psicoanalitiche hanno permesso di comprendere assai meglio l’insufficienza sia dei tentativi volti a compensare in un piano trascendente le lacune dei criteri umani di giustizia, sia di quelli facenti riferimento alla sola ragione e alla sola coscienza dell’uomo. Rimaneva, insopprimibile ed enigmatico, il sentimento: quel sentimento che troviamo, sia pure in modo quanto mai rozzo ed embrionale, nel bambino e nel primitivo.

Intimo contrasto

Non si può concepire un sentimento di giustizia, sia pure il più elementare, senza la nozione di un conflitto, e il relativo bisogno di risolverlo. Abbiamo già accennato, sul piano sociale, all’urto fra le tendenze egoistiche e le tendenze di gruppo. Individualmente, i primi conflitti si stabiliscono, già nella prima infanzia, tra gli istinti biologici fondamentali dell’individuo e le condizioni limitatrici del mondo esterno. Il semplice fatto che il neonato non può soddisfare immediatamente e senza riserve tutti i suoi istinti provoca in lui primi conflitti, pone i primi elementi di un dissidio interno tra il fare e il non fare, tra i desiderare e il rinunziare: genera in lui le prime tensioni interiori, le prime angosce. Il conflitto, da esterno, rapidamente s’interiorizza. Sorgono, nel bambino, situazioni dialettiche di base, appaiono i nuclei di una primitiva « coscienza morale » gli elementi di quelli che verranno poi comunemente chiamati sentimenti di inadeguatezza o di colpa.
Freud, già nel 1923, aveva precisato i limiti e le funzioni delle istanze protagoniste di questa « divisione interna », propria del l’apparato psichico umano, distinguendo in questo una componente istintuale primitiva l’Es; una parte coordinatrice regolatrice, l’Io; e una parte giudicatrice e normativa, il Super-Io. Nella sua concezione, i Super-Io si formerebbe attraverso la permanente identificazione di una parte dell’apparato psichico con aspetti globali e importanti delle personalità dei genitori, e in modo particolar di quella del padre. L’auto-regolazione e la giustizia interiore sarebbero quindi dovute in origine a una internalizzazione di elementi e caratteristiche di tipo paterno, e le esigenze che ne risulterebbero per l’individuo singolo sarebbero, da questi nuovamente proiettate all’esterno, sotto forma di adesione a criteri più generali di comportamento e di giustizia sociale.
E’ apparso tuttavia, in tempi più recenti, che tale concezione rappresentava un momento già abbastanza avanzato nella formazione della coscienza morale e del sentimento di giustizia; che essa non poteva render conto in modo adeguato né di quelle situazioni di divisione interna nella prima infanzia poc’anzi descritte, né delle caratteristiche estremamente elementari delle energie implicate nei conflitti, quali traspaiono sia nella storia della giustizia umana sia nelle manifestazioni psicopatologiche dei nevrotici e dei criminali. Per lungo tempo era stata osservata la enorme discrepanza tra i sentimenti di colpa, ad esempio, di certi nevrotici, e le caratteristiche obiettive, spesso tutt’altro che crudeli o tiranniche, dei loro genitori od educatori. Si è compiuto pertanto, in questi ultimi anni, un completo riesame sia dell’istintività umana, sia dei primi processi d’interiorizzazione delle istanze frenatrici o proibenti; e si è giunti alla conclusione che nella primissima parte della vita psico-istintiva del bambino, anche prescindendo dagli interventi deliberati degli adulti, si instaurano motivi conflittuali a colorazione· intensamente primitiva, nei quali giuocano in senso attivo o reattivo energie istintive potentissime: e che a questi nuclei, ben più che alle ulteriori sovrapposizioni educative o culturali, è dovuto ciò che ancora persiste, in tanti individui, di· inconsciamente violento ed irrazionale, sia nel senso di una non risolta asocialità, sia in quello della condanna crudele, in se stessi ed in altri, di moti e tendenze che per grandissima parte sono di fatto confinati nell’inconscio profondo
Solo così è possibile comprendere come nell’uomo possano coesistere esigenze e motivi tanto contrastanti ed opposti: come da un lato l’uomo sia stato e sia capace di formulare altissimi ideali di giustizia individuale e sociale, e come egli sia, spesso e volentieri, atrocemente ingiusto verso gli altri, e, prima ancora, verso se stesso.
E’ sufficiente osservare da vicino molti « destini » individuali per giungere alla conclusione che nella formazione di quei destini è intervenuta, con i suoi meccanismi inconsci ed inesorabili, una «giustizia interiore» che ha pronunciato un verdetto di condanna, e l’ha posto in effetto attraverso i mezzi più subdoli e raffinati. Il «condannato» può esser colui che si rovina al tavolo da giuoco, che fa speculazioni assurde, che accetta proposte di lavoro campate in aria, o inadeguate ad assicurargli una vita sopportabile; colui che si pone in situazioni inestricabili e fallimentari nel campo delle relazioni di amicizia o in quello della vita matrimoniale; che punta sempre – secondo l’espressione anglosassone – « sul cavallo sbagliato ». Le possibilità inconscie di razionalizzazione sono, d’altronde, tali e tante, che gli individui in questione attribuiscono quasi sistematicamente le loro sconfitte alle circostanze fortuite, e che è pressoché impossibile far loro riconoscere l’originaria esigenza autopunitiva che, come un’interna nemesi, ha forgiato il loro destino.
Ma gli stessi oscuri motivi di autocondanna, per cui l’individuo si limita e si punisce, sono poi quelli che lo portano, altrettanto irrazionalmente, a rivolgere la spada della sua giustizia verso i suoi simili. E in chi giudica, vediamo spesso un piatto della bilancia inclinarsi sotto il peso invisibile di ciò che in lui stesso ha gravato e pesa. Chi ha soffocato e reso inoperante una sua eccessiva aggressività infantile sarà severo contro ogni e qualsiasi forma di aggressione; il timido considererà con odio l’insolente.

Motivi oscuri

Gli uomini si puniscono e puniscono in base ai dettami dl una giustizia interiore che tenta, per vie ancora largamente inadeguate perché inconscie ed emozionali, di risolvere le loro contraddizioni istintive, sentite come colpevoli. Per lunghissimo tempo essi hanno rifiutato di vedere il vero volto di questa giustizia, e la benda che copre gli occhi di Temi non è che il riflesso della loro cecità verso ciò che si svolge nel loro inconscio. Perciò essi sono spesso doppiamente ingiusti: lo sono quando tentano di giustificare le manifestazioni più primitive dei loro istinti attribuendone l’esigenza a falsi ideali collettivi; lo sono nella irrazionale e automatica condanna di fantasmi interni senza reale consistenza.
Esiste una via d’uscita che tenga stretto conto delle misure e delle dimensioni umane? La psicoanalisi, così come ha individuato la situazione, ha indicato la direzione che a buon diritto si può chiamare « giusta », e che consiste nel far sempre più coincidere l’amore di sé con l’amore per gli altri, le esigenze individuali e centripete con quelle oblative e sociali. Quanto più l’uomo si renderà consapevole dei processi arcaici – ripetizione ontogenetica di situazioni preistoriche – della sua prima infanzia, tanto più, nell’infanzia stessa, i suoi impulsi aggressivi, legati dalle forze vitali dell’Eros, si orienteranno in senso centrifugo e risparmieranno il soggetto. Quanto più egli si sentirà simile fra simili, e amerà il suo prossimo come se stesso, tanto più sarà vicino alla risoluzione dei suoi conflitti e ad uno stabile equilibrio individuale e collettivo. E’ ciò, in fondo, quel che hanno volta a volta insegnato gli spiriti più eletti che l’umanità abbia prodotto. Pur nella sua oscura e spesso atroce irrazionalità, la giustizia interiore colpisce, nell’uomo, tutto ciò che si oppone alla sua armonizzazione con gli altri uomini e con le creature. Quel che di meglio egli può fare per ridurre la propria sofferenza è dunque risolvere e superare i propri stessi conflitti, poi cercar di accordare la sua norma individuale di vita con le necessità della vita universale. Solo così potrà cadere la benda dagli occhi di Temi, ed essere raggiunto il supremo equilibrio del dovere della vita e del diritto alla felicità. Solo così la Giustizia potrà scendere dal suo piedistallo e, divenuta inseparabile compagna dell’uomo, deporre la spada.
Emilio Servadio

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